15/01/2008

Iron & Wine

Music Drome, Milano


di Gabriele Benzing
Iron & Wine
Colori. Forme. Ritmi.
Pensi allo stereotipo del songwriter indie e ti immagini un tizio barbuto e più o meno depresso che si lamenta con la propria chitarra acustica. Barba a parte, Sam Beam non si lascia etichettare così facilmente: basta ascoltare le dense pennellate del suo ultimo lavoro a nome Iron & Wine, “The Shepherd’s Dog”, per rendersene conto. Una ricchezza di sfumature che dilata lo spettro cromatico della sua anima cantautorale, scoprendosi sul palco ancora più magnetica e coinvolgente.
Dietro all’aspetto hippie, lo sguardo di Seam Beam rivela una luminosità vivida e brillante che conquista subito l’attenzione. È il violino della sorella Sarah a fare da prologo con la dolcezza del suo canto, subito seguito da pedal steel, contrabbasso elettrico, fisarmonica e percussioni. E quando si aggiunge anche la carezza delicata della voce di Beam, “Lovesong Of The Buzzard” si fa strada come un sogno in cui Elliott Smith e The Band si trovano magicamente a condividere lo stesso palcoscenico.

Con il supporto di un pugno di musicisti d’eccezione, Iron & Wine rilegge interamente “The Shepherd’s Dog”, offrendo ad ogni brano continui cambiamenti di prospettiva: “Peace Beneath The City” diventa un blues dalle fibre carnali, “Wolves (Song Of The Shepherd’s Dog)” galleggia soffusa su un lento dipanarsi, “Innocent Bones” assume una veste rarefatta, affidandosi all’inizio solo ai controcanti sottili di Sarah Beam ed alla pedal steel di Paul Niehaus dei Lambchop.
Il vero artefice del suono magmatico della band si nasconde però sullo sfondo: è Ben Massarella dei Califone, impegnato ad armeggiare senza sosta con le sue percussioni per trarne un ribollire di battiti, clangori ed accenti, sempre con un’espressione spiritata a fare capolino dietro ai capelli che gli coprono la fronte.

Dagli episodi del passato vengono alcuni dei momenti più intensi della serata, da una “Sodom, South Georgia” a cui fisarmonica e spazzole conferiscono un’aria westcoastiana fino ad una poderosa “Woman King”, sostenuta dal basso pulsante di Matt Lux. “Upward Over The Mountain” sbuca addirittura dall’esordio di Iron & Wine, “The Creek Drank the Cradle”, ed è un soffio brioso e cristallino di pianoforte e pedal steel.
I brani trascolorano l’uno nell’altro, uniti da divagazioni ora acide ora taglienti. La coda onirica di “Carousel” conduce ad una notturna “Cinders And Smoke”, che potrebbe appartenere al Dylan di “Oh, Mercy”. “House By The Sea” accende l’entusiasmo del pubblico con i profumi caraibici della batteria di Chad Taylor e per un attimo l’orizzonte dell’oceano sembra cancellare la pioggia insistente della notte milanese. Tra accelerazioni funkeggianti ed improvvisi rallentamenti, ecco sbocciare una pigra “The Devil Never Sleeps”; poi Beam dà le spalle al pubblico ed improvvisa nuovamente sui ritmi della band, fino a quando prende forma un’incalzante “White Tooth Man”.
Alla fine, la voce di Beam si leva esile in un silenzio assorto per intonare il fragile valzer di “Flightless Bird, American Mouth”: il tempo sembra fermarsi in un sospiro trattenuto, fino a quando la voce della sorella si affianca alla sua per introdurre un emozionante crescendo.

Quando Beam torna in scena per l’unico bis è da solo con la propria chitarra acustica, ma non occorre altro per ricreare l’incanto di “Naked As We Came”, con il nostalgico senso di caducità del suo arpeggio alla Simon & Garfunkel che conduce il pubblico ad unirsi in un coro a mezza voce. “Eyes wide open, naked as we came / One will spread our ashes round the yard”.
In fondo un artista non è altro che questo: il cuore nudo di un uomo.
Setlist
1. Lovesong Of The Buzzard
2. On Your Wings
3. Peace Beneath The City
4. Innocent Bones
5. Pagan Angel And A Borrowed Car
6. Upward Over The Mountain
7. Carousel
8. Cinders And Smoke
9. House By The Sea
10. The Devil Never Sleeps
11. White Tooth Man
12. Boy With A Coin
13. Sodom, South Georgia
14. Woman King
15. Wolves (Song Of The Shepherd’s Dog)
16. Resurrection Fern
17. Flightless Bird, American Mouth

e
ncore

18. Naked As We Came
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