29/02/2008

Selezioni Iw Campania - 3 Serata

SudTerranea, Napoli


di Ciro Frattini
Selezioni IW Campania - 3 serata

C'è vita sotto l'immondizia

Iniziano ad assomigliarsi un po' troppo questi resoconti. Terzo appuntamento con le selezioni campane di Italia Wave: parole che cambiano, a seconda della malata ispirazione del proprio autore; sensazioni che si avvicinano, o anche qualcosa in più. Siamo ormai al giro di boa: si è esibita più della metà delle band e si può tirare un primo bilancio plausibile, che vada al di là del puro caso. Mi viene da premettere una considerazione generale, che a qualcuno può parere una sorta di autocelebrazione autoctona, diciamo così, ma che è tutto tranne che questo. Non ho mai seguito più di tanto la scena locale, regionale o nazionale che sia, muovendo dalla sensazione, in certi casi convinzione, che si fondasse su un malcelato marchettopoli generale (che sia frutto di pseudo-amicizie o di mera contrattazione commerciale importa un fico secco). Ne sono ancor più convinto da quando ricopro questo ruolo di selezionatore. Cioè, io lo dico: qui c'è gente che suona, che suona bene (e non parlo solo di tecnica), che ha voglia di fare, passione e qualità. L'ho incontrata e ce ne sarà tanta dispersa lungo territorio italico, sullo stesso territorio in cui a ricevere promozione sono in pochi e per giunta malassortiti.
E' il solito problema di un paese che si è autocondannato a vivere nel conflitto d'interessi, nella carenza di professionalità, nel compromesso. Pensavo, in Italia ci sono tre tipi di musica che nascondono semplicemente tre tipi di lotta: i sanremesi, che lottano per i diecimila euro; i trombati da sanremo, che lottano per i mille euro; gli indipendenti, che lottano per i cento euro. L'altra sera in tv Frankie HI-NRG e Federico Zampaglione, in un raro momento di sincerità pubblica, litigavano a chi era più peggiorato con gli anni. E' una situazione ridicola. Voglio perciò fare un complimento, a tutte le band che ci hanno, sì, onorato, facendo col sorriso il doppio ruolo di facchini ed artisti; e creando un'atmosfera di partecipazione umana e professionale di alto lignaggio, che va ben oltre quello che è un concorso ed è una bella lezione di vita, che bisognerebbe mettere in pratica ogni giorno e in ogni contesto. A loro, e a tutti i musicisti nella nostra nazione e fuori di essa, che vivono con questo spirito la musica, va il mio sincero grazie.

Bene, finito lo sproloquio da comizio politico, entriamo nel vivo della serata. Come venerdì scorso ci ritroviamo tutti al SudTerranea Club di Napoli: ad aprire le danze sono i Rosso Rubino, primo gruppo etno ad esibirsi in questa edizione. Sestetto menomato (il trombettista Luca Aquino è in giro a promuovere il suo "Sopra le nuvole", lavoro di commistione fra jazz ed elettronica, edito pochi giorni fa da Universal), i beneventani presentano una fortunata mistura di canzone d'autore, sfumature jazz e suggestioni popolari. Forte della gran voce e presenza di Lorenzo Catillo, la band sviluppa affiatata le sue trame sonore (chitarra-batteria-contrabbasso-tastiera o fisarmonica), lo sfondo di storie che fondono, come precisano essi stessi, vita quotidiana ed immaginazione. Il delizioso connubio fra testi e musica ci mette il tempo di un paio di brani per conquistare palesemente il pubblico che riempie la saletta. E' vero, i Rubino sembrano la perfetta band da club, e grazie all'atmosfera creata e grazie alle indubbie capacità di intrattenimento: eppure io me li figurerei benissimo anche in palchi ben più grandi. Esibizione impeccabile e coinvolgente, frutto anche della tecnica e della maturità scenica dei singoli componenti. Si inizia bene, molto molto bene.
Seconda band in gara sono gli aversani Miriam in Siberia: fra tutte quelle ascoltate è forse quella che ha il maggiore potenziale inespresso. I Miriam sono un quartetto pop-rock che emotivamente ricorda la nuova creatura di Cesare Malfatti, ex-chitarrista dei La Crus, gli Amor Fou. Ottima la parte melodica, specie quando in primo piano (come nel brano di chiusura) è la tastiera; bene anche la padronanza strumentale, e il piglio maggiormente rock che mostrano sul palco. Qualche problema invece sulla coesione delle due anime e nel cantante/chitarrista che non riesce a calarsi in scioltezza nel duplice ruolo; inoltre da rivedere i testi. Possono e devono crescere per esprimere a pieno il talento che pure mostrano già oggi, magari anche emancipandosi da alcune reminescenze verdeniane.

Si sale sul palco e si osserva la tastiera che va via e lascia il posto ad una lamiera. Già, stanno per arrivare i Nembrot, terzetto noise di Saviano. La scena che si presenta a backline montato è questa: sullo sfondo batteria, coperchio d'acciaio e catena; sulla sinistra lamiera e chitarra suonata con archetto metallico; sulla destra una seconda chitarra. Si può parlare di terrorismo sonoro, di puro rumore. Non è così. Non voglio millantarmi come chissà quale espertone di noise, anche perché le mie sonorità abituali sono tutt'altre; però qualcosina della scena mastico, e penso di riuscire a farmi un'idea su chi o cosa suoni semplicemente gratuito, nascondendosi dietro una posa artistica; o su chi sia semplicemente troppo concettuale. I Nembrot mi sono piaciuti su disco, perché, nonostante rifuggessero figure musicali conosciute e cercassero strade in divenire, mantenevano vivo e visibile il fatto che ci fosse un significato nella loro esposizione. Stasera hanno reso dieci volte di più. A parte il fascino insito nel fatto stesso di vedere eseguita musica del genere (aumentata dalla ottima presenza su palco del trio), è stato lo stesso suono a mostrarsi di più al pubblico; che ha sorprendentemente ricompensato non scappando e applaudendo convinto. Questo non solo nelle parti più ritmiche, giocate sugli incastonamenti di lamiera e batteria, ma anche quando tutte le energie sono state liberate nella devastante coltre di suono finale: un modo nuovo di fare musica cosmica, con un muro di distorsioni che mantenevano una pur flebile identità ed armonia. Roboante e metallica, certo, ma capace di coinvolgimento a tratti commovente. Si resta storditi, e intendo anche fisicamente, dato che ancora a serata finita l'udito rimaneva stravolto, ritrovando la normalità solo a mattina seguente.
Quando i secondi beneventani della serata, i Lamia, hanno problemi di amplificazione, il primo pensiero è che quelli prima abbiano semplicemente sfondato tutto. Il quartetto, che nulla ha a che vedere coi Genesis ("abbiamo saputo solo dopo che il nostro nome era anche il titolo di una loro canzone"), presenta una delle proposte più originali finora ascoltate. Rock, nient'altro che rock, che si avvita su sé in ballate cupe e sanguinose, intonate dalla voce femminea di Enrico Falbo e scosse da saliscendi di matrice radioheadiana. Risultato molto personale e perfettamente eseguito su palco, con la band che spicca per compattezza sonora, qualità strumentale e interpretazione, non facendo avvertire il peso della perdita degli arrangiamenti (piano e violino) presenti su disco. Nonché per professionalità e maturità nel non farsi minimamente scalfire dai summenzionati problemi tecnici che hanno distrubato la prima parte della loro esibizione.

Ammetto, ottima musica sinora, ma ci vuole un momento "diverso". E' il tempo perfetto per i Gino Fastidio, che il mio collega di organizzazione Salvador Nero descrive perfettamente come band post-post-post-fun-punk (che non significa nulla ma si capisce benissimo). Trio in camice bianco, naso e baffi finti, i signori Fastidio sono alfieri di critica sociale nascosta da una patina demenziale ("hai perso te stesso, ma che forse è perché tu perdi tempo a guardare gli altri?"). Venti minuti di tre accordi ed esilarante show su ritmi ballabili, culminato nella vera e propria hit sottorranea "Buste": andate sul loro myspace ad ascoltare la versione remix. Se per i Rosso Rubino pensavo a palchi liguri, qui penso a piazze napoletane, magari sotto il municipio: il loro è lo sfogo di ogni cittadino; e per giunta è la pura e semplice verità.
Finiamo alle tre, in clima di allegria post-alcool e di sincera condivisione. Ancora una gran bella serata. Il pubblico è stato più numeroso rispetto alla serata d'apertura, e questo nonostante il grosso dei gruppi non fosse locale. Spero sia rimasto soddisfatto, e torni ancor più numeroso stasera, per il quarto e penultimo appuntamento. In cartellone altre quattro band: i ritmi impazziti dei Naadir, in evoluzione dal metal al funky; le raffinate melodie jazzy di Marco Saltatempo; il rock dei Sula Ventrebianco fra hardcore, indie e tradizione napoletana (che, per chi non lo sapesse, non c'entra nulla coi 99 Posse); lo scavezzacollo punk-pop dei The Wisers.
C'è vita sotto l'immondizia: il problema è che quest'ultima è davvero troppa.

(07/03/2008)

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