08/07/2008

Sinead O' Connor

Cavea dell'Auditorium, Roma


di Claudio Fabretti
Sinead O' Connor

E' un misto di affetto e temerarietà a trascinare sulle gradinate della Cavea una (ristretta, a dire il vero) pattuglia di fedelissimi di Sinéad O'Connor. Già, perché colei che è stata una delle più acrobatiche vocalist di sempre è ormai da tempo in caduta libera. Più degli strali che si attirò con la sciagurata performance del 1992 al Saturday Night Live (quella della foto di Giovanni Paolo II strappata in diretta tv), a spingerla verso il baratro è stata una spirale di follia e confusione, culminata in sparate deliranti e progetti artistici di dubbio valore. Un "cupio dissolvi" che sembra però essersi fortunatamente interrotto tra i salmi di "Theology", l'ultimo album della cantautrice irlandese. Un disco però "più utile a lei che a noi" - si era detto in sede di recensione - e anche questa serata romana, unica data italiana del suo tour, sembra confermarlo.

Quella che si presenta sul palco dell'Auditorium, infatti, è una Sinéad O’Connor ormai completamente "pacificata". Resta solo il cranio rasato a ricordare la guerriera disperata degli anni 90. Niente più pose da rockstar bisbetica o invettive blasfeme. La Nostra ha ormai assunto i panni e il contegno di una mistica. Madre Maria Bernadette - come è stata ordinata dalla setta scismatica "Latin Tridentine Church" - appare un po' appesantita e piuttosto goffa nel suo camicione bianco, al punto da assomigliare più a un bonzo o a un santone indiano che a una cantante rock. Ma tant'è: chi si era innamorato degli occhioni dalle calde lacrime di "Nothing Compares 2 You" o delle movenze da pantera di "Mandinka" dovrà farsene una ragione.

Entra in scena sommessamente, Sinéad, a piedi nudi, accompagnata dal fidato chitarrista Steve Cooney, deus ex machina dell’ultimo album, e dal polistrumentista Kieran Kiely. Un set acustico che vorrebbe trasmettere il senso di sacralità di "Theology", con la sua teoria di salmi, inni e versi del Vecchio Testamento. Ma il rosario snocciolato dalla O'Connor non va al di là di un compitino diligente, svolto con un pizzico di timore: tonalità tenute troppo basse, quasi a temere qualche defaillance (e in effetti ogni tanto qualche colpo di tosse giunge a insidiarla) e interpretazioni fin troppo soft. La ragazzina invasata che si sgolava tra le rovine in fiamme di "Troy", insomma, è un lontano ricordo.
Scorrono così, quasi senza soluzione di continuità, sette dei nuovi brani, dalla tenera ouverture di "Jeremiah – Something Beautiful" (il pezzo migliore di "Theology") alle melodie più scontate di "Whomsoever Dwells" e "Dark I Am Yet Lovely".

A spezzare il torpore che – inutile negarlo – contagia ormai la platea arriva, paradossalmente, una ninnananna: "All Babies", uno dei pezzi più commoventi di quel disco intimissimo e prezioso che era "Universal Mother". Il pubblico ora si scalda e applaude con convinzione. Adesso sembra proprio lei. Ed ecco allora, a incoraggiare il soprassalto nostalgico, un’altra ballata di razza, "Black Boys On Mopeds", dal suo disco più amato, "I Do Not Want What I Haven’t Got". E allora Sinéad va sul sicuro e ripesca altri tre brani di quella magica tracklist: basta anche solo una versione edulcorata di "Nothing Compares 2 You" (il suo massimo hit, a firma Prince) per far scattare tutti in piedi; poi è la volta di "I Am Stretched On Your Grave", adattamento di Philip King da un poema gaelico del 17° secolo, e della splendida "Last Day Of Our Acquaintance", dolente ode a una separazione, in cui balenano anche, a tratti, i bei vocalizzi perduti.

Peccato che, proprio quando stava decollando, il concerto debba volgere già al termine. La nenia di "Thank You For Hearing Me" suona quasi come un ringraziamento per la fedeltà. "Sinéad we love you" le grida qualcuno. Lei sorride, ringrazia e saluta tutti.
Al ritorno sul palco, solo un paio di bis e non certo memorabili: "Psalm 33" e il tradizionale spiritual "Rivers Of Babylon", con un testo riveduto dalla stessa O'Connor.

Piace l’idea di vederla finalmente in pace con sé stessa, placidamente intenta a sfogliare il suo libro dei salmi. E c’è da sperare che, operando con maggior serenità, riuscirà a ritrovare anche artisticamente la strada perduta. Ma ora lasciateci il ricordo della ragazzina invasata di "Troy" o anche solo di quella "madre universale" in lotta permanente contro tutti i demoni del mondo. Perché, musicalmente parlando, la vera Sinéad resta quella.

Setlist
  1. Jeremiah – Something Beautiful
  2. Isaiah – Vineyard
  3. Ps. 91 – Whomsoever Dwells
  4. Job – Watcher Of Men
  5. Solomon – Dark I Am Yet Lovely
  6. Healing Room
  7. All Babies
  8. Black Boy On Mopeds
  9. Junkie Lies
  10. Never Get Old
  11. Nothing Compares 2 You
  12. I Am Stretched On Your Grave
  13. Last Day of Our Acquaintance
  14. Thank You For Hearing Me

  15. Psalm 33
  16. Rivers Of Babylon
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