05/01/2008

Riccardo Sinigallia

Mutiny Republic, Napoli


di Angelo Franzese
Riccardo Sinigallia

Serata intima, quella del 5 gennaio. Napoli sconvolta e messa sottosopra da dinamiche politiche perverse, si ritrova a ospitare senza clamore uno dei più grandi cantautori dell'ultima generazione. In sordina, amichevolmente.

Alle 22, Riccardo Sinigallia è seduto su un divano di fianco a un'arcata del portico che circonda lo splendido Mutiny Republic, chiacchiera sorseggiando e spiega le motivazioni delle sue ultime trovate. Le rispiega poi, sul palco giocattolo allestito tralasciando particolari ampollosi, con la Sua tastiera Nord e la Sua chitarra: è in giro per l'Italia, ma è come se lo volesse solo sussurrare. Sembra di riassistere a un tenero ritorno al futuro da parte di un sopravvissuto di un'altra epoca, quella dei club per cantastorie che non temevano di pubblicizzare messaggi, canzoni, semplicità.

L'attesa non è fervida, c'è calma, ci si confronta, si aspetta solo che il ragazzo decida di cambiare posizione e cominci una cosa che poco somiglierà a un'esibizione vera e propria. E quando lo fa, stabilisce subito un contatto diretto con l'indefinito: suona, canta, socchiude gli occhi, dà ogni forma possibile alla circonferenza labiale e va in estasi. Lambisce con le sue mani la tastiera di cui prima per tre gioielli dell'ultima fatica, in rigoroso ordine discografico: "Finora", "Laura", "Amici nel tempo". Canzoni spogliate dei già non invasivi arrangiamenti e consegnate a un pubblico silente, osservatore più che ascoltatore. Canzoni che spaziano dagli amori ai vuoti personali, passando per la tenera malinconia delle plurime forme di amicizia. Un break d'autore, più forte di tutto ciò che verrà di lì in poi, per fare da sveglia, da anticamera.

La tastiera rossa, da qui, viene definitivamente abbandonata in favore di una chitarrina altrettanto personale. Il rapporto diventa ancora più diretto, il dialogo è aperto e pure leggermente più sfrontato. Restano le sue espressioni alla Keith Jarrett, perché è uno che sente la musica, la coccola, la condivide. Si viaggia pari pari negli anni 70 e si comincia seguendo forse le intenzioni di partenza. Un uomo solo col suo strumento a dar forza alla parola, in maniera tale che si lasci una traccia in ognuno, un tarlo di vita positiva, un ricordo da vivere con un sorriso accennato, con uno sguardo semi-triste. Un uomo senza fronzoli, senza assillanti attenzioni rivolte alla perfetta riuscita sul piano musicale, senza la catena del "dovere". Riccardo è il centro di un incontro tra amici, tutt'altro che un divo da idolatrare.

Fa il menestrello, lancia proclami sulla scena indie napoletana, saluta i 24 Grana presenti e invita al passaparola buono. Crea l'unione molecolare dei suoi mondi citando Massimo Volume ed Elettrojoyce, resi a loro volta vicinissimi dalle penne di Emidio Clementi e Filippo Gatti confluite in "Anni di Pace", monito deforme rivolto a questo popolo inerte perso nelle "frasi adatte alle occasioni, che non lasciano tracce, ma somigliano a noi". Quale migliore fotografia inconsapevole della splendida Napoli di fuori, devastata da non si sa chi e non si sa cosa, sordida, manipolata da obsoleti luoghi comuni. In questo fiume sembra bagnarsi anche "La revisione della memoria", ancora più feroce, ancora più penetrante, durissimo atto d'accusa scaraventato addosso a chi dovrebbe ma non fa, usando come pretesto le revisioni (s)corrette della storia degli eventi.
Ci siamo ritrovati così innanzi al momento "politico" della serata, come sempre nascosto dietro i capelli, esposto con garbo e voglia di sentirsi orgogliosamente dinosauri.

I momenti leggeri, invece, ricadono nelle note de "La descrizione di un attimo" o "Bellamore", canticchiate timidamente dagli "spettatori", quasi come se non si volesse davvero turbare la quiete che nell'aria si sente.
Carino anche l'omaggio ad Alan Sorrenti in uno dei tre ritorni, interpretando una "Figli delle stelle" in barba all'originale, sola soletta e molto poco dance.

Il finale è per "Il nostro fragile equilibrio", pezzo forte di "Incontri a metà strada", ancora una volta dedicato alle corde esistenziali perennemente tese. Il tema della fragilità si perpetua nella sua scrittura, è evidentemente un appiglio costante, un punto di curiosità. Forse non è un caso che funga da saluto, da "arrivederci a presto". Chissà se questo esperimento avrà un seguito negli anni a venire, ma a prescindere da considerazioni di forma, assistere a un concerto simile significa davvero creare il convivio delle menti. Quanto è dolce l'osservazione se finalizzata alla riflessione, "usando" ascolto e forza della memoria.

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