02/06/2008

Stephen Malkmus & The Jicks

Estragon, Bologna


di Alex Poltronieri
Stephen Malkmus & The Jicks
Come ci si confronta con una leggenda del rock? Forse, se il nome del tizio sul palco è Stephen Malkmus, aspettandosi troppo. Aspettandosi qualcos’altro.
Eppure i segnali erano chiari. Malkmus non significa Pavement, il suo repertorio solista non potrebbe essere più lontano da quello della band di cui era il leader sino a un decennio fa.
Il Malkmus solista (gli Jicks fanno da supporto e basta) è un'altra cosa. I fan dei Pavement obietteranno che sono venuti a mancare proprio quei ritornelli catchy che hanno reso popolare la band di Stockton. Molti mugugneranno che il sound è distante anni luce dal low-fi degli esordi. Ma fa tutto parte del piano. Perché Malkmus non ha più voglia di scherzare. Lo vedi lì sul palco, col viso corrucciato, pare scazzato, quasi come se intuisse che una gran fetta di pubblico è lì perché spera che lui se ne esca con una “Shady Lane”, una “Summer Babe”, una “Cut Your Hair”. Invece nulla.

Il concerto è esattamente l’opposto di quello che la gente si aspetta. Niente più prese in giro (giusto un’improvvisazione al volo di un ipotetico tema per il film di “Sex And The City”, però Malkmus ammette di non essere riuscito a comporlo), niente più “canzonette”. La stessa struttura dei brani è anti-popolare, in controtendenza alla tipica forma-canzone (molti pezzi superano i sei minuti). Questo perché Malkmus (e chi conosce, almeno un poco, i suoi dischi lo sa bene) con gli Jicks sta tentando di creare una sua, bizzarra, versione dei Mad River, o dei Groundhogs. Una band che guarda da vicino alla psichedelia dei tardi 60, e che, partendo da un semplice motivetto, si lancia in lunghe suite strumentali, in cui a farla da padrone è la chitarra stessa di Malkmus.

Certo la voce dell’ex frontman dei Pavement è sempre quella, scombiccherata e indecifrabile, ma la musica, quella è davvero cambiata. Così, uno dopo l’altro, ecco che gli Jicks snocciolano pezzi come “Hopscotch Willie”, “Dragonfly Pie”, “We Can’t Help You” (dall’ultimo lavoro “Real Emotional Trash”), ma anche “It Kills” e “Pencil Rot” (da “Face The Truth”), “Water And Seat” e “Animal Midnight” (solo questi due pezzi da “Pig Lib”, non a caso l’album di Malkmus che più si allontana da quello che è l’attuale mood dei Jicks). Qualche flirt con melodie bubblegum più facilone nella divertente “Gardenia”, ma dura solo un attimo. Non abbastanza, evidentemente, per scaldare il pubblico dell’Estragon.

Eppure Malkmus pare impegnarsi (senza strafare), e la band che lo accompagna è ultra-professionale. L’entrata in campo, alla batteria, della tecnicissima Janet Weiss (era nelle Sleater-Kinney) spinge il sound del gruppo verso floridi lidi heavy, più tirati, ulteriore rinforzo per la completa trasformazione del Malkmus-pensiero.
Oltre un'ora e mezza di lunghe jam chitarristiche, che tuttavia non sembra pesare (almeno per chi scrive) e poi si chiudono le danze. Il pubblico se ne va, forse nemmeno conscio di quello cui ha appena assistito. Ma quel tizio sul palco sarà stato davvero Stephen Malkmus?

Dopo lo show, nel retro del locale, questo eterno ragazzo si ferma a firmare qualche autografo (così come il resto della band, a cui appartengono pure Mike Clark e Joanna Bolme) e a fare due chiacchiere con i fan della prima ora. Qualcuno gli dice “Sei un genio”. E lui gli risponde “Probabilmente lo sei pure tu, solo che non lo sai”. Altroché “leggenda”.

P.S. Merita una segnalazione il giovane Jeffrey Lewis che, accompagnato al basso dal fratello Jack, ha aperto il concerto di Malkmus. Quello di Lewis è un cantautorato naif e bizzarro, più vicino all’indie-pop di Ben Kweller o dei Moldy Peaches che al folk tradizionalista di un Bright Eyes. Le melodie di Lewis sono semplici e divertenti, e, in un paio di occasioni, sfociano in code psichedeliche deliranti, in cui fa da sottofondo il sample di una drum machine molto anni 80.
Il meglio viene però quando Lewis mostra, e narra, canticchiando, i suoi “film”: sono semplicemente dei disegni proiettati in sequenza come diapositive. Piccoli sketch di cultura underground, che lasciano il segno, una via di mezzo tra l'universo dei fratelli Grimm e “Ghost World” di Daniel Clowes.
Setlist
  1. It Kills
  2. Animal Midnight
  3. Elmo Delmo
  4. Hopscotch Willie
  5. Out of Reaches
  6. Baltimore
  7. We Can't Help You
  8. Ret
  9. Post-Paint Boy
  10. Jenny and the Ess-Dog
  11. Gardenia
  12. Dragonfly Pie
  13. Water and Seat
  14. Pencil Rot
  15. Mama
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