16/10/2008

White Hills

Sinister Noise, Roma


di Simone Secci
White Hills
Dopo aver ospitato pochi mesi fa lo splendido trio hard-psych dei Dead Meadow, il Sinister Noise di Roma merita un plauso per la sua costante promozione ad alcune delle più interessanti realtà della scena heavy. Affini nelle sonorità ai Dead Meadow, sono anche i protagonisti di stasera: i White Hills di Brooklyn, New York, dediti anch’essi a una forma di hard rock-psichedelico, che risente in egual misura dell’influenza degli antichi maestri Hawkwind e della lezione melodica di gruppi che con l’hard-rock hanno poco a che fare, come Loop e Spacemen 3. Una formula emersa nei circuiti underground grazie soprattutto a “Heads On Fire”, l’album edito lo scorso anno per Invada Records.

A salire sul palco prima del trio americano sono due gruppi locali, Snake Cult e White Rainbows.
I primi ad esibirsi sono gli Snake Cult che sfoggiano un ottima capacità di fondere l’influenza sabbathiana, smarcandosi dai clichè di genere con un suono a metà strada tra lo space noise di Helios Creed e gruppi hard-punk come Flipper e Bl’ast. Buona la resa strumentale, meno interessante l’esito quando la band si lascia tentare da soluzioni facilmente seventies rock.
Dopo gli Snake Cult è il turno dei White Rainbows, che dimostrano da subito con il loro stoner-blues tiratissimo, di non temere confronti con i maggiori rappresentati del genere, perlomeno per quanto riguarda la resa sul palco. Le composizioni si lasciano ascoltare, ma colpiscono davvero solo quando tentano di distaccarsi dagli stilemi tipici, con controtempi sempre molto azzeccati e buone intuizioni ritmiche.

Siamo ormai vicini alla mezzanotte quando i White Hills iniziano a suonare. Sono in tre - chitarra, basso e batteria - e l’occhio cade subito sulla sterminata collezione di effetti seminati ai piedi del minuto chitarrista, Dave W, per concentrarsi poi sui singolari travestimenti del losco figuro dietro i tamburi (Bob Bellomo) e sull’ostentata femminilità della bassista Ego Sensation.
Dave W, schiavo della sua sei corde, dà luogo a una continua orgia di feedback e delay, che interrompe solo per darsi a lancinanti fraseggi che si perdono nella devianza elettrica del wah, sostenuto da una batteria potentissima e incessante e da semplici ma bellissime intuizioni melodiche del basso. Ed è specialmente nel basso e nella voce che il trio lascia scorgere l’influsso della nuova psichedelia inglese anni 80, un basso che si scopre quasi wave e dona la giusta dose di emotività e fisicità ai mantra totalizzanti della chitarra: è soprattutto grazie a questa chiave che il gruppo riesce a rendere coinvolgenti le sue lunghe suite space-rock, che rischierebbero altrimenti di rivelarsi insostenibilmente ripetitive. I White Hills superano magistralmente questo scoglio, come nella magnifica “Eye To Eye”, che scivola verso la metà in un lento incedere kraut-rock, che richiama alla mente i Can, e nei due pezzi finali, cavalcate psichedeliche tesissime, ai confini del punk.

Acclamati a gran voce, apparentemente instancabili, i White Hills non si esimono dall’omaggiare il pubblico con un bis breve, ma ispirato.
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