08-09/05/2009

Dissonanze 2009

Palazzo dei Congressi, Roma


di Veronica Rosi
Dissonanze 2009

Roma è una città di estremi. Quando vengo, devo scegliere: destra/sinistra, Roma/Lazio, coatto/fighetto. Questo weekend c'è il festival di elettronica più importante d'Italia dentro il Palazzo dei Congressi dell'EUR, e la festa della Polizia di Stato in Piazza del Popolo. Questo weekend ho scelto Dissonanze.

Giorno I

La cosa più figa di Dissonanze è la location. L'imponenza bianca e fascistoide del Palazzo dei Congressi, tra gli stradoni dell'EUR, si tinge di un rosa fluo della migliore tradizione della club culture, gli ambienti abnormi all'interno rivelano insospettabili doti acustiche, e la terrazza, con le panchine neoclassiche davanti al palco, include un inedito pezzo di cielo romano. Però quest'anno c'è anche l'Ara Pacis, posto ancora più figo adesso che è una specie di matrioska architettonica. Certo, un posto molto più piccolo, troppo piccolo: ma l'organizzazione si gioca bene la carta marketing con la parola magica di ogni metropoli che si rispetti: esclusivo. Il cocktail pre-serata con DJ set e istallazioni sulla terrazza dell'Ara Pacis è, infatti, ad inviti. Ma chi ce li ha questi inviti? Le entrate sono separate, ma la fila c'è solo agli accrediti stampa. Infatti, una volta su, trovo una fauna fashion-capitolina: hipster vestiti con lo stampino (ray-ban wayfarer, jeans stretti, all stars, maglietta stretta, giacca), ragazze tiratissime con un campionario di scarpe da Sex & The City, soggetti dall'età imprecisata, con barba e occhiali à la Jarvis Cocker (volgarmente detti “i Ray-Ban Arisa”), e si conoscono tutti. Parlano tra loro come se si fossero visti anche la sera prima. Gli unici che non parlano con nessuno sono quei pochi con il pass da artista, che si aggirano alienati con gli auricolari nelle orecchie. In effetti, la musica è discutibile: Fergus Purcell in arte Fergadelic, un tizio spilungone dall'aria hippy che è famoso per la sua grafica rubata alla street art, mette una playlist degna della peggiore bettola anni 80: dai Duran Duran a C'est La Ouate, per poi strimpellare sul metallofono durante i pezzi di Bruce Springsteen. Di istallazioni e visual nemmeno l'ombra: il proiettore c'è ma è spento. Avendo bisogno di un po' di arte vado a guardarmi l'Ara Pacis vera e propria, chiusa nel su acquario di silenzio, mentre a pochi metri dilaga il traffico del Lungotevere. Ammiro i fregi esterni, e penso che la location è bella quanto opportuna: l'Ara riproduce, sebbene con altri vestiti, i vari familiares, augures e sacerdotes che chiacchierano in terrazza.

Il pubblico festival, deo gratias, è assai più eterogeneo. Certo, mettere Timo Maas e Magda in line-up ha attirato una serie di vichinghi dell'afterhour con problemi di droga, ma fino all'una il salone è godibilissimo: Moderat, il cerbero creato dalla fusione di mostri dell'elettronica contemporanea quali Apparat e Modeselektor, serve subito un set fuori dall'ordinario. All'inizio il sound è più Apparat, con tanto di basso elettrico suonato live da lui stesso, poi nella seconda metà cominciano ad arrivare i suoni acidi e schizzati dei Modeselektor, che mi regalano l'unico momento electro del festival.

Segue il set iper-minimale di Kenny Larkin, che propone pura techno 4/4 senza fronzoli e senza pause, ma nel frattempo il salone si è riempito e, anche se in terrazza il set dei Flying Lotus feat. Samyam ha attirato un po' di gente, tutti aspettano Timo Maas. Biondo, star-dj, finlandese, al centro della scena techno-house globale da 15 anni, conosce i suoi vichinghi, e li tiene per due ore in un dancefloor affollatissimo solo con la forza delle dita. Qualcuno storce il naso: è commerciale, non in linea con lo spirito avant-garde di Dissonanze, che l'anno scorso in salone ci aveva messo Model 500, Juan Atkins e Cobblestone Jazz.

Nel frattempo, però, chi è rimasto seduto in aula magna si è già goduto la splendida esibizione dei Mokadelic: gruppo nostrano che suona un post-rock ambientale e vagamente shogaze, accompagnato da dei visuals stupendi che hanno come tema il volo, la velocità, l'affascinante mistero della gravità terrestre. Segue la prima e per ora unica tappa italiana delle Telepathe, duo indie-techno di Brooklyn che porta uno dei album di debutto più originali di quest'anno. Peccato che, dal vivo, l'impatto di un pezzo geniale come “So Fine” sia molto ridimensionato: un po' perché non c'è un cane, un po' perché loro sono inesperte, un po' perché la voce è troppo bassa rispetto alla drum machine e un po' perché non sanno proprio cantare. La vera elettronica sperimentale, ad ogni modo, deve ancora venire.

AtomTM si presenta incravattato, serissimo, occhiali scuri. Vedo in tempo reale come incrocia i suoi sample grazie ai visual à la computer world, e mi nutro della sua techno minimale e drammatica, intervallata da surreali momenti di cinguettio, mentre lo schermo mostra lui in vacanza a Malta. Mi stupisco positivamente del sound system dell'Aula, assolutamente privo di sbavature, ma ancora non ho sentito niente: la performance di Byetone ha dei suoni così bassi che la techno la sento attraverso lo stomaco, mentre i visual minimali provocano attacchi epilettici in sala. E mentre in terrazza non c'è più nessuno e Timo Maas passa il testimone dei vichinghi a Magda, io mi tengo Signal (ovvero Alva Noto + Byetone + Komet) fino alla fine, finché non ci vedo e non ci sento più.


Giorno II

Rieccomi tra le Mini e le ragazze della Ferrarelle a dare una seconda occhiata all'Ara Pacis. Il vino bianco è gratis ma fa schifo. Mi sa che non sono solo io ad essere sconvolta dallo squallore di questo pre-festival, dato che oggi c'è molta meno gente, e quasi zero artisti. Il povero Professor Genius, relegato in console senza manco più il proiettore, propone un accompagnamento ambient così sovrastato dal chiacchiericcio dei vari familiares che presto si trasforma in qualcosa con una cassa più aggressiva, ma comunque lontano dall'italodisco che mi aspettavo da lui.  Sbadiglio, e vado all'EUR.


La terrazza, non c'è niente da fare, non decolla. Il sound system è sottodimensionato rispetto allo spazio, il DJ distante dal pubblico, la musica fin troppo uguale a sé stessa. Giusto i Buraka Som Sistema con il loro show a base di afro-techno globale e attitudine da MC smuovono un po' i culetti del pubblico prima che chiudano le scale.Stasera è il salone a darmi soddisfazioni, con un fomentatissimo Lindstrøm a mettere house meravigliosamente melodica, campionando persino “Everything Changes” dei Take That.

Il nomone di oggi è Laurent Garnier (dato che Sebastien Tellier, dato quasi per certo quest'anno, ha paccato) . Si presenta con 3 assistenti più una tromba e un trombone, e chi ha sentito il suo ultimo album sa perché. Piccolo duce, mento alto dietro la console, dirige gli altri con le mani e mette la sua musica, “Horny Monster Mix” di nome e di fatto. Non appena arriva il primo fischio da qualche vichingo sopravvissuto alla sera prima, prende il microfono e dice: “Non conoscete questa musica, lo so, ma non me ne frega niente. Ascoltatela, e forse vi piacerà. Forse.”

A Critical Mass in teoria dovrebbe proporci un po' di deep house, ma il set è molto riflessivo, con lunghi momenti di sospensione. Questo finisce per produrre un fastidioso viavai di vichinghi che si buttano a ballare quando sentono la cassa, e poi ritornano verso il bar non appena finisce (la cassa, che è palesemente l'unico motivo per cui hanno pagato 36 euro), impedendo alla gente di ballare in pace.

L'Aula, invece, è strapiena fin dalle 11 per Bat For Lashes, la nuova stella della Parlophone, al suo secondo album. Descritta comunemente come un incrocio fra Bjork, Tori Amos, Kate Bush e Cat Power, dal vivo tira fuori un personalità ed un talento che va oltre i suddetti  lusinghieri riferimenti Sale nel suo palco (decorato con bambole, lumini e teste di cervo) fasciata in una fantastica tutina optical bianca e nera, e mi fa subito capire che quella voce che è sul disco ce l'ha davvero. Forte di una band brava quanto lei (la batterista e la bassista sono eccezionali musiciste nonché seconde voci), sfodera i migliori pezzi del nuovo disco senza paura di mettersi alla tastiera, e non lesina un'intensa “What's a Girl To Do” (dal precedente “Fur And Gold”). Scrosciano, meritatamente, gli applausi.

I Micachu & The Shapes raffreddano parecchio il pubblico: troppo slegato il loro noise/folk cantato con la voce da zecchino d'oro, ma li rivaluto immediatamente non appena attacca Peter Christopherson. Il suddetto soggetto, che ricorda un Peter Gabriel invecchiato e con 40 Kg in più, membro storico dei Throbbing Gristle e degli ormai dissolti Coil (e infatti una buona metà del pubblico è formato da fan nostalgici nerovestiti), si presenta in vestaglia maculata e col laptop mette ambient di infima categoria, mentre spiega dettagliatamente i visual: “Ecco cosa si trova dentro i cellulari di seconda mano in Thailandia”. Nell'ordine: una decapitazione amatoriale di essere umano (con gente che esce dalla sala), due adolescenti che scopano, ragazzini thailandesi seminudi mentre scorrono registrazioni amatoriali in tema tsunami. Lui tiene in mano una specie di cellulare e interpreta lo spettacolo contorcendosi da seduto.

Mentre mi domando se sia Arte, salgono i Salem. Lei, una controfigura brutta di Debbie Harry che sembra raccattata sulla Colombo durante il tragitto per l'EUR, è davanti ad una tastiera, ma non suona, limitandosi a fumare svogliatamente una sigaretta. Lui, fermo in piedi dietro al microfono, non emette suono ma fuma e beve un superalcolico attaccandosi alla bottiglia. L'altro, la cui faccia è censurata dai capelli, spispola immobile campionando i singhiozzi di una donna, mentre sullo sfondo vediamo filmati amatoriali di notti brave in macchina in qualche periferia degradata americana. Alzandomi educatamente, mi stringo a deboli speranze sul prossimo, sconosciutissimo artista, quando un tizio si avvicina: “A livello di libertà come sei messa?” Sto per andarmene definitivamente quando, dopo aver fatto saltare i contatti due volte, Actress mi campiona i Kraftwerk e dimostra che la sua techno violenta meritava il Salone più che l'Aula Magna, dove intanto una decina di persone giacciono addormentate sulle poltrone.

 Sebbene fedele al motto “never stop discovering”, Dissonanze sembra un po' in crisi d'identità tra diventare un festival da clubbing puro o mantenere stretti i legami con le frontiere dell'elettronica contemporanea, cioè con un genere di musica più vicino all'arte che all'intrattenimento, e quindi di scarsa popolarità (e poco attraente per gli sponsor). Se le vie di mezzo, come poteva essere il programma della Terrazza, sono da scartare, certo è che il modello rimane il Sònar di Barcellona, che infatti quest'anno ha una line-up simile (ma decisamente più ricca). A livello di libertà, comunque, sono messi bene.



Voti:
Line-up: 7
Organizzazione: 3 (alle due la biglietteria chiude e e se ne va, chiedo chi comanda alla sicurezza ma tutti mi dicono “non lo so”; ma soprattutto, non c'è un cazzo di guardaroba. Giustificazione: “Eh l'anno scorso era giugno e faceva caldo”.)
Location: 8
Acustica: 8
Pre-serata: 3

 

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