22/05/09

Lydia Lunch

Unwound Club, Padova


di Michele Saran
Lydia Lunch
La stagione 2009 dei concerti di qualità dell’Unwound di Padova prosegue e in qualche modo culmina con il concerto-evento di Lydia Lunch del 22 Maggio, una delle rare date italiane dell’artista statunitense degli ultimi anni. Per il tour italiano e internazionale, l’antidiva della “No New York” rispolvera nientemeno che il repertorio leggendario dei Teenage Jesus & The Jerks, uno dei quattro punti cardinali della scena alternativa di fine 70 (documentati nella succitata compilation curata da Brian Eno). In origine supportata da musicisti del calibro di James Chance e Jim Sclavunos, nel 2009 Lunch si fa accompagnare dai non meno degni Gallon Drunk (Terry Edwards, James Johnston, Ian White).

Apre l’intensa performance dei nostrani Elettrofandango, con una nevrotica fusione tra le cantilene avvinazzate di Tom Waits e i battage alienati dei Pere Ubu.
Quindi lo charme nero di femme fatale (attempata ma dal fascino ancora magnetico) che Lydia Lunch dispensa qua e là nel pre-concerto a zonzo per il locale, nel palco diventano l’essenza stessa dell’espressionismo rock. Lo sguardo vacuo, spiritato, sbarrato, le labbra semiaperte con rossetto rosso fuoco, sono la figurazione stessa del “No”. La sua chitarra scalpita tra accordi vagamente accennati e un caos selvaggio, mentre il rullante scandisce brutalmente il “tempo” (in un ritmo praticamente primitivo), il basso dissona con foga animale e il sax increspa oltremodo il baccano assordante. I brani, da “Red Alert” a “The Closet”, da “I Woke Up Dreaming” a “Race Mixing” (quest’ultima con l’avvertimento della stessa Lunch: “Don’t Try This!”), sono schegge impazzite di paranoia esplosiva. La loro esecuzione live rende ancor più merito della loro concisione atomica, sebbene Lunch non canti più come l’ossessa indomabile di un tempo.

La prima parte del set (nemmeno 20 minuti in totale) è dunque al calor bianco. Dopo un intermezzo dedicato a un solo ultracacofonico del sax “totale” James Johnston, la band rientra per presentare il nuovo progetto di Lunch, intitolato Big Sexy Noise. Oltre alla dama gotica in nero e la diavolessa no wave, Lydia in questo frangente riveste alla perfezione il ruolo della performer rock dannata.
Pur tradizionale in senso Nick Cave-iano, la nuova carrellata di canzoni (tra cui la cover di "Kill Your Sons" di Lou Reed) annovera il groove martellante della sezione ritmica, i fraseggi voodoo della tastiera, e soprattutto il carisma della cantante, liberatasi della chitarra e ormai in perfetta simbiosi con la sua voce passionale, roca ma pregnante, e soprattutto il suo stile di cauta aggressione del palcoscenico. Lunch concede un solo encore, lamentando la carenza di una “fuckin’ air conditioning”, ma il risultato ha abbondantemente soddisfatto.

Ben oltre il concetto di revival, il concerto è stato un test para-psicologico di un’artista - all’epoca (1976) nemmeno maggiorenne, e ora quasi cinquantenne - dotata d’imprevedibile volontà di rinnovamento. Praticamente un “Vs.”, un confronto tra progetti, tra passato e futuro, tra ere e periodi di un’artista-mito, che nel dopo-concerto fuma l’immancabile sigaretta tranquillamente attorniata dal pubblico, tra autografi, complimenti e ammalianti sguardi obliqui. Memorabile.

(contributi fotografici a cura di Mattia Girardi e Alberto “AlbyFR2” Bonato)
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