01/12/2009

Melvins

Estragon, Bologna


di Maurizio Inchingoli
Melvins
Questa non è una recensione, questo è solo, si fa per dire, il live report di una serata speciale, come poche, rarissime volte è dato di assistere. Dobbiamo ammettere di essere stati tra quei fortunati mortali che hanno ancora avuto una possibilità di assistere a un concerto unico e irripetibile, pur restando i Melvins una band legata a doppio filo con l'esibizione dal vivo tout court: sono in tour da una vita e speriamo di vederli ancora una volta.

Dicevamo di questa serata: abbiamo sfiorato la perfezione, cioè quel connubio felice tra esibizione e show, quella risoluta voglia di fare spettacolo col solo ausilio di un indiscusso talento e voglia di stupire e cambiare le carte in tavola, e non è mica una cosa da poco.
I Melvins, da Aberdeen, stato di Washington, non hanno mai smesso di sorprendere, di erigere muri del suono che divertono anche, nonostante mettano in scena tutto il campionario intimistico e indie di persone che vivono sulla propria pelle le frustrazioni, ma anche le passioni della vita di tutti i giorni.

Partiamo da una delle tante considerazioni possibili. Focalizziamoci ad esempio sulla resa live di pezzi che già su disco sono resi ottundente prova di forza, rallentato incedere di una corsa verso la distruzione. L'elemento che fa da collante con queste ingrate dinamiche è l'ironia e la resa quasi teatrale dei nostri: ebbene sì, quella che manca ad esempio a tante band coeve che si prendono troppo sul serio. I nostri mutuano felicemente la spocchia e le pose rock dello spettacolo grandguignolesco di mostri sacri come Kiss e Black Sabbath e lo mescolano sadicamente, passandolo al frullatore, con inserti di umoristico e sentito omaggio a paladini di certo rock da airplay come il vecchio Alice Cooper.
Ma non dimentichiamoci che contemporaneamente King Buzzo e Dale Crover innestano abbondanti strutture post-punk, rallentando e diluendo il tutto in una ubriacante miscela psych-rock come nessun altro è riuscito a fare fino ad ora. I tentativi sono stati numerosi e non sempre efficaci, ma la matrice originaria rimane la loro, non ce n'è davvero per nessuno, almeno per chi scrive. Intendiamoci, ci sono altri esempi di gruppi metal peculiari che hanno rinnovato la precedente grammatica hard-rock, vedi Neurosis e Slayer, ma lì siamo già in territori più estremi, che invece i Melvins hanno solo lambito. Si sono fatti gioco di tali dinamiche, le hanno trasfigurate e le hanno fatte proprie con la sola forza di un talento innato, quello, ripetiamo, di divertirsi e di allietare un pubblico attento che vuole rumore e caos organizzato quanto basta per godere all'infinito di tali e tante emozioni.

La serata dell'Estragon è stata l'ennesima riprova che quando la storia musicale mostra i suoi muscoli, questa diventa splendido esempio di viva e devastante voglia di divertirsi. Ad aprire il set, e le orecchie, i Porn, di fatto una  protesi dei Melvins stessi, cattivi quanto basta per lavorare ai fianchi il pubblico, invero non numerosissimo, che era tutto concentrato nell'attesa di farsi del male fisico e spirituale di fronte ai testi quasi patafisici ed ermetici di King Buzzo e alla batteria di un mostro delle pelli come Dale Crover.
Come un vampiro, il duo si presenta per una manciata di pezzi solo chitarra e batteria, l'antipasto succulento che precede la vera esibizione; ricordiamo ad esempio, in apertura del set, una versione al fulmicotone della storica "It's Shoved". Infatti, dopo una breve pausa, intervallata da musiche di vecchie volpi come Frank Sinatra & soci, e successivamente accompagnati dalla sigla sberleffo di A-Team, fanno il loro ingresso sul palco una delle migliori sezioni ritmiche di sempre, quella dei Big Business, nelle persone dal vistoso taglio freak del batterista Coady Willis e dal basso tellurico dell'ex-Karp, altro quasi misconosciuto combo cattivello, Jared Warren. Inutile ribadire che il set acquisisce forza e compattezza che spazzano via ogni dubbio sulla generosità e sulla peculiarità tutta fisica della proposta. Si passa da una monstre-version di "Hooch", l'apice spirituale e fisico del concerto, alle pop "The Bit" e "Kicking M.", indietro fino ai tempi di "Bullhead" con una strepitosa e abrasiva "Anaconda". E poi "Smiling Cobra", "Billy Fish", e tante altre pietre miliari ottundenti che diventano un sentito omaggio a certo rock statunitense di stampo quasi classic-rock-fm di gente come ZZ Top e gli onnipresenti Kiss, ma anche i misconosciuti e seminali punker The Wipers.

Sembra che a volte ci sia una astuta operazione di recupero di sonorità glam, miscelate a dosi di pop metal, come solo certi migliori Thin Lizzy sono riusciti a mettere in pratica. In una ricerca continua di soluzioni musicali altamente suggestive e mai fini a se stesse. In definitiva, si ha la certezza che in questa serata speciale siamo giunti in un luogo dove felicemente si odono sensazionali reminiscenze che rimettono sulla giusta carreggiata un genere, quello della musica pesante, che solo i Melvins sono in grado di gestire e portare avanti con dignità; di dargli la vita e la morte, solo musicale s'intende.
Le nostre orecchie ricominciano perciò a sanguinare felici, come da molto tempo non ci capitava, e torniamo a casa soddisfatti e con la voglia matta di riascoltare a tutto volume le loro cose migliori.
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