16/03/2009

Neptune

Cellar Theory, Napoli


di Antonio Ciarletta
Neptune

Benché attivi già da diverso tempo con cd-r e autoproduzioni varie, i Neptune sono stati rivelati al pubblico italiano dal buon "Gong Lake" dell’anno passato. In quell’album, uscito per la prestigiosa Table Of Elements, la formazione di Boston riusciva a forgiare un personale miscuglio di musica industriale e new wave percussiva e allucinante, a metà tra Z’ev e i primi Einsturzende Neubauten, con suoni che scaturivano da una strumentazione ortodossamente autocostruita. Allora la curiosità di vedere la band dal vivo era piuttosto alta, e l’occasione si è data in quel di Napoli grazie all’organizzazione di Wakeupandream. Che dire? Be’, già il locale, ubicato in una delle zone più belle di Napoli, lasciava presagire un bel po’ di malattie mentali, anche queste autocostruite… Pensate a un anfratto angusto e claustrofobico, infossato a livello di scantinato, con tubature che spuntano dove meno te lo aspetti, e un’acustica da barattolo sottovuoto…

Insomma, più che una sala da concerto pareva il locale macchine di una nave. Eppure si è rivelato l’ambiente giusto, data la proposta della band. E già, perché i Neptune hanno portato sul palco una serie di strumenti autocostrutiti (da pazzi), che parevano gingilli di tortura usciti dal Tetsuo di Tsukamoto. Chitarre metalliche usate come percussioni, telefoni collegati ad amplificatori, strani marchingegni argentati dai suoni insoliti e, sì, il locale e le sue protuberanze metalliche usate a loro volta come strumento rumoristico.

L’impatto della band è stato piuttosto devastante. Il rumore delle percussioni - impostate come driver del suono - rimbalzava sulle mura del locale come una pallottola impazzita, con un batterista forsennato che a un certo punto sembra collassare per la stanchezza. E un rumore che sgorgava metallico e sanguigno al contempo, come un lama che entra voluttuosamente nelle carni putrefatte. Difficile sostenerne l’ascolto in modo continuato, ma qualcuno sembra avercela fatta. Non il sottoscrtitto che è uscito per almeno due volte a prendere aria.
Detto che in definitiva il concerto è stato comunque "gradevolmente sgradevole" e soprattutto particolare, gli album in studio suonano meno taglienti, anche per l’ausilio di un elettronica da quinta elementare (o di un qualcosa che vi assomiglia) che rende questa musica più rotonda ma anche meno indefinibile.

Foto di Pietro Previti

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