22-23-24/ 01/2009

Netmage 09

Palazzo Re Enzo, Bologna


di Maurizio Inchingoli
Netmage 09

Una edizione, questa di Netmage 09 leggermente sottotono, o di routine, per non infierire troppo. Ma comunque dal discreto livello, storicamente consolidato, e dalle collaborazioni che ormai garantiscono una sicurezza, seppur lievemente scontata. Intendiamoci, di rassegne così in Italia a questo livello ce ne sono ben poche. E quindi va comunque supportata una politica che cerca di coniugare qualità artistiche con una notevole presenza di pubblico, senza di contro essere inutilmente elitari, e questo è sempre ben accetto. Rimane però, a parere di chi scrive, una cesura notevole, una sostanziale differenza di linguaggi ma non solo, tra le varie esibizioni; confessiamo poi che abbiamo assistito solo alle prime due serate, mancando la terza per visitare gli enormi padiglioni di Artefiera, e ammettiamo candidamente che l'esibizione che più ci ha colpito è stata quella monstre di un veterano come Keiji Haino.

Ma andiamo con ordine. Con la prima serata, nella più interessante sezione Mangrovia, dopo le immagini macabre e divertite di Camilla Candida Donzella che si è occupata di rivestire con il proprio lavoro di visual-art l'intera rassegna, partiamo subito con un trio che promette bene. Serafici e attenti, davanti alle numerose macchine diaboliche, si presentano insieme Pete Swanson, ex-Yellow Swans, John Wiese e Liz Harris. In poco più di quarantacinque minuti i suoni si amalgamano incessanti in una tempesta che intreccia rumorismi, miasmi post-industrial e folate elettroniche che solo loro riescono a controllare e rendere con una certa efficacia; una furiosa e ventosa piece orchestrata in particolare dalle macchine del musicista di "Soft Punk", un nerd che vende di persona al banchetto i propri lavori con un'espressione simpatica, e le faccine dalla smorfia cattiva di Swanson che sembra un ragazzone dal look da boscaiolo del Midwest. Il tutto farcito dalle cassettine vintage della Harris, che si sbatte e non poco per rendere il tutto il meno ostico possibile. Una sinfonia rumorosa orchestrata da gente che sa il fatto suo.

Subito dopo, da Cleveland, Ohio, si materializza sul piccolo palco il trio degli Emeralds. Anche loro, in tre quarti d'ora, armati di moog, chitarra e sequencer, ci propongono una manciata di suoni dalla sottile fragranza psichedelica, che sinceramente troviamo soporiferi. Voce soffocata, lunghi ricami chitarristici space e tastiere d'ordinanza per una esibizione che non porta davvero da nessuna parte. Ma dalla loro hanno la giustificazione che sono giovani e si faranno le ossa.

Con un cambiamento di programma veniamo spostati nella Sala del Podestà, più capiente, e attendiamo con trepidazione e una certa curiosità la performance di Keiji Haino. Fa la sua apparizione in mise nera d'ordinanza, il folletto proveniente dal Sol Levante. Da subito mette le cose in chiaro. Inizia il set, un lungo, violento mantra vocale che rimpalla fra due microfoni, un'agghiacciante e camaleontica prova di forza; poi imbraccia la chitarra ed è il delirio sonico sul palco. Uno spossante ed estenuante incedere da noiser consumato: come una piccola valchiria che man mano si fa sempre più possente, il nostro getta fendenti brucianti come lame infuocate, e mette a dura prova le nostre povere, martoriate orecchie. Poi interviene sulle macchine, usandole come fossero un theremin impazzito, intervallate da colpi di batteria registrati sul momento che fanno da spina dorsale al concerto. Sembra quasi si sia materializzato il fantasma melvinsiano di Dale Crover, uno che suona la batteria come se fosse una lontana eco, con un drumming spirituale, lento e inesorabile. Qui si ha la netta sensazione che si stia assistendo a un rito, a una cerimonia rock che varca i confini della musica tout-court, senza paletti improv-noise troppo scontati. Oltre un'ora e mezza di act che spazza via tutte le nostre insicurezze, e ci riconcilia col sacrosanto diritto di divertirsi sperimentando, trattandosi fondamentalmente di una persona singolare, come poche ne esistono al mondo. Insomma tutto il resto sfigura quasi al confronto, impietosamente...

La seconda serata si apre con un curioso e breve set inscenato da una piacevole scoperta nella sezione Live Media Floor. I macchinari del francese di stanza a Rotterdam, Pierre Bastien, filmati e proiettati alle sue spalle col nome di Kinetic Syncopators, sono quanto di più onesto e piacevole un concerto di musica elettronica vaporosa possa proporci. Dignitosa e onesta scoperta.

Subito dopo, ad accompagnare le immagini del misterioso film del regista belga Roland Lethem, il mesmerico "Le Vampire de la Cinémathèque", a sorpresa si presentano sul palco i noiser The Skaters, trio californiano. Un misterioso ensemble che mette in pratica istanze weird-folk dal vago sapore raga farcite da reiterazioni psych-rock alquanto affascinanti e aliene. Esperimento riuscito quello del trio, che al buio totale emana un sottile fascino inquieto.

Dopo una brevissima pausa fanno la loro apparizione le quasi star della serata. I Growing da Olympia, ma recentemente spostatisi nella più stimolante Big Apple, quì in versione trio con Joe Denardo, Kevin Doria, e le macchine di Sadie Laska, inscenano una esibizione elettrorock tutto sommato d'ordinanza, intrisa di chitarre effettate ed elettronica povera, in perfetto connubio con le ottime immagini dal sapore vintage e tratte da oscuri film di serie B; riconosciamo tra gli altri un giovane Michael Ontkean, già protagonista della serie "Twin Peaks", ma la sensazione è che ci troviamo di fronte a una versione clone degli ultimi Black Dice meno invischiati con la techno mutante; in definitiva, nulla di eccezionale e innovativo. Ci sarebbe poi nella sala Mangrovia il progetto aperto Sunburned Hand of the Man, infatti riconosciamo nel pubblico uno dei componenti, ma l'orario tardo ci induce a tornare a casa, visto il freddo pungente della serata.

La sera successiva ci perdiamo, tra gli altri, l'esibizione dei Mudboy e dei Black Dice, questi ultimi peraltro già visti lo scorso anno in un discreto act al Covo, sempre a Bologna, ma si sa, è difficile assistere a tutto.
Rimane di certo un po' di amaro in bocca, fermo restando le peculiarità del festival bolognese, e c'è da dire che non è poi tutta colpa dell'happening elettronico, che rimane comunque una proposta valida. Il problema rimane sostanzialmente di ricerca musicale, che, stando ai concerti di queste sere, non propone nulla di particolarmente innovativo, e registriamo di contro una lieta conferma che una vecchia volpe come Keiji Haino si beve, letteralmente, tutti i nuovi noiser della confermata scena mondiale, che mancano forse di un pelo di personalità. Questi sembrano a volte quasi narcotizzati, in controtendenza con le nevrosi e i bisogni impellenti come quelli del musicista giapponese, che ci serve sul piatto un'autentica lezione di classe musicale senza pari.
Insomma, tante conferme, nel bene e nel male...

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