28/05/2009

Psychic Tv

Arena Puccini, Bologna


di Maurizio Inchingoli
Psychic Tv

Genesis P. Orridge è un genio e questo lo sapevamo già. Vederlo dal vivo fa ancora un certo effetto, nei movimenti un po' impacciati ma tutto sommato sicuri, con il suo carisma, con tutto il carico del suo passato, le sue metamorfosi corporee, le sofferenze che ha sostenuto quasi senza battere ciglio, che hanno caratterizzato tutta la sua tormentata vita, ben visibili nei visuals appena dietro le sue spalle. La storia questa sera si fa palese maschera di dolore e di trascendenza nella forma di un combo, gli Psychic Tv, assemblato dal menestrello che ha fondato i mitici, imprescindibili, Throbbing Gristle.

Fanno la loro apparizione sul palco con un'onestà e un carisma che pochissime volte è dato vedere dal vivo, sembrano una versione ancora più sconclusionata delle Shaggs, con quel look coloratissimo da hippie sopravvissuti alla tempesta drogata di fine Sessanta. Attaccano subito con i pezzi dall'ultimo, notevole lavoro titolato "Mr. Alien Brain Vs. the Skinwalkers", uscito lo scorso anno per Sweet Nothing/Cargo Records. Di fatto propongono tutto l'album, riconosciamo subito la traccia d'apertura "The Thin Garden", dolce e breve carillon-song sognante che sembra uscita dalla penna di un riconciliato Lou Reed, vera ossessione del musicista inglese trapiantato negli States. Poi via via gli altri brani: la tragica "No Good Trying", con le liriche di un altro grandissimo dropout come Syd Barrett, e poi il blues dal passo felpato post-Stooges di "Trussed", con tanto di organo a ricamare il tutto.

Ad animare e ricordare i passati acid del combo, c'è poi la techno-oriented, molto 80s, "Papal Breakdance", come se dei redivivi Joy Division si mettessero a suonare ubriachi solo synth sotto l'effetto di pesanti dosi di ketamina andata a male. Il fantasma dei grandi Silver Apples aleggia inquieto nell'aria di questo incandescente live che ci lascia esterrefatti, sorpresi quasi dal fatto di essere al cospetto di musicisti dal gusto cosi sopraffino, onnivori e capaci di ricreare atmosfere lontane, quasi dimenticate. Ma dovevamo aspettarcelo da uno come mr. Genesis P., d'altronde il suo pedigree parla da solo. Arriva poi una insospettabile Mogwai-version di un pezzo capolavoro come "Pickles and Jam", ed è l'apice dell'act, con quei suoi ricami chitarristici sognanti e reiterati, sostenuti dal basso circolare di Alice Genese, e dalla voce ancora una volta sofferta, evocativa e salmodiante di Genesis P. Orridge; un sofferto viaggio negli abissi più profondi delle nostre coscienze. Senza parole.

Ricordiamo poi anche la stonesiana "Foggy Notion", lunga escursione attraverso un testo dell'onnipresente Lou Reed, stipata in un lontano anfratto della memoria, nel quale la chitarra di David Max viaggia sparata a mille, fiera di essere cosi fuori dal tempo e dalle mode. E' la volta, poi, di un omaggio alla compagna del nostro, Lady Jaye Breyer, morta un paio di anni fa tra le sue braccia: "I Am Making A Mirror" è pura voluttà pop in salsa velvettiana, Nico avrebbe apprezzato molto. "New York Story" è, ancora una volta, un sentito tributo alle atmosfere di "Velvet Underground & Nico", nella versione su disco la produzione e il mixaggio sono affidati a Michael (Young God) Gira: chitarra al solito effettata, tastiere a go-go, e testi dal sapore dell'eroina, ça và sans dire...

Il set dura poco più di un'ora e venti minuti, Orridge a un certo punto salta addirittura dal palco per abbracciare una fan che ha puntato dall'inizio del concerto. Dopo una brevissima pausa, la band torna per chiudere in bellezza questa serata che non dimenticheremo tanto facilmente. E' giusto quindi ribadirlo: la classe non è proprio, solo, acqua...

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