12/02/2009

Emiliana Torrini

Magazzini Generali, Milano


di Gabriele Benzing
Emiliana Torrini
Narra la leggenda che vivesse in Islanda una meravigliosa fanciulla, gli occhi limpidi come un’aurora boreale e l’animo candido come un cristallo di neve. Non c’era uomo che non la desiderasse come sposa, ma per lei solo lo spirito aveva importanza. Il diavolo stesso prese a nutrire odio per la sua virtù e, assunte le sembianze di un giovane, riuscì ad ottenerla in moglie. Ma ogni notte, nel talamo nuziale, il diavolo doveva rinunciare ad accostarsi a lei, perché non gli era possibile sostenere la vicinanza di quel cuore immacolato.
La musica di Emiliana Torrini ha la stessa purezza incantata descritta dagli antichi racconti della sua terra natale: è fatta di arpeggi vellutati, di increspature gentili, del fremito di un canto dai sospiri trasparenti. Ad introdurla al pubblico milanese è un’altra figlia dei ghiacci, Elísabet Sigrúnardóttir, in arte Lay Low: non potrebbe esserci prologo più adatto del suo delicato country-folk, islandese all’anagrafe ma intimamente americano nelle radici. Ed eccola, Emilíana Torrini Davíðsdóttir: emerge dalla penombra di un palco incorniciato di lampade e abat-jour degne di un vecchio negozio di chincaglierie, avvicinandosi al microfono in un leggero abito floreale dalla foggia romanticamente retrò.

Ondeggia impacciata, Emiliana, stringe intensa le dita mentre la sua voce si libra sottile: ha qualcosa della Dorothy del “Mago di Oz” nell’aspetto ingenuo dei suoi movimenti. Le melodie lievi di “Fireheads” e “Heartstopper”, accompagnate dal calore di una band di quattro elementi, assumono il tono di certe fragranze pop alla Norah Jones; poi, l’atmosfera diviene rarefatta come nei momenti più essenziali di “Fisherman’s Woman”, da una fluttuante “Lifesaver” fino alle coloriture blues di “Sunnyroad”, passando per una “Today Has Been Ok” ricamata di slide.
Sorride timida, Emiliana, mentre cerca di spiegare al pubblico l’ispirazione delle sue canzoni e scherza sul fatto che le uniche parole in italiano che conosce sono quelle che le ripeteva sempre il padre: “Maronna ‘o Carmine”… A coinvolgere la platea (tra le cui fila non passa inosservata un’esuberante delegazione islandese) sono soprattutto gli episodi più contagiosi dell’ultimo (e discontinuo) “Me And Armini”, che come da copione occupa la maggior parte della scaletta: la spensieratezza gioiosa di “Big Jumps”, il reggae di “Me And Armini”, la verve ritmica di “Jungle Drum”, che offre a Emiliana Torrini l’occasione di lasciarsi andare a una danza swingante.

Tra i passaggi sognanti di “Ha Ha” e le dilatazioni di “Birds”, la cantautrice islandese zittisce ironica il pubblico per ottenere l’attenzione necessaria all’intima e sofferta “Bleeder”, con il mandolino ad accompagnare il diario della faticosa conquista di una speranza nel dolore: “When things go wrong / You find you’re a believer”.
Il riff di “Gun” si fa robusto e squadrato, cresce tagliente con l’incalzare di percussioni e batteria, esplode fragoroso nell’abbandono sensuale di Emiliana: è la sorpresa più appariscente di una serata che si dipana per il resto sul filo delle sfumature, scivolando verso la conclusione tra i battimani di “Heard It All Before”.
Il ritorno sul palco di Emiliana Torrini è affidato al sussurro di “Fisherman’s Woman”, che rimane sospesa sulle note dell’harmonium fino a confondersi con la vecchia “Sea People” (unica concessione ai tempi di “Love In The Time Of Science”). È la visione antica di una donna che attende il suo uomo lontano, e forse lo attenderà per sempre, e forse non lo rivedrà mai più: del resto, l’amore non è tutto in questa attesa? Il Nick Drake pacificato di “Nothing Brings Me Down” conduce così al commiato di “Beggar’s Prayer”. La voce di Emiliana ha un cedimento, come accade a volte di fronte alle parole più vere. E la sua preghiera del mendicante riecheggia prima di lasciare la scena con la sincerità di una ferita: “Lord you just dropped me here by the side of this road / Out here’s too cold and I don’t want to walk it alone / I’ve got a bottle of your blood inside me / And an old beggar’s prayer on the tip of my tongue”.

(19/02/2009)

Foto di Elisabetta Bellosta
Setlist
1. Fireheads
2. Heartstopper
3. Lifesaver
4. Today Has Been Ok
5. Sunnyroad
6. Hold Heart
7. Big Jumps
8. Ha Ha
9. Birds
10. Jungle Drum
11. Me And Armini
12. Bleeder
13. Gun
14. Heard It All Before

encore

15. Fisherman’s Woman / Sea People
16. Nothing Brings Me Down
17. Beggar’s Prayer
Emiliana Torrini su OndaRock
Recensioni

EMILIANA TORRINI

Tookah

(2013 - Rough Trade)
La cantante islandese cerca la propria identità nel riflesso dello specchio

EMILIANA TORRINI

Me And Armini

(2008 - Rough Trade)
Il mondo in continuo divenire della cantante islandese

EMILIANA TORRINI

Fisherman's Woman

(2005 - Rough Trade)

Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.