13-14/11/2009

Wilco

Teatro della Pergola / Conservatorio, Firenze / Milano


di Gabriele Benzing, Claudio Lancia
Wilco

WILCO (THE LIVE SHOW)


di Claudio Lancia

Il Teatro della Pergola è un piccolo gioiellino, raccolto, quasi intimo, costruito nel 1656, il primo in Italia a forma ovale, struttura concepita per una migliore resa acustica.
Essere tra i primi ad arrivare consente nel pre-concerto la possibilità di ammirare la costruzione  in tutta la sua ricchezza, ma soprattutto di buttare uno sguardo attento alla strumentazione degli Wilco già ordinata sul palco, con particolare attenzione alle numerose chitarre ed agli invidiabili set di pedaliere.
I biglietti sono esauriti da settimane, ma Firenze si dimostra città freddina nei confronti della band.
Il teatro si riempie completamente soltanto cinque minuti prima dell'inizio del concerto, i circa mille paganti (tranne il sottoscritto e altre quattro-cinque persone, appoggiate alla parete laterale del teatro) seguiranno l'intero concerto mummificati in posizione seduta, per di più senza mai essere in grado di partecipare a uno straccio di coro.
Jeff Tweedy, personalità sopra la media, magnifico autore, grande cantante e chitarrista di tutto rispetto, cercherà di smuovere la platea invitando tutti a cantare "Jesus, Etc." (ma sul finire della prima strofa si renderà conto dell'esiguità della risposta e deciderà di riprendere possesso del microfono) e successivamente chiedendo ai presenti alla fine del primo bis di non temere di alzarsi ed avvicinarsi al palco.
Il distaccato pubblico (che comunque non ha mai lesinato applausi) è stato l'unico neo della serata, una delle più indimenticabili che lo scenario musicale odierno sia in grado di riservare.

Alle 21,45 gli Wilco entrano in scena, l'emozione è forte, partono con "Sunken Treasure", quasi in sordina, con Tweedy che si aggiudica il ruolo di più autorevole candidato alla successione di Dylan. Da qui in poi, per oltre due ore sarà uno show inappuntabile e al di sopra di qualsiasi ragionevole aspettativa.
Il primo pugno allo stomaco arriva con un'incandescente "Bull Black Nova", la canzone del nuovo album che Tweedy preferisce suonare dal vivo; la chiusura è tesa, con il leader che dopo aver descritto la nervosa fuga di un killer dopo un omicidio si lancia in un paio di urla che fanno rabbrividire.
Gli altri momenti topici della prima metà dello spettacolo coincidono con le cavalcate elettriche "At Least That's What You Said" e "Impossible Germany" dove Nels Cline dimostra tutta la propria perizia tecnica, lanciandosi in uno degli assoli più belli scritti negli ultimi anni.
La band è ormai ben rodata e viaggia che è un piacere, con nota di merito da riservare al batterista Glenn Kotche, ordinato anche quando genera il caos, e spettacolo per gli occhi nelle evoluzioni percussive di "I Am Trying To Break Your Heart".
Ottimi musicisti anche il fedele bassista John Stirratt (con Tweedy dai tempi degli Uncle Tupelo, non sarà certo un caso), il polistrumentista Pat Sansone (ottimo sia alle chitarre, che dietro le tastiere) e il preciso pianista Mikael Jorgensen.

Si patisce un pochino l'assenza di "Ashes Of American Flags", e di qualche delizia acustica tipo "Far, Far, Away", "Sky Blue Sky" o "Either Way", ma il repertorio della band americana è ormai così vasto da poterne ricavare tre-quattro scalette imponenti.
Si alternano comunque brani di livello elevatissimo, con un azzeccato mix di composizioni recenti ("You Are My Face", "One Wing", "Country Disappeared", tanto per citare le più riuscite) alternate a quelli che sono ormai veri e propri classici della band ("Company In My Back", "Muzzle Of Bees", "Handshake Drugs", la meravigliosa "Theologians", "A Shot In The Arm", che ho scoperto essere la canzone più eseguita dal vivo nella storia degli Wilco).
Non mancano riferimenti al primo disco del gruppo ("Box Full Of Letters") e fa bello sfoggio di sé anche "At My Window Sad And Lonely", l'omaggio a Woody Guthrie estrapolato da "Mermaid Avenue", il progetto portato a compimento qualche anno fa in compagnia di Billy Bragg.
Iper-trascinante la chiusura della prima parte dello show, con "I'm The Man Who Loves You" al fulmicotone, dove Tweedy si lancia in un solo funambolico.

Il primo bis è dedicato a una "Via Chicago" con altissimo tasso emotivo, con le sue impennate rumoristiche pronte a riversarsi nella più tenue placidità. Segue la torrenziale "Spiders (Kidsmoke)", che i sei protagonisti trasformano in un'infinita jam multicolorata.
Finalmente i presenti si assemblano sotto il palco, pronti ad affrontare il secondo e definitivo bis, il quale risulta essere una vera esplosione di suoni. Dopo aver intonato tutti insieme una "Happy Birthday" dedicata al compleanno di un roadie, si balla sulle note di "Heavy Metal Drummer", "Hate It Here" e "Walken", con la band che dimostra visibilmente di divertirsi. Lo stesso Jeff lascia da parte la sua immagine da eterno depresso, regalando generosi sorrisi al pubblico e al resto dei compagni.
Ma siamo agli sgoccioli: si chiude con un'accoppiata estratta da "Being There", "Monday" e "Outtasite (Outta Mind)", il knock-out che chiude lo spettacolo con l'ultima definitiva iniezione di adrenalina pura.
Un'esibizione superba, supportata dall'impeccabile acustica del teatro, attraverso la quale gli Wilco si confermano una delle più importanti realtà del rock alternativo mondiale degli ultimi vent'anni.

(13/11/2009)

* * *
 

THIS WHEEL'S ON FIRE


di Gabriele Benzing

C'è qualcosa di sacro, nella liturgia di un concerto. Qualcosa che ha a che vedere con la condivisione, l'appartenenza, il coinvolgimento nel gesto creativo. Jeff Tweedy lo sa bene: "Trovo che l'esperienza di un concerto o di qualunque tipo di performance musicale abbia qualcosa di trascendente. È la cosa più vicina a quello che ho sempre pensato che una chiesa dovesse essere. Perdi te stesso, e allo stesso tempo realizzi di essere parte di qualcosa di più grande".
Forse ad accentuare la sensazione è l'aura solenne della Sala Verdi del Conservatorio di Milano. Fatto sta che, nonostante le ovazioni, gli Wilco entrano in scena quasi titubanti, nella penombra del palco. I Grizzly Bear, che avrebbero dovuto aprire il concerto, sono stati costretti a dare forfait a causa di un incidente stradale, per cui la serata è tutta nelle mani di Jeff Tweedy e soci. Ed è un prologo soffuso e dolente, quello che decidono di  regalare sulle note di "Ashes Of American Flags". Un prologo che assume, con il consueto climax finale, tutto il peso di un vero e proprio manifesto poetico ed esistenziale: "I know I would die if I could come back new".
Poi, come a voler offrire subito il decisivo tributo alle proprie radici, ecco giungere il folk dal sapore dylaniano di "Remember The Mountain Bed", gemma inattesa tratta dai testi perduti di Woody Guthrie messi in musica in "Mermaid Avenue".

Un manto di luci scarlatte avvolge il gruppo, come il sangue versato dal protagonista di una tesa e incalzante "Bull Black Nova" (tra i pochi estratti dall'ultimo "Wilco (The Album)"). L'atmosfera comincia a farsi più intensa, mentre i brani di "Sky Blue Sky" si dipanano tra una "You Are My Face" in pieno stile Band e una "Impossible Germany" che fa da perfetta palestra ai virtuosismi di Nels Cline (a tratti pericolosamente vicini all'eccesso). Quella degli Wilco è ormai una macchina dall'impeccabile affiatamento, anche se inevitabilmente sempre più incline a ricalcare un tracciato consolidato. Del resto, ci sono brani le cui versioni dal vivo sono diventate veri e propri classici, da "Misunderstood", capace di lasciare sempre attoniti con la semplice e frastornante insistenza nella ripetizione di un'unica parola, fino a "Via Chicago", che rapisce con un'alternanza di pieni e vuoti in cui le esplosioni rumoristiche si sovrappongono a nostalgici sussurri.
Una formazione live allo zenith, insomma, orgogliosamente in bilico sul crinale che ancora la separa dalla maniera. Basta vedere come lo spiritato Cline fa roteare la propria chitarra per creare feedback nel travolgente finale di "A Shot In The Arm", accompagnato dal febbrile turbine di tastiere di Mikael Jorgensen; oppure come "Handshake Drugs" si srotola sul basso di John Stiratt fino a raggiungere un crescendo di distorsioni al calor bianco, o come le percussioni di "I Am Trying To Break Your Heart" si frammentano in un nugolo di cristalli.

Jeff Tweedy, all'apparenza meno comunicativo del solito nella prima parte della serata, si lascia andare un brano dopo l'altro, coinvolgendo sempre più una platea calorosa e partecipe. Peccato per quei volti noti della carta stampata che abbandonano la sala dopo appena una decina di brani, lamentandosi di avere visto ormai troppi concerti... È da lì in avanti, infatti, che gli Wilco mostrano davvero di divertirsi, con Tweedy che, dopo aver tentato invano di domare il ciuffo da rockstar, introduce "Jesus, Etc." scherzando sullo sfortunato tentativo di coinvolgimento del pubblico nella precedente data fiorentina, per poi raccogliere una rosa regalata da qualche fan con tanto di dedica alla "più grande band dai tempi dei Grateful Dead"...
I toni si fanno più leggeri e all'inizio di una scatenata "I'm The Man Who Loves You" Glenn Kotche, come sempre formidabile fucina ritmica della band, sale in piedi sulla sua batteria facendosi acclamare dal pubblico, mentre Tweedy si mette a giocare suonando in equilibrio su una gamba sola e roteando il microfono sulle ali di "Hummingbird".

Al momento dei bis l'aria è elettrica e il pubblico abbandona le poltrone per assieparsi sotto il palco, rompendo definitivamente ogni canone formale che il luogo potrebbe imporre: "The Late Greats" e "Heavy Metal Drummer" rispondono con trascinante energia alle attese della platea, mentre "Poor Places" e "Reservations" fluttuano rarefatte disperdendosi in miriadi di rivoli. Ma è sulle martellanti pulsazioni di una "Spiders (Kidsmoke)" più muscolare che mai che l'abbandono diventa assoluto e senza riserve.
La band lascia di nuovo il palco, ma un vero e proprio tifo da stadio la riporta subito in scena per l'ultimo saluto: una rovente "I'm A Wheel", che incendia gli animi coronando due ore e mezza di trionfale tour de force. Con un'unica, viscerale certezza a rimanere impressa sul viso di tutti, disillusi compresi: "We still love rock 'n' roll"...

(14/11/2009)

Setlist
FIRENZE
 

1. Sunken Treasure
2. Company In My Back
3. Bull Black Nova
4. You Are My Face
5. I Am Trying To Break Your Heart
6. One Wing
7. A Shot In The Arm
8. Muzzle Of Bees
9. At Least That's What You Said
10. At My Window Sad And Lonely
11. I'll Fight
12. Impossible Germany
13. Country Disappeared
14. Handshake Drugs
15. Box Full Of Letters
16. Jesus, Etc.
17. Theologians
18. I'm The Man Who Loves You

19. Via Chicago
20. Spiders (Kidsmoke)

21. Happy Birthday
22. Heavy Metal Drummer
23. Hate It Here
24. Walken
25. Monday
26. Outtasite (Outta Mind)


* * *

MILANO
 

1. Ashes Of American Flags
2. Remember The Mountain Bed
3. Company In My Back
4. Bull Black Nova
5. You Are My Face
6. I Am Trying To Break Your Heart
7. One Wing
8. A Shot In The Arm
9. Side With Seeds
10. Deeper Down
11. Misunderstood
12. Impossible Germany
13. Via Chicago
14. California Stars
15. Handshake Drugs
16. Sonny Feeling
17. Jesus, Etc.
18. Hate It Here
19. I'm The Man Who Loves You
20. Hummingbird

21. The Late Greats
22. Heavy Metal Drummer
23. Poor Places
24. Reservations
25. Spiders (Kidsmoke)

26. I'm A Wheel

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