23/10/2010

Anais Mitchell

La Suoneria, Settimo Torinese (TO)


di Stefano Ferreri
Anais Mitchell

Ha licenziato uno dei dischi più elaborati e intriganti dell’anno, ma da queste parti in pochissimi se la sono filata. Ha fatto un salto nel nord Italia per presentarsi al pubblico indipendente del Belpaese, per quanto venue ed accoglienza non siano state all’altezza del suo entusiasmo e del suo talento. Guardando al futuro prossimo, potremmo scommettere che di Anais Mitchell si sentirà parlare come di una gemma non più nascosta, pronta per i teatri e per qualche copertina come Joanna Newsom in questo 2010. Spiace che le prove generali non siano andate come ci si sarebbe auspicato, ma è bene tener conto di alcune significative attenuanti, almeno per quanto concerne la sua parte. La Mitchell ha abbattuto il muro dell’oblio mediatico grazie a un disco, “Hadestown”, tanto ambizioso quanto riuscito, dimostrando che le speranze della sua scopritrice Ani DiFranco erano ottimamente riposte. L’album ha rappresentato l’occasione per un salto di qualità non indifferente per questa solare ragazza di neanche trent’anni, sostenuta artisticamente e logisticamente dalla Righteous Babe in un complesso progetto musicale che nel natio Vermont aveva già rivelato potenzialità creative più che lusinghiere. Con il fondamentale contributo vocale della stessa DiFranco e, tra gli altri, del conterraneo Justin ‘Bon Iver’ Vernon e di Ben Knox Miller (leader dei Low Anthem), “Hadestown” ha chiarito senza esitazioni di aspirare a diventare un vero e proprio cult e ha soprattutto svelato al mondo la genuina e prorompente vitalità della sua giovane autrice, per nulla intimorita nella disinvolta scrittura di questa corposa (e assolutamente riuscita) folk Opera ispirata al mito greco di Orfeo ed Euridice.

a220x270_iiiLa promozione del disco nel nuovo continente ha dovuto fare i conti, per forza di cose, con un drastico ridimensionamento di uomini e risorse, oltre all’inevitabile indisponibilità di tutti i lussuosi ospiti arruolati in sede di registrazioni. Il timore di vedere frenata la spinta di “Hadestown” per questo motivo era evidente, ma la curiosità nei confronti della Mitchell e l’irrisorio costo di cinque euro hanno avuto la meglio. Purtroppo, bisogna ammetterlo, è mancata la pubblicità. Abbandonata da quello che poteva essere il suo pubblico per mancanza di notizie in merito all’evento, costretta a esibirsi in un locale squalliduccio dell’hinterland torinese davanti a pochi spettatori per lo più ignari della sua esistenza, Anais avrebbe avuto tutte le scusanti del caso per un’eventuale performance compassata. Chi era già stato alla Suoneria di Settimo ci ha confermato che il posto può offrire di meglio di questa sala bar con tavolini e angolo karaoke: un piccolo auditorium, per esempio, evidentemente ritenuto eccessivo per l’ospite americana e il suo show in solitaria. Non importa.

a220x270_ivAl di là dello sconfortante provinicialismo di tanti tra i presenti (avventori fissi del posto, famigliuole annoiate, adolescenti in serata “compleanno”, pensionati e curiosi), la ragazza del Vermont è stata semplicemente fantastica. Non era facile conservare l’entusiasmo dopo aver seguito dal bancone il set d’apertura affidato a una sconosciuta ex ex ex promessa del circo Sanremese, tale Tiberio Ferracane, classico eterno aspirante cantautore estremamente garbato e spaventosamente triste. Una prova di resistenza mica da ridere, anche e soprattutto da parte nostra. Quando la deliziosa Anais l’ha rimpiazzato lì nell’angolino, sotto quell’unica luce giallastra, non abbiamo impiegato comunque molto per lasciarci alle spalle tutta la deprimente mediocrità di quello scialbo contesto. Parlantina vivace, sguardi timidi, sorrisi genuini di grazia infantile: queste le armi non musicali a disposizione della fanciulla, bionda per l’occasione e incantevole in una mise ardita (molto corto il vestitino) ma per nulla volgare.

a220x270_vSi è impegnata a fondo per cercare di farsi comprendere da tutti, azzardando in più di un’occasione l’uso di qualche termine in italiano (applausi, come per il siparietto che l’ha vista nominare correttamente tutti i giorni della settimana) e rammaricandosi per tutte le volte in cui ha dovuto affidarsi alla propria lingua. Si è presentata con la grande spontaneità che la contraddistingue, ha parlato di“Hadestown” e della sua natura polifonica, chiedendo scusa in anticipo per il fatto di dover interpretare alla propria maniera tutte le diverse voci presenti sul disco, anche quelle maschili. La complicità è arrivata automaticamente, anche da parte di chi non aveva la più pallida idea in merito allo show imminente. Per aprire e chiudere il set Anais ha fatto affidamento su due brani del suo lavoro precedente, “The Brightness”, da lei stesso definito l’album cui è più legata. Tra il crudo di “Namesake” e il romantico di “Your Fonder Heart”, la ragazza ha messo sul tavolo le carte vincenti del suo cantautorato schietto, un tantino rustico forse in questa versione spoglia con la sola acustica, ma ingentilito da quella voce curiosa, accostabile per ovvie ragioni proprio a quella della Newsom.

a220x270_iiNon sono mancate tutte le migliori canzoni del nuovo disco, interpretate con la dovuta intensità riuscendo nella non facile impresa di non far rimpiangere le superbe versioni di studio. Anche estrapolati dal loro contesto di riferimento, i brani hanno funzionato alla grande: tutti i temi in fin dei conti, dalla guerra alla miseria, sono gli stessi già sviscerati in anni e anni di repertorio folk classico à la Woody Guthrie (ambito di riferimento privilegiato verso il quale la Mitchell non ha mai fatto mistero di guardare con devozione assoluta), per cui l’effetto nel suo insieme è stato molto più coerente di quanto non si potesse immaginare. A fare da ideale filo conduttore lei, sola protagonista in scena, con l’unica compagnia di quella chitarra gentilmente aggredita e piegata alle esigenze espressive o emotive del caso. Anche se la sua scrittura tende con naturalezza al pop, il cuore è quello irriducibile della folker tutta d’un pezzo, quella capace d’esser pungente e ruvida anche parlando d’amore (e dolce anche parlando delle umane miserie, a dire il vero). La lezione della DiFranco va ben al di là dell’acquartieramento di scuderia. Ecco perché i pezzi meno noti sentiti alla Suoneria non hanno ceduto nulla in termini di trasporto rispetto a quelli più movimentati e coinvolgenti di “Hadestown”, anche se – lo assicurariamo – la terna con “Wedding Song” / “Why We Build The Wall” / “Our Lady of The Underground” è stata un discreto orgasmo.

a220x270_viA completare il quadro hanno pensato un paio di recuperi ancora più datati (“datati” si fa per dire), tre inediti veramente pregevoli (“Tailor” in particolare) e una cover molto personale della superclassica “A Hard Rain’s A-Gonna Fall”, altro titolo decisamente nelle corde della folksinger del Vermont. Generosa e carinissima sino all’ultimo, tra le altre cose: un buon terzetto di bis ha chiuso il live, tra il vaudeville rivisitato per chitarra acustica e battito di mani collettivo (“Way Down Hadestown”) e un delicato arrivederci nel solco della tradizione (altra classicissima, la ninna nanna “Goodnight Irene”), prima dell’inevitabile pienone al tavolino del merchandise. Tra chiacchiere, sorrisi e autografi, la Mitchell ha smerciato un numero impressionante di dischi: ragazzine conquistate, uomini e donne di mezza età, tutti attorno a lei a farsi consigliare l’album migliore o quello con una particolare canzone sentita un attimo prima. A pensarci bene, non le è andata così male con un pubblico ben al di fuori dell’ortodossia indie: meno pose snob, meno maleducazione, più sincero entusiasmo, più soldi. La prossima volta però la vogliamo con una vera band in un locale vero. E se verranno anche Bon Iver e la DiFranco, tanto meglio.

Setlist

Namesake
He Did
Oh My Star
Wedding Song
Why We Build The Wall
Our Lady Of The Underground
Raise My Cup To Him
Flowers
Tailor
Out Of Pawn
The Shepherd’s Song
A Hard Rain’s A-Gonna Fall
Your Fonder Heart

Way Down Hadestown
Cosmic American
Goodnight Irene

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