30/03/2010

Califone/ Sonoi

Bell House, Brooklyn, New York (Usa)


di Giovanni Dozzini
Califone/ Sonoi
Ampi edifici industriali e palazzine a tre o quattro piani, un droghiere aperto fino a tardi all'angolo tra la Nona Strada e quella che forse è la Second Avenue e sparuti gruppi di persone che camminano sui marciapiedi bagnati da una lunga giornata di pioggia fredda e orizzontale. Il Bell House è là dietro l'angolo, in un buio spicchio di Brooklyn che non è né Williamsburg né il rassicurante reticolato degli Heights. Poco più giù c'è l'enorme distesa di Prospect Park, in questo scarno martedì sera di fine marzo l'umanità varia di Manhattan sembra ben più lontana della mezz'ora di metropolitana che in effetti la separa da qui.

Oltre il buttafuori di colore che scarabocchia croci a penna sui dorsi delle mani dei ragazzini che non hanno ancora compiuto ventuno anni ("se bevi un solo sorso di birra sei fuori, e i tuoi amici con te"), oltre lo sgabuzzino della biglietteria, si apre un locale che ti lascia a bocca aperta, con un alto soffitto fatto di travi di legno e giganteschi lampadari di vetro che si calano su una piccola folla attenta e composta, ognuno o quasi con il suo bicchiere di birra in mano e gli occhi puntati dritti verso il palco. È prestissimo, forse non ancora le nove, ma i Sonoi suonano già: tre giovanotti con la faccia da bravi ragazzi che spremono un suono pieno e lunare, basta mezzo minuto perché al posto dell'effige del grande bisonte che pende lassù sopra le loro teste compaia, almeno nella mente di qualcuno, il marco di fabbrica "Made in Chicago". Così è, il terzetto è chicagoano fino al midollo, e il loro tappeto sonoro fatto di lunghe e rarefatte ballate elettriche è quanto di meglio ci si poteva aspettare per prepararsi alle star della serata, i Califone di Tim Rutili. A dire il vero i Sonoi sembrano ormeggiati più dalle parti degli ultimi Wilco che da quelle dei Califone, e lo si capisce soprattutto nei due o tre up-tempo che si concedono prima di cedere la scena. Bravi loro, buoni i pezzi. Non all'altezza, almeno stasera, la voce sguaiata di Adam Busch, che con la sua camicia di flanella a quadrettoni e i suoi occhiali calati sul naso sembra uscito dritto da un video degli Weezer.

Poi tocca a loro. Questi quattro tizi che vanno per i cinquanta e che lo scorso anno hanno tirato fuori uno dei migliori album della loro carriera. Di più. Forse "All My Friends Are Funeral Singers" può essere annoverato a pieno titolo tra i cinque dischi americani più riusciti del 2009, insieme ai lavori di Wilco, Elvis Perkins e qualcun altro. Ma classifiche a parte, di sicuro c'è che i Califone vivono un particolare stato di grazia, e stasera sono pronti a confermarlo anche sul palco. Quando fanno la loro apparizione, il Bell House è pieno, quattro o cinquecento persone, più uomini che donne, tra i trenta e i quarant'anni, la giovane intellighenzia newyorkese bianca al suo meglio. Non c'è un nero che sia uno, fatto salvo il buttafuori, gli ispanici sono un paio, gli asiatici lo stesso, e questo non può essere un caso - la grande America, anche la sfavillante e cosmopolita New York, perlomeno in musica vive ancora per tribù.

Il concerto parte piano, l'atmosfera è confidenziale e Rutili, seduto tra chitarra e tastiere come al solito, ha una gran voglia di scherzare con il pubblico. Ma cresce subito d'intensità. Per i primi pezzi Jim Becker, l'unico in piedi, imbraccia il banjo, con la sua lunga barba grigia sembra un epico fuorilegge del selvaggio West, mentre là dietro Joe Adamik e Ben Massarella si dividono le percussioni. Quella di Adamik è qualcosa meno di una batteria ordinaria, il parco giochi di Massarella è stracolmo e le ruba qualche pezzo qua e là - un piatto, un tom.

Ecco subito tutte le ballad dell'ultima fatica della band, ecco "Evidence" ed ecco la semplice e incantevole "Funeral Singers", ecco "Buñuel", poderosa, ed ecco la struggente "Krill". Nel frattempo Becker è passato alla chitarra elettrica, e il suono s'è riempito, mentre i due nelle retrovie stanno suonando un concerto tutto loro, un intreccio fantastico, un incastro continuo e perfetto. Massarella alza e riabbassa i suoi occhiali da presbite, coi lunghi capelli rigati d'argento tutti spostati su un lato del petto, lo zio fricchettone dell'Indiana che percuote pelli e oggetti vari da dio ma non manca mai al pranzo di Natale. Domani suoniamo all'Ifc Center, ricorda Rutili, ci siamo noi e ci sarà il film. Sì, perché oltre al disco nel 2009 i Califone hanno realizzato anche un docu-film, e in questo tour di primavera ogni tanto se lo portano dietro e si divertono a fargli da colonna sonora dal vivo. "Quanti verranno anche domani?", chiede, e qualche decina di mani si alza, e lui fa "Wow!", compiaciuto.

Poi ancora i brani di "All My Friends Are Funeral Singers" in rassegna, e qualche escursione nel gioiello "Roots & Crowns" del 2006 e poco più indietro. Dopo oltre un'ora tiratissima e una pausa di una manciata di minuti, spazio a un bis in cui i Califone mostrano la loro faccia più decisamente destrutturalista e post-rock, mezz'ora o quasi di ipnosi collettiva al termine della quale la platea si risveglia gaudente e riconoscente. Là fuori la notte di Brooklyn pare meno fredda. Manhattan non è poi così lontana.
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