24/07/2010

Kings Of Convenience

Castello Estense, Ferrara


di Lorenzo Righetto
Kings Of Convenience

"Se tutte le sue città fossero come Ferrara, l'Italia sarebbe un posto migliore"

Sarà forse il tempo particolarmente benevolo della mite Ferrara ad aver bendisposto Eirik, incontrato in versione paterna nel pomeriggio, mentre si godeva il pacioso andirivieni di un sabato romagnolo curvo sul passeggino. Ferrara sarebbe speciale, secondo il norvegese, perché le auto si fermano per lasciar passare le biciclette... E così si capisce subito che è iniziato un concerto dei Kings Of Convenience.

C'è un pizzico di catechismo nordico anche nell'invito a non fare fotografie nella prima parte del concerto ("E' importante fare foto, ma lo è anche essere nella situazione, nel suo divenire", proclama Erlend in un altro slogan di peluche). E' un comandamento che il pubblico raccoglie ubbidiente: insieme al caloroso, devoto silenzio che si forma da subito nella piazza gremita si può davvero trarre un insegnamento prezioso per il "giro giusto" della Milano annoiata. Il tutto è funzionale a un inizio raccolto, che vede i due, soli, interpretare il proprio repertorio più intimo.
Quello che lascia sbocciare in maniera più evidente la poetica della delicatezza, di sentimenti tersi e gentili in cui la coppia di Bergen eccelle. Il succedersi di "I Don't Know What I Can Save You From", "Me In You", "Cayman Islands" offre il suo candore virginale agli avidi appetiti di un pubblico che non aspetta altro se non farsi ammaliare dal preciso fingerpicking e dal sussurro melodioso dei Nostri. I numerosi avventori della piazza adombrata dalla maestosa mole del Castello Estense rispondono fedelmente all'invito di Erlend a schioccare le dita, piuttosto che battere le mani - gesto così rozzo! Ancora una volta il "partito della compostezza" l'ha vinta, e così i Kings Of Convenience vengono lasciati indisturbati nella loro fedelissima riproduzione dei loro cavalli di battaglia.

Sono proprio questi canoni di "alta fedeltà" a insinuare la sensazione di un algido distacco. Possibile che, dopo diversi anni di carriera ad alti livelli, Erlend ed Eirik non siano in grado di offrire qualche guizzo, senza dare l'impressione di essere le proprie controfigure in playback, sagome di cartone pronte per essere caricate sul cassone e ripiantate sul palco successivo?
Ad aumentare la sensazione di uno spettacolo "precotto" contribuisce la scelta di una scaletta pensata guardando la hit parade piuttosto che il proprio percorso artistico. Dell'ultimo disco, "Declaration Of Dependence", verranno proposti giusto cinque pezzi (in un concerto di due ore), come se fossimo già in aria di tour autocelebrativo; anche qui la domanda retorica sorgerebbe spontanea.

Grandi applausi per la comparsa sul palco del fido violinista Tobias Helt e del contrabbassista Davide Bertolini - quest'ultimo già sul palco per l'apertura del concerto con gli Ophelia Hope (sui quali si è preferito soprassedere) e produttore del loro ultimo disco. Una sezione inevitabilmente più corposa, complice una trascinante "Misread": allo stesso tempo la bossa nova del duo, alla lunga, suona ripetitiva. Ecco quindi la saturazione virtuosistica ad opera di Helt, che ha gioco facile nel mandare in visibilio il pubblico, confermando la sensazione di uno spettacolo d'intrattenimento senza troppe pretese, in cui le sue evoluzioni con l'archetto o col pizzicato paiono capriole di stuntman al parco divertimenti.
E' un ammaestramento a cui prende volentieri parte un poco simpatico Erlend che, oltre alle sue predicazioni insaporite di welfare, zittisce in malo modo un "accalorato" fan britannico - col tono di indignazione di chi prende per sé il pallone regalato per la propria festa di compleanno. Le sue movenze da nerd-star, che sfoggia durante "I'd Rather Dance With You", non ci ingannano, nè lo fa il suo vestiario di quadrettoni sbiaditi: in lui si riconosce il compagno di classe schivo con i ragazzi e amico delle ragazze, dal risolino maligno e una malcelata frustrazione in fondo agli occhi...

Il concerto finisce là dove era iniziato: i due in solitaria, "two voices blended in perfection" ("Homesick") - è in questo sunto autoreferenziale che si condensa il vuoto lasciato dall'esibizione di Erlend ed Eirik. Un vuoto che si fa assordante nella successione di assoli e jam in coda alla cover di "Waiting In Vain", che implode finalmente nella litania d'antifona di innumerevoli concerti: il reggae di "Everything's Gonna Be Alright". La pochezza di questa "civiltà delle tisane" offre così il suo vero volto.

(contributi fotografici di Francesca Baiocchi)

Setlist
1. My Ship Isn't Pretty
2. Love Is No Big Truth
3. Cayman Islands
4. I Don't Know What I Can Save You From
5. Me In You
6. 24-25
7. Mrs. Cold
8. Stay Out Of Trouble
9. Misread
10. Boat Behind
11. I'd Rather Dance With You
12. Homesick
13. Know-How
14. Waiting In Vain
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