05/11/2010

Liars

Extra, Recanati (MC)


di Marco Loprete
Liars

Quando Angus Andrew, frontman dei Liars, fa la sua comparsa sul palco dell'Extra Club di Recanati, Macerata, la piccola folla che fino a qualche minuto prima ne ha invocato l'ingresso si zittisce per un attimo. Il barbuto ed imponente australiano svetta su tutto e tutti dal piccolo palco approntato per l'occasione per lui e i suoi compagni d'avventura, forte di una statura notevole ma soprattutto di un carisma la cui natura, in un primo momento, ci risulta difficile da definire. Poi, quando parte "It Fit When I Was a Kid", tratta da "Drum's Not Dead" (2006), comprendiamo subito cos'è che rende Andrew naturalmente capace di ergersi sopra la folla - qualsiasi folla - e di dominarla: è il fascino di chi ha esplorato inferni suburbani, abissi di follia, buchi neri dell'Io, squarci di depravazione siderale ed è sopravvissuto per raccontarlo. Perché la musica dei Liars è esattamente questo: un affresco raggelato di solitudine, disperazione, schizofrenia, dolore, morte.

Ma prima di tutto ciò, quella piccola folla stretta intorno al cantante come un gregge di fedeli adoranti circonda una divinità arcaica, oscura e minacciosa (solo che qui non ci sono sacrifici di sangue in offerta, ma pogo selvaggio) ha nutrito la propria attesa dell'Evento facendo dapprima tappa in processione alla "stazione" Lush Rimbaud.

La formazione di Falconara (Ancona), titolare di due ottimi album ("Action From The Basement" del 2007 e "The Sound Of The Vanishing Era", uscito l'anno scorso) ha dispensato, nel corso di un set breve ma incisivo cominciato intorno alle 23,00, colate di febbrili ritmiche post-punk, schitarrate ferocemente noise,  minimalismi  sintetici di stampo kraut e divagazioni psych. Tommaso Pela (chitarra, voce, synth), Davide Cavalloro (chitarra, synth), Marco Giaccani (basso, theremin, voce) e Michele Alessandrini (batteria) hanno picchiato duro sui timpani e i nervi dei presenti con tracce come "Flashing Elevator" (uno strumentale costruito sull'interazione minimalista tra un basso pulsante decisamente dark-wave e chitarre ossessive e ficcanti, che degenera, nel finale, nel caos sonoro), "Sounds From A Vanishing Era" (un'incubo pulsante a base di sei corde ultra-distorte, vocals stranianti e inquietanti innesti elettronici), "God Trip" (incendiaria ed ipnotica al tempo stesso), "Sounds From A New Era" (che innesta un recitato glaciale su un muro di distorsioni chitarristiche, che si sciolgono in un finale dal sapore catartico), l'inedita "Night Trip" (che è esattamente quello che il titolo dice, un "viaggio" allucinato in territori oscuri) ed una sorprendente e cover di Brian Eno, "Third Uncle" (tratta dal capolavoro "Taking Tiger Mountain by Strategy", 1974), che nelle mani del quartetto machigiano diventa un feroce delirio ultra-percussivo condito da laceranti chitarre noise.

Qualche minuto per riposare i timpani e poi di nuovo in marcia, in vista della seconda e ultima tappa prima della Meta, prima giungere al Loro cospetto. Il set in questione è quello di John Wiese, iperprolifico compositore californiano (ha al suo attivo una nutrita discografia solista, è titolare dei progetti LHD e Sissy Spacek e ha collaborato, tra gli altri, con gente del calibro di Sunn O))), Wolf Wyes, Merzbow e Kevin Drumm). In effetti, l'esibizione di Wiese, guru della scena free-noise, è l'unico momento fuori fuoco della serata: il nostro da vita a un flusso teso, aspro e delirante di cacofonie e rumorismi che tuttavia non lega bene né con la location né con il programma dell'evento.

Quando il piccolo e un po' dimesso Wiese abbandona il palco, l'area ad esso sottostante comincia a riempirsi. Stanno per arrivare. Dopo un brevissimo soundcheck, ecco infatti comparire i quattro Liars.

Il palco è affollato di chitarre, tastiere, batteria, percussioni, pedali ed effetti di qualsiasi genere. Del resto, il sound che la band ha proposto nel corso di una carriera iniziata nel 2001 con "They Threw Us All In A Trench and Stuck a Monument On Top" e proseguita con "They Were Wrong, So We Drowned" (2004), "Drum's Not Dead (2006), "Liars" (2007) e il recentissimo "Sisterworld" (2010), è un concentrato di post-punk/new-wave (Pop Group, Virgin Prunes, Gang Of Four, A Certain Ratio), industrial (Throbbing Gristle), noise-rock (Sonic Youth) e psichedelia anni 90 (Mercury Rev).

L'accenno di un saluto e parte subito "It Fit When I Was A Kid", sorta di spettrale cerimoniale pagano in forma di cupa cantilena. "Clear Island" (da "Liars", del 2007) spinge un po' più sull'acceleratore, regalando un punk-funk ossessivo, martellante ed ipnotico. La suadente "No Barrier Fun" (da "Sisterworld") prepara il terreno per "In The Flat Field", cover dei Bauhaus, tratta dall'omonimo album del 1980, pietra miliare della dark-wave. Ma è "Plaster Casts Of Everything" (sempre da "Liars") a scatenare il pogo selvaggio con il suo mix di ritmiche martellanti, schitarrate possenti e cantato straniato. "Broom" (tratta dall'EP del 2004 "There's Always Room On The Broom") affascina con le sue cadenze da mantra, ma è "Scissor" (primo singolo estratta da "Sisterworld") a entusiasmare veramente il pubblico: il brano è giocato sull'alternanza di momenti di stasi sonora e passaggi a base di chitarre sferzanti e ritmiche possenti, ed è impreziosito dall'interpretazione allucinata di Andrew, che si muove sul palco come fosse posseduto da forze oscure e terribili. "Proud Evolution", (sempre da "Sisterworld"), dimostra pienamente come, più che ad un concerto, siamo difronte a una sorta di rito sciamanico di massa, a un esorcismo collettivo: bassi pulsanti, tribalismi, tastiere "spaziali" costituiscono il tappeto su cui si stende una litania ossessiva, perfettamente adatta al dancefloor. "Sailing to Byzantium" (pescata da "Liars") continua sulla stessa falsariga, offrendo un altro esempio del loro melodismo etereo e spettrale al tempo stesso, con un finale dominato dal falsetto inquietante di Andrews e da coloriture sintetiche di ogni genere. "Scarecrows On A Killer Slunt" (ancora da "Sisterworld") è l'apice della follia anarcoide e post-punk/no-wave dei Liars, un distillato di terribili distorsioni chitarristiche propulso da ritmiche incalzanti.

Protagonista indiscusso dell'intero set (nonostante l'apporto di ottimi musicisti, su tutti il chitarrista/percussionista Aaron Hemphill, impegnato anche all'elettronica), Angus Andrews, capace tanto di immergersi in cupe meditazioni contraddistinte da macabre melodie che sembrano affondare le proprie radici in antichissimi riti pagani quanto di intonare agghiaccianti inni saturi di straziante angoscia post-industriale.

Alla fine del concerto-cerimonia (durato un'ora e mezzo circa), la folla è soddisfatta e esausta, svuotata dalla catarsi appena raggiunta. Si può far ritorno a casa, alla tranquillità borghese di tutti i giorni, con la consapevolezza, però, di aver scrutato, almeno per un istante, l'Abisso...

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