13/07/2010

Midlake + Beach House

Magnolia, Milano


di Lorenzo Righetto
Midlake + Beach House

Eccoci arrivare trafelati all'evento musicale dell'anno, schivando zanzare con sguardo allucinato. Si teme che folle oceaniche siano già accampate ai bordi dell'Idroscalo, buttate sull'erba come truppe in disarmo. Che terribile ingenuità! Neanche il richiamo di due star assolute della scena indipendente internazionale a un prezzo irrisorio - nonostante l'inspiegabile pedaggio imposto dalla Provincia di Milano per il parcheggio in una zona a vocazione unicamente ricreativa, pressoché inservita dai mezzi pubblici - è riuscito nell'exploit di risvegliare il seguito che ci si ostina a ritenere una potenzialità più che auspicabile.

Magra (non più di tanto) consolazione è quella di potersi accomodare senza grandi sforzi a poca distanza dalle transenne, i sensi ovattati dallo spessore tangibile dell'aria. È uno stato psicofisico ottimale per accogliere il set dei Beach House, che si presentano avvolti da volute di fumo e piccoli accorgimenti di scena, come il pulsare roseo e blu attraverso il candido vello di un onirismo lounge. beachhouse_magnoliaVictoria LeGrand, lo si capisce subito anche attraverso la coltre che la fa apparire una severa officiante (impressione "liturgica" confermata dalla scelta del primo brano, "Turtle Island"), non è più quella simpatica ragazzetta maldestra e un po' in carne che avevamo visto un anno e mezzo fa, sempre qui a Milano. Complice una vocalità sicura e potente, irretisce il pubblico al di là di un'apparenza a suo modo divistica, di (timido?) distacco. Anche in questo si coglie l'evoluzione della band, quanto mai naturale nel seguire una sua esibizione dal vivo: il brio colorato e romantico dei nuovi pezzi (da segnalare in particolare una coinvolgente "Zebra") fa da perfetto contraltare all'assorta solennità dei brani di "Devotion".
Unico neo riscontrabile alla comunque impeccabile esecuzione di un repertorio già impressionante, dopo tre dischi, è lo scarso volume, in particolare della chitarra. Chi attendeva di venire travolto dalle mareggiate di "Teen Dream", di fluttuare sulle salmodie sottomarine di "Devotion", rimane in parte deluso. Manca un po' di trasporto, forse, per trasformare il live dei Beach House in un'esperienza che trascenda una composta riproduzione - più che aspirare alla perfezione del ricalco di quanto espresso su disco, varrebbe forse la pena di replicare le emozioni "proprie" con la pancia più che con la testa.

Sembrerebbe un confronto generazionale quello che oppone le due band di stasera, se non fossero di fronte due band quasi coetanee. Eppure, laddove i Beach House veleggiano verso territori peculiari, i Midlake paiono invece inseguire un passato mitico - prima a livello tematico, poetico, ora anche in termini musicali tout court. Introdotti da folk inglese di qualche decennio fa, il clima stesso pare farsi più spesso, afrori di un sottobosco interiore si spandono per l'aere, fino all'entrata dei Nostri, ben sette dopo l'aggiunta di una chitarra solista, di cui si avrà modo di parlare.
L'apertura, un duetto tra "Children Of The Grounds" e "Winter Dies", amplifica la sensazione avuta da "The Courage Of Others": un torbido accavallarsi di strumenti, ognuno intento nella propria monolitica rappresentazione e teso a riempire quegli spazi in genere vitali per l'espressione musicale, impone un'impassibile immagine di gelida magniloquenza.

Grande mestiere, che il gruppo di Denton non riesce a centellinare, che ripropone incessante come a cercare una via d'uscita dalle trame infittite dei pezzi dell'ultimo disco. Maggiore lo sforzo, più difficile diventa sbrigliarsi. Ci vuole quindi l'emozione "sicura" di una "Young Bride", purtroppo proposta con la veste di grandiosità muscolare (spesso due chitarre ritmiche, due soliste che si intrecciano, più rullate di batteria a non finire, un flauto traverso se non due, un vuoto tripudio midlake_concert2insomma), per risvegliare i cuori del pubblico. La risposta di sollievo collettivo è palpabile: è la reazione viscerale alle note di un disco che pare - non senza una certa sorpresa da parte non solo di chi scrive, ma della band stessa - ormai un classico entrato nella coscienza di molti.
Un sussurro di partecipazione si diffonde infatti sulle note di "Van Occupanther", l'unica mantenuta sostanzialmente integra. Il tentativo di ingabbiare il repertorio precedente nel nuovo abito è comprensibile, ma inefficace. Ad aumentare la sensazione di assistere a uno scarico esibizionismo contribuisce poi la già citata aggiunta di un chitarrista, occupato a far mostra di un machismo rock fuori tempo massimo, invece di lasciare che le storie di "The Trials Of Van Occupanther" sedimentino, senza che qualche gita scolastica sul ponte della chitarra cerchi di rovinare tutto.

Così si conclude - e, con essa, il concerto - anche la sempre stupenda "Branches", quando sarebbe bastato lasciar aleggiare nell'aria pesante di Milano l'ispirato suggerimento:

It's hard for me but I'm trying

(contributi fotografici di Francesca Baiocchi)

Setlist

BEACH HOUSE

1. Turtle Island
2. Used To Be
3. Walk In The Park
4. Norway
5. Silver Soul
6. Gila
7. Home Again
8. Zebra
9. Heart Of Chambers
10. Take Care

MIDLAKE

1. Children Of The Grounds
2. Winter Dies
3. Young Bride
4. Van Occupanther
5. The Courage Of Others
6. Rulers, Ruling All Things
7. Roscoe
8. Acts Of Man
9. Core Of Nature
10. Bandits
11. Head Home
12. Branches

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