03/11/2010

Pontiak

Magnolia, Milano


di Francesco Asti
Pontiak

Nebbia. Delle ombre all' orizzonte. Luci basse disegnano il contorno di tre figure barbute. Una frequenza bassissima percorre la terra, fa tremare le ossa, abbatte i muri. Rimane un deserto. Rimane la notte. E tre fratelli che dipingono un paesaggio sconfinato. Iniziano a suonare i Pontiak.

 

Capitare in una sera di novembre a Milano, con la partita di coppa del mercoledì, la foschia padana e un gruppo che era passato dalle stesse parti pochi mesi prima ben impressionando, certo, ma non destando meraviglia, poteva essere un viaggio quasi a vuoto. Invece, ci si ritrova alle porte del Magnolia già con una bella sorpresa: concerto gratuito! In più si scopre anche che non si sarà i soliti dieci avventori, ma che almeno la cinquantina di unità si supera abbondantemente. E prende corpo il magma atmosferico dei tre fratelli Carney da un singolo rimbombo di un basso, che più basso non si può, lasciato per due minuti buoni a far vibrare qualunque cosa potesse vibrare.

 

Ha inizio un'unica tirata, un'ora circa, della hard-blues-psichedelia di cui il trio è ormai maestro. Tutto si fa suono, elemento di un immaginario (sonoro), non c'è momento in cui si possa uscire dall'aria che si respira. Non c'è pausa, perfino l'accordatura di uno strumento diviene tratto di un flusso generale che si espande nelle orecchie fino a toccare i nervi ottici, mandandoli in un black-out prossimo all'allucinazione: appare terra a perdita d'occhio sotto un cielo enorme, una natura selvaggia ma placida -non a caso patria del gruppo è la Virginia. Stilare una precisa scaletta sarebbe fuorviante oltre che, a dire il vero, piuttosto impossibile, visto che è stato facile perdersi dietro alla compattezza di un live suonato a livelli altissimi, che si è presentato più come una lunga suite che come successione di pezzi. Le varie tracce erano ben identificabili e molto simili a quanto fatto su disco - sono passati da pezzi dei primi album come "White Hands" o "Shell Skull" fino a quelli dell' ultimo "Living" - ma erano tutte unite fra loro e immerse in un'atmosfera generale che prevaleva decisamente rispetto all'emozione di riconoscere il brano suonato.

I Pontiak hanno regalato un set in cui hanno dimostrato di essere una spanna avanti a quasi tutti i gruppi cui sono associati, tanto che il confronto con i Black Mountain di qualche settimana fa è sbilanciato verso i fratelli Carney. Hanno capacità e una perizia tecnica non indifferente -pochi come loro nel calderone della nuova ondata 70's-oriented sanno trovare soluzioni sonore degne di nota, nonché un affiatamento perfetto e collaudatissimo, a dimostrazione che ogni tanto essere fratelli serve a qualcosa. Uniche pecche sono state un volume delle voci eccessivamente basso e una relativa brevità del concerto, che ha rilasciato il pubblico nel momento di massima esaltazione. Ma vista il biglietto gratuito, non ci si può davvero lamentare.

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