27-29/05/2010

Primavera Sound

Parc Del F˛rum, Barcellona


di Francesco Giordani
Primavera Sound

Diciamoci la verità. Il Primavera Sound rischia sul serio di diventare uno dei festival più belli (se non il più bello...) del nostro contraddittorio micromondo indie-rock contemporaneo. Un cartellone ricchissimo di artisti, anche e soprattutto in questa celebrata edizione 2010, che si articola e ramifica fittamente in tutte le possibili e più remote direzioni, in una sorta di tentativo (riuscitissimo, come pochi altri) di sintesi sublime e armonica delle anime molteplici e spesso conflittuali di un concetto, quello di musica indipendente, oggi sempre più labile e scivoloso. Ma non basta: estrema vivibilità (innumerevoli le famiglie con passeggino al seguito avvistate), un generale clima di benevolo e frizzante “volemose bene”, una macchina organizzativa dalla funzionalità pressoché perfetta (dagli orari fino al più infimo dei dettagli), fanno del Primavera Sound un appuntamento ogni anno sempre più immancabile per gli appassionati di musica di tutto il mondo. Andarci una volta significa già lasciare una caparra emotiva sul proprio inevitabile ritorno l’anno successivo. Anche solo per capire se è stato tutto vero o se si è trattato soltanto di un sogno.

Per noi il festival comincia alle 19 del 27 maggio, con l’esibizione dei Monotonix sul palco Vice, uno dei ben otto a disposizione, contando il piccolo spazio unplugged curato dalla Ray-Ban e il Salòn de Myspace 43, senza trascurare poi l’auditorium Rockdelux immediatamente antistante l’area delimitata del festival (con un imbarazzo della scelta così illimitato da alimentare ben presto una dolorosissima girandola di esclusioni e rimpianti). Il tuffo a pesce nella folla che il cantante della band di origini israeliane disegna nell’aria, lanciandosi dalla grancassa issata come una lettiga imperiale dal pubblico in estasi dionisiaca, ci regala un’immagine emblematica del senso di tutta la manifestazione musicale nel suo complesso: la compenetrazione assoluta ed esultante tra migliaia di spettatori e l’amore incondizionato per la musica che ha salvato (e continua a salvare) le loro vite. Per il resto il trio, con ansimante foga podistica, macina riffettoni heavy-noise-blues hendrixiani improntati all’abbattimento di qualsiasi barriera architettonica (e concettuale), suonando imperterrito in mezzo alla folla che lo inghiotte e mastica nel proprio pogo selvaggio.

Ci spostiamo al palco Ray-Ban per fare una visita cordiale ai nostri beniamini Wave Pictures che se la cantano e se la suonano un po’ da soli (benché di fronte a un pubblico piuttosto numeroso), con un set elettrico scarnificato fino alla sottilissima ironia di raccontini scherzosi fatti di aria e risate amare, puntellati da qualche ciuffo di arpeggi folk qua e là. A un certo punto, con il batterista che si mette pure lui a cantare, vengono addirittura coperti dai suoni di un altro palco.

Andiamo allora a sentirci i Surfer Blood sullo stage curato da sua maestà Pitchfork: i quattro americani paiono quasi dei Weezer alle prese con un restyling creativo del canzoniere dei Boston, ma ogni tanto parte la scia luminosa di un bengala anthemico che riempie di silenzio stupito le bocche spalancate del pubblico conquistato. Ottima scommessa. Ma non abbiamo neanche il tempo di pensarci troppo che già incombe il nostro idolo Mark E. Smith con i suoi immarcescibili e sempre velenosissimi Fall. Braccia ciondolanti, bocca sdentata e ciancicante, solita improponibile faccia di bronzo, il nostro mugugna, strepita e urla le sue farneticazioni tra il poetico e il sacrilego, rimbalzando come una pallina da ping pong al ralenti tra i tre microfoni piazzati sul palco. Il gruppo nuovo di zecca che lo sostiene è una macchina da guerra implacabile e precisa, che frusta riff garage al fosforo e innesca progressioni kraut psichedeliche (molte delle quali pescate dal recentissimo lavoro, "Your Future, Our Clutter", pubblicato dalla Domino). Facciamo in tempo anche a goderci uno spezzone del concerto dei Titus Andronicus. Il loro punk catartico di matrice replacementsiana, attorcigliato in vortici ascendenti di chitarre magmatiche, incanta il pubblico, anche grazie alla forte presenza scenica del delirante e barbutissimo leader Patrick Stickles.

A questo punto ci spostiamo al palco Ray-Ban per assistere all’attesissimo concerto degli XX (ormai più simili a una “V”, essendo rimasti in tre). Davanti a una platea fittissima ed entusiasta, il trio dispensa i propri bisbigli e le proprie carezze twee-pop lastricate di ritmi elettronici ed esili tocchi di chitarre minimali. Il suono risulta un po’ scarno e inconsistente, le canzoni tendono a somigliarsi pericolosamente tutte, in più la voce da sussurratrice di linea erotica di Romy Madley Croft alla fine viene quasi del tutto inghiottita dai volumi troppo alti della strumentazione, come se si stesse mettendo un megafono al soliloquio di due anime (canta infatti anche il chitarrista) distanti, che comunicano attraverso la parete impenetrabile di solitudine che le separa. Gran parte del romanticismo svanisce, ma nel complesso la band ottiene un apprezzamento unanime da parte del pubblico.

I Superchunk nel frattempo propongono il loro indie-rock a tinte punk forse un po’ tiepido e monocorde alle nostre orecchie (ma è più che altro un questione di gusto e sensibilità): troppe chitarre e ritornelli spesso similari, tanto da rendere le canzoni fattivamente indistinguibili l’una dall’altra, ma il significato storico della band è innegabile e fa da prologo perfetto al sempre più imminente atterraggio dei cugini Pavement. Nell’attesa del grande momento ci gustiamo i Wild Beasts, che dimostrano sul palco di Pitchfork tutta la propria grandezza espressiva e il profondissimo talento compositivo (sono nei fatti una delle migliori band indie dell’ultima generazione britannica, assieme a Horrors, Maccabees, Foals, Late Of The Pier e pochi altri). I quattro inglesi regalano un set serratissimo e rigoroso, imperniato per lo più sull’ultimo album “Two Dancers”, sagomando una pasta sonora ricca di suggestioni e improvvise aperture cinematiche che bene mettono in evidenza la preziosa e imprevedibile non-ovvietà stilistica della raffinata pittura sonora dei nostri.
Attraverso un arzigogolato funambolismo di ubiquità crono-spaziale riusciamo a strappare anche un minuscolo brandello di esibizione dei Broken Social Scene, i quali ci prendono in perfetto contropiede proponendo un set asciuttissimo ed elegante di canzoni colorate da una svagatezza lunare e un’ariosità melodica che ci solleticano e avvolgono come un fluido caldo e lattescente, impregnato di folk, pop e psichedelia divagante: semplicemente grandiosi, con il buon Kevin Drew (lo rivedremo poi in un simpatico e furtivo cameo assieme ai Pavement) a fare le veci di un ispiratissimo sciamano e pifferaio magico per una platea da cartolina in religioso e devotissimo ascolto.
Corriamo quindi dai britannici Big Pink che, in formazione a quattro, confermano le proprie buone qualità, affogando svenevoli melodie shoegaze in una nube assordante di synth-noise romantico trafitto da un martirio di loop sfrigolanti e frantumi di suoni campionati. Dopo una fase iniziale che fatica a carburare, la band trova un proprio assetto e riesegue l’album d’esordio con stile sensuale e un po’ vizioso, tra nichilismo rumorista e voluttà ombrosa.

Giunge dunque l’agognata ora dei Pavement. La band attacca con “Cut Your Hair” e Malkmus, che pare protetto da un sortilegio benevolo ed è perfettamente uguale a dieci e passa anni fa, si consegna indolente e scazzato più che mai al suo pubblico in adorazione, nascondendosi dietro un folto ciuffo di compiaciuta frustrazione mentre suona la chitarra in tutte le più improbabili posizioni, manovrandola come una mazza da golf immaginaria, un aspirapolvere e una scopa di saggina. Il gruppo vomita in un devastante marasma di distorsione elettrica cantabile il repertorio storico dei grandi album, nel più completo tripudio del pubblico: per una band che ha fatto del fallimento inevitabile e delle utopie essiccate al sole deformante della più amara disillusione una sorta di credo mistico e un rituale generazionale, il concerto diventa una specie di messa low-fi collettiva e sgangherata in cui tutti, ma proprio tutti, ritrovano un brandello di sé (anche il ragazzo occhialuto che cade in ginocchio con la faccia nel proprio vomito mentre l’amico in giacca canta a squarciagola vicino a lui).

Gli americani Apse, anch’essi ottimi, con il loro post-rock ritualistico e tribaleggiante, suonato con grande classe, terrorizzano e confondono il già confuso (e poco numeroso) pubblico, sinceramente ammaliato dalla voce acuminata ed evocativa del cantante. Vediamo anche un breve scorcio dei Chrome Hoof, sorta di orchestra funky-spaziale in abiti roboanti che innesca galoppate metal del tutto inusitate con tanto di lirico gorgheggio in stile growl a sorpresa: sembra uno scherzo e invece fanno dannatamente sul serio, ma il pubblico, vista anche la tarda ora, risponde poco e stancamente.
I Moderat chiudono la nostra serata con un set di algida techno concettuale di matrice krafetwerkiana (almeno alle orecchie disabituate di noi profani), tutta linee rette e postulati euclidei, che pettina e riorganizza il coacervo sparpagliato di pensieri e percezioni del nostro cervello, riportandoci così, pian piano, tra le lenzuola macchiate del confortevole ostello che ci dà rifugio.

La giornata del 28 comincia per noi con il pop corale e soleggiato dei canadesi New Pornographers che, attraverso la canzoni del loro nuovissimo album, dipingono un arcobaleno di melodie multicolori sulle teste della platea rapita, indicando la strada per un’accogliente felicità tardo-pomeridiana trascorsa tutti insieme a cantare a squarciagola ritornelli che magari si sentono per la prima volta nella vita, succulento e prelibato antipasto per le delizie che ci aspettano in serata.
Sul palco Vice gli Oh-Sees eseguono nel frattempo un garage-rock’n’roll alcolizzato (sia inteso in senso letterale, viste le condizioni a dir poco precarie del cantante), scandito da lalala innocenti e ossessivi che vanno a schiantarsi su strutture di due accordi due straordinariamente efficaci, nel loro appeal coltivatamente demodè.
Sullo stesso palco, a distanza di cinque ore, King Khan (travestito da faraone o samurai esotico) risponderà con un ricetta non troppo distante, rimbalzando di rovescio (e con l’aiuto soltanto di un batterista) la pallina roteante del garage lanciatagli dai colleghi, sfoggiando un altrettanto tenace furore esecutivo e immaginazione etilica da vendere.
Di sfuggita rimaniamo invischiati nel blues atonale e destrutturato di Scout Niblett per poi fiondarci ad assistere all’esibizione degli Spoon. I texani, con il loro art-rock postmoderno, concettuale e nervoso, sempre ricatturato nelle ragioni di un classicismo stravolto, ripercorrono con sguardo generoso il loro repertorio, squadernando una collezione di notevolissime canzoni sparse nel tempo: eccellenti maestri di raffinata sintesi espressiva, i quattro partono nella loro tiratissima esibizione dal Texas per arrivare ad Abbey Road, passando attraverso qualsiasi significato residuo vi venga da ricondurre alla definizione di bellezza nel rock.

Ci approssimiamo al palco ATP, dove una folla fittissima è assiepata ovunque per i Beach House. Il duo mette tutti letteralmente a sedere, raccontando una favola nebbiosa in equilibrio tra allucinazione onirica e la fuggevolezza impressionista di ricordi sfocati che si confondono, mentre le gemme del loro nuovo album “Teen Dream” si snocciolano una dopo l’altra in tutta la loro estatica bellezza. Nascosti tra l’erba alta, sotto i rami oscillanti di un alberello che copre e rivela l’immagine del palco lontano come una palpebra appesantita, seguiamo fino a smarrirci i sentieri tortuosi di un dream-pop rarefatto e narcotizzante, nel quale la voce della cantante Victoria Legrand brilla come l’illusione luminosa di una stella distante e imprendibile. Nel mentre i Wire si esibiscono sul Vice: riusciamo a vedere soltanto tre pezzi che restituiscono l’immagine un po’ ferma e ingessata di algidi scienziati del decostruzionismo post-punk intenti a edificare i loro astrusi congegni concettuali, giocati sulla pura aritmetica del ritmo, che a tratti impressionano ma non rapiscono mai del tutto.

È dunque la volta dei Wilco. Il pubblico è vicinissimo al suo picco di affluenza (che verrà compiutamente raggiunto con i Pixies), le persone senza una San Miguel in mano sono meno dei capelli sulla testa di Frank Black, e la band, aristocratica e signorile, con mano ferma e navigata, si produce in esecuzioni eleganti e perfette di canzoni straordinarie che abbracciano tre lustri di irripetibile carriera e acciecano l’anima con la loro luce calda e guaritrice. Jeff Tweedy, tranquillo come chi ha superato l’abisso del nulla, spezzandosi unghie e nervi, sente ancora ansimare e sussurrare i propri nerissimi fantasmi da dietro la nuca, eppure spande sul pubblico una polvere di rabbia pacificata, attraverso un suono pieno e tempestato di preziosissimi dettagli, consapevole di come i Wilco siano ormai, con ogni probabilità, i più grandi custodi e guardiani del grande canone sempiterno della canzone americana, tra mito ed elegia.

In nome di vecchie non troppo nascoste passioni di pop malsano raggiungiamo Marc Almond che rispolvera un po’ del suo vecchio carisma e di fronte a un pubblico più selezionato presenta alcuni dei brani del suo ultimo lavoro “Varietè”. Buona presenza scenica, qualche controllato svolazzo di barocca teatralità e una guizzante verve canterina da vecchia faina del pop contribuiscono ad accendere un’esibizione tutto sommato non troppo incisiva da parte del Nostro, che ci godiamo trangugiando un cous cous che per poco non provocherà la nostra morte nelle ore immediatamente successive.
Assistiamo poi allo show dei Cold Cave: il loro synth-pop triturante e acidissimo, graffiato di distorsioni sanguinarie e poesia neogotica perfettamente ballabile, tra New Order, Suicide e Xiu Xiu, per quanto assordante e affilato come un artiglio retrattile, mette d’accordo anima e gambe e ottiene il meritato plauso del pubblico.

Giunge dunque l’ora fatidica della calata dei Pixies, forse l’act più atteso e invocato di tutta la manifestazione. I quattro bostoniani sono diventati vecchi e grassi pure loro, ma la grinta dei bei tempi non è minimamente intaccata, anzi. Molto fermi e solidi, si danno in pasto al pubblico totalmente soggiogato per quello che essi sono: l’ultimo dei gruppi punk e il primo dei gruppi indie. Mentre sfila il treno inarrestabile dei vari classici a raffica, appare chiaro come i Pixies mantengano, in tutto il suo fulgore, il tratto più caratteristico delle leggende viventi del rock: la monumentalità statuaria dell’icona che non viene più graffiata dal tempo, al di là del senso più o meno sindacabile di tutte le reunion e non reunion strategiche del caso. Il resto è già storia: esecuzioni secche, precise e sfrontate che fanno la gioia di un pubblico oceanico composto da decine di migliaia di cuori che si inginocchiano e formulano all’unisono una preghiera interiore sotto forma di pogo urlante col groppo alla gola.

Poco distanti i Major Lazer regalano un set di potenza ritmica devastante, tutto impennate techno-dub-afro-funk e proclami tuonanti del tarantolato vocalist, coadiuvato da ballerine procaci e seminude che sanno di certo il fatto loro. Chiudiamo la serata con gli Yeasayer che si addentrano nei fascinosi teoremi orient-pop del loro ultimo controverso (e criticatissimo) album. Le canzoni dal vivo riescono a conquistare il pubblico grazie a un amalgama felice e sculettante di gusto synth-pop eroticamente sbarazzino ed epicità psichedelica da afosa giungla multietnica metropolitana, densa di odori e percezioni in reciproco, suggestivo, contrasto semantico. Un buon modo di incorniciare la giornata, decisamente.

È ormai l’ultimo giorno del festival, il 29, e tra un pulpo piccante e l’oro di calamari fritti sgranocchiati nell’area del porto, ripensando all’estasi vegetale delle allucinazioni architettoniche di Antoni Gaudì, il pomeriggio si specchia in un bicchiere di vino fermo sul tavolo, mentre il festival tende sempre più a permearsi di un pacifico edonismo, a tratti quasi religioso. Ne è dimostrazione il concerto di Atlas Sound: Bradford Cox, magro come una stampella e avvolto in un cappottone militare, equipaggiato solo di armonica, chitarra e pedaliera, esegue le canzoni del secondo album del suo side-project, “Logos”, chiedendo al pubblico se il mare che vede all’orizzonte è l’oceano, prima di inghiottire tutti in un sortilegio di psichedelia liquida e riverberante dalla quale le canzoni si affacciano come volti di fantasmi femminili dall’irresistibile potere seduttivo.
Le Slits, dal canto loro, rilanciate dal recente e pessimo ritorno discografico, con formazione in parte rimaneggiata, ripropongono il loro rinomato combat-art-reggae-punk femminista: le guardiamo quasi solo per la stima che nutriamo nei confronti di Simon Reynolds (e di un disco stratosferico come “Cut”), ma lo show non è affatto dei migliori: canzoncine spuntate e monocordi, quasi del tutto schiacciate dall’ingombrante leader Ari Up (in discreta forma, con lunghissimi rasta), che lancia i suoi proclami e si alza la gonna indicando le mutandine azzurre in una lontana eco sghignazzante dello scandalo culturale che la band poteva essere o rappresentare ai bei tempi.

Subito dopo Florence e i suoi Machine, contro ogni nostra più diffidente previsione, si dimostra una fata carismatica, armata di bacchetta magica, lunga tunica bianca da vestale e cappelli rosso fiamma, evanescente come una ninfetta shakespeariana e potentemente carnale come una Maddalena impenitente. Bellissima, ammaestra il pubblico come una tigre domata, impartendo i propri incantesimi ammaliatori all’insegna di un pop euforico e ribollente di folgori soul, come peraltro ben testimoniato dal bel album “Lungs”.
È poi la volta degli esordienti al centro dell’implacabile mirino del killeraggio hype The Drums. Il quartetto newyorkese si rivela un piccolo capolavoro estetico: frangette oblique, magliettine a righe, per un pop ultraleggero al servizio di un gruppo felice di esistere. Con movenze da saltimbanchi picassiani, vestiti come marinai innamorati in un crociera della più fervida fantasia, cantano canzoni semplicissime, il cui senso ultimo è tutto racchiuso nelle piroette che i quattro disegnano sul palco, attraversando a colpi di compasso tutto il carosello pittorico di trent’anni di amatissimo indie-pop.

E se Gaudì ci insegna che in natura non esistono linee dritte ma solo curve e così dev’essere anche nelle opere dell’ingegno umano, i Grizzly Bear assecondano gli oracoli del maestro modernista catalano e plasmano una delle esibizioni più belle dell’intero festival, tutta golfi d’ombra, fughe prospettiche e labirintiche sinuosità. Masticando un suono dilatato e pulviscolare, i quattro americani edificano castelli invisibili e cattedrali di voci che si intrecciano in un ordito misterioso. Il loro folk raffinato si lascia così accarezzare da timbriche psichedeliche o imprevedibilmente tribali, solcate dalla pura ipnosi di chitarre, clarinetti, tastiere e flauti piegati alla bellezza di un capriccio barocco. Il pubblico sembra quasi ascoltare il rumore sublime di un sogno ultraterreno e risponde alla chiamata con il dono più generoso per una band come questa: il silenzio di un’attenzione meticolosa.

Con i Charlatans scatta poi il momento del tuffo al cuore privato: che gioia sottilmente indescrivibile vedere Tim Burgess, con la sua immacolata scodella di capelli neri, ondeggiare come un fungo allucinogeno sulle note di “Then”, mentre il primo indimenticabile album “Some Friendly” viene eseguito per intero e l’epopea del baggy srotola la pergamena della memoria, tra spirali di ritmo interiore che si perdono in uno spazio virtuale senza confini e hammond che intrecciano la fibra paziente del loro ordito metafisico.

In onore del nostro direttore e del professore di greco e latino che ce lo fece conoscere e apprezzare al ginnasio, cerchiamo di intercettare Gary Numan, ma l’arciduca dell’elettropop ritarda di mezz’ora e siamo costretti a defilarci. Successivamente le Dum Dum Girls, con alle spalle uno degli esordi più graziosi che l’indie americano ci abbia regalato quest’anno, svuotano il sacco delle loro melodie affogate in una panna di noise riverberato e vincono anch’esse senza troppi patemi d’animo, restituendo tutto il senso tangibile di questo “nuovo” suono americano che il sito Pitchfork ha di fatto contribuito a inventare dalle colonne dei suoi sempre incandescenti editoriali.

Sui conclusivi Pet Shop Boys c’è ben poco da dire se non che il duo britannico rappresenti in ultima analisi uno dei migliori spettacoli pop cui abbiamo avuto la fortuna di assistere nel corso della nostra ancor breve esistenza: colossali scenografie di poliedri ricomponibili sui quali viene proiettato un piccolo cinema di accecante pop-art astratta, ballerini guizzanti come saette di pura luce colorata, erotismo a fiumi e poi loro due, una voce e un computer, vestiti di tutto punto, eleganti e perfetti come un’idea. La coppia ripercorre con tocco ironico e sapiente le regioni del proprio sterminato canzoniere, in una vacanza immaginaria che va a coprire trent’anni di irripetibile storia pop. Il pubblico è caldo come una trottola impazzita e ballano anche i bicchieri vuoti sul cemento. Un tributo dovuto a uno dei gruppi più copiati (e sistematicamente meno citati) del nostro tempo.
La house spaziale degli Orbital sortisce invece l’unico effetto di farci addormentare stremati su un gradino e qualcuno pensa bene di rubarci pure gli occhiali da sole, senza farsi beccare...

Insomma, se ancora non si fosse capito: cominciate a mettere i soldi nel salvadanaio per l’anno prossimo. L’appuntamento a Barcellona è già bello che fissato.

Un ringraziamento affettuoso a Rosanna

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