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LO STATO SOCIALE + BOLOGNA VIOLENTA

16/10/2010
Covo, Bologna
Per una giovane band bolognese il banco di prova più temuto e significativo è – per due motivi assai elementari – il Covo. La prima delle due ragioni è che il club, situato nella prima periferia est del capoluogo emiliano, è un locale piccolo ma storico per via dell’importanza degli artisti che ne hanno calcato il palco. La seconda risiede invece nel fatto che, nonostante la sua leggendarietà, il locale in questione è anche tristemente rinomato per la sua pessima acustica. Volendo dunque essere a tutti i costi semplicistici, se vai bene al Covo vai bene ovunque. E lo Stato Sociale, al Covo, ha dimostrato di essere un sistema ottimamente funzionante. Uno di quelli che se non ti cura dalla culla alla bara, almeno lo fa da “L’apatico” a “Cromosomi”, ovvero i pezzi di apertura e chiusura del loro live set. E per cullare, in questo caso, non si intenda l’appisolarsi serenamente al calare della notte, quanto piuttosto quel farsi trasportare dall’energia che i sei – alla settantesima esibizione in meno di un anno - sono stati capaci di sprigionare in cinquanta minuti di puro entertainment, volati via come fossero dieci, in un turbinio di synth affilati, cassa pulsante, archi e fiati infilatisi da non si sa quale pertugio, sproloqui più o meno improvvisati, invasioni di palco, tortellini, mortadella e rapporto Beveridge. Prossimi a più sofisticate produzioni, hanno girato in lungo e in largo lo Stivale presentando i brani presenti sul casereccio “Welfare Pop” più alcuni pezzi di più recente produzione, arricchendone squisitamente gli arrangiamenti. Particolarmente azzeccato l’innesto di un violoncellista, il cui apporto ha comportato un rinfrescamento generale di quel synth-pop metropolitano presente sull’ep, ora screziato di inaspettate randellate folk dai rinculi psych-soul. L’estetica de Lo Stato Sociale è naif: nella loro gestione del palco convivono amabilmente autoironia e anti-professionismo, fare nerd e poesia del cazzeggio, modi sbrigativi e conduzione estemporanea dell’esibizione, «ricchionate» (“Magari non è gay ma è aperto”) e «cafonate» (“Sono così indie che”), per dirla con le parole del loro (anti-)frontman stesso. Gli astanti, di conseguenza, non possono che spassarsela: cantano a memoria i ritornelli più catchy del loro repertorio ora abbracciandosi, ora spintonandosi e ora balzando sul palco, se è il caso persino per imbracciare uno strumento (sulla scena anche un ex sideman di Roy Paci).

Se c’è invece un artista che di disputare spareggi-salvezza in casa non ha alcun bisogno quello è Nicola Manzan. Il suo moniker stesso, della città è una distopica allegoria in chiave poliziesco anni ’70. La maturazione del percorso del Manzan solista comporta una rilettura della dimensione concertistica del suo prodotto: è forse mediante il palco, il pubblico e il rapporto di co-implicazione che tra questi due soggetti s’instaura che il pacchetto Bologna Violenta assume il suo confezionamento più appetibile. La forma documentaristica del lancinante viaggio antropologico intrapreso da Bologna Violenta ne “Il Nuovissimo Mondo” dal vivo assume una forma ben più credibile piuttosto che su disco: come guardare attentamente, con grande coinvolgimento, un film al cinema, luogo precipuamente destinato al consumo-visione, e invece guardare di sfuggita, tra uno sbadiglio e l’altro, la stessa pellicola in televisione dopo una stressante giornata di lavoro. Questa è la forza e anche il limite della musica di Bologna Violenta: è musica fondamentalmente barbosa se non addirittura irritante che può però tramutarsi in un’esperienza di profondo trasporto mentale. Manzan in un’oretta, nella sola compagnia di un sequencer, un violino e una chitarra talmente distorta da indurre il vostro apparato uditivo a chiedere “basta”, spara quarantasei colpi a bruciapelo. La prima parte della scaletta è riservata all’esecuzione dei brani tratti dall’ultimo lavoro. Poi i toni concettuali si abbassano, e c’è spazio per i vecchi pezzi dal retrogusto hard boiled. Una volta riposta l’arma nella fondina, il pubblico accusa visibilmente carenze di ossigeno, ma nessuno sembra propriamente deluso. Perché Lo Stato Sociale e Bologna Violenta sono due facce assai dissomiglianti della stessa medaglia, sono il presente più vividamente percettibile dell’underground bolognese, sono l’autoironia e la paranoia, il dileggio sguaiato e la riflessione nichilistica. Forse non una lezione di storia, ma una lettura attenta a un interessante quotidiano. E data la presunta crisi della stampa italiana da molti denunciata, non si può di una simile serata che essere soddisfatti.