15/06/2010

Xiu Xiu

Unwound Club, Padova


di Michele Saran
Xiu Xiu
Per il suo ottavo appuntamento (a seguire nomi come Jennifer Gentle, Ufomammut, Paolo Benvegnù, e a precedere nientemeno che Current 93), l’Hey Sun! Festival - un evento in joint-venture tra La Mela di Newton, l’Unwound Club e il Comune di Padova - ha scelto una delle band più importanti, originali e (probabilmente) influenti del decennio appena trascorso, gli Xiu Xiu.
Non certo favorito dalle condizioni meteorologiche (che hanno costretto il tutto negli spazi coperti dell’Unwound, a dispetto dell’originaria intenzione di poter godere del Parco Fantasia), e dall’esibizione di Dylan della stessa sera a poche centinaia di metri di distanza, il set degli Xiu Xiu si è rivelato più che memorabile.

erre( r ), il progetto di Fabrizio Palumbo, originario chitarrista dei Larsen, e ultimamente prolifico musicista/collaboratore fulgido di iniziative (e da sempre cultore degli Xiu Xiu, come testimoniano i suoi due album realizzati dal supergruppo Larsen-Jamie Stewart, XXL), oltre che animatore di realtà e iniziative per lo più oscure (suoi i Blind Cave Salamander), apre il concerto.
L’autore si arrabatta con ogni sorta di escamotage post-rock ed electro (a cura del valente Daniele Pagliero, anche titolare del progetto solista Lo Dev Alm) per aggirarsi in lungo e in largo nel limbo descritto dagli ultimissimi Swans e il primo Mike Gira. Litanie Cohen-iane, loop industriali, drum’n’bass rallentati fino allo spasimo dark, droni panici e uragani cosmici sono personaggi che compaiono irrazionalmente nelle sue composizioni, fino a sfibrarle nella loro stessa natura, a renderle un puro atto di contrizione.

Il suono Xiu Xiu è, prima di tutto, il corrispettivo uditivo dell’ansia post-industriale contemporanea. La sfrontatezza loro propria (Stewart e gregaria, la bravissima Angela Seo) appartiene senz’altro alla musica rock, ma con una filosofia che proviene dal teatro di ricerca, se non dall’happening art. Lo spettatore è chiamato implicitamente e sottilmente in causa a tirare le sue conclusioni, a identificarsi a vari livelli con quel suono, perché si tratta di un suono che non appartiene nemmeno più all’autore, ma che si sparpaglia, si spappola, s’insinua nell’audience fino a negarsi. Xiu Xiu è il suono della mancanza di punti di riferimento (morali o razionali che siano).

xiuxiu1Ma l’esperienza live serve a chiarire le competenze, a svelare l’enigma di tanta pregnanza di sound. Jamie Stewart è uno dei casi rari di talento concentrato in un unico musicista: eccellente cantante e eccellente chitarrista, in entrambi i casi ai vertici della schiera coeva. Prove di voce portentosa, un Morrissey illanguidito, affannato, trascendentale, si hanno immediatamente in “Black Drum Box” (dopo un inizio dedicato ad applausi dei due rivolti al pubblico), le cui aperture operistiche del crooner diventano veri pilastri armonici. Saggi di chitarrismo dell’assurdo si hanno, più che in altri momenti, nell’interludio “Poe Poe”, in cui Stewart disintegra un pacifico strimpellio in stile carillon tramite valanghe di cacofonie shockanti.
Angela Seo, alle percussioni metalliche (una pletora di piatti, gong e campane) e ai dispositivi elettronici, è un piccolo prodigio. E’ lei che pennella un’isterica versione di “I ♥ The Valley”, quasi totalmente germinata sopra un pattern ossessivo, e l’industrial esistenziale di “Guantanamo Canto”, su cui improvvisa e dissona con abnegazione maniacale.

L’insieme dei due è comunque ben al di sopra della somma delle parti. Il loro post-post-wave, ben sorvegliato dallo spettro dei Pere Ubu per quanto riguarda dinamiti elettroniche, atroci torture di rumore e lande di non-musica, chiarisce una tendenza che culmina con “Gayle Lynn”, timbri quasi-giocattolo forzati a sfuriare per qualche istante un brutale siparietto free-jazz degno di Cecil Taylor, nel bel mezzo di una comoda cadenza psych-pop. “Muppet Face”, record di efferatezze, procede per battiti inizialmente regolari ma poi depistati da ogni sorta di accorgimento, quindi lasciati deflagrare in uno spazio privo di alcuna significazione razionale.

xiuxiu2Un altro capolavoro di esecuzione, “Apistat Commander” (un gorgo suicida di canto agonizzante, deliri chitarristici su ping-pong di drum machine e spaventosi cubi di rumore alla Gordon Mumma), è un po’ il contraltare del ballabile introverso e surreale che proviene da “Dear God I Hate Myself”, e in particolare da “Chocolate Makes You Happy”, forse l’unica concessione a una normalità (anche se non meno demonica) che fa muovere il numeroso pubblico.

Un unico corpo musicale (e anti-musicale), non corredato da bis, che il duo - pure spossato per la calura man mano accumulata – elargisce con disarmante competenza e una professionalità sui generis (pure esagerata dai gargarismi appartati tra brano e brano di Stewart), veicolo fondamentale per trasmettere la giusta credibilità del loro non-messaggio non-nichilista che è, insieme, monito, essenza priva di orpelli, e - forse - presagio di una nuova era. Se la vera arte è quella dell’equilibrio, e talvolta di un equilibrio tra estremi e ostilità, gli Xiu Xiu vi hanno ormai sviluppato salde radici.

(contributi fotografici a cura di deSna B.)
Setlist
  • Black Drum Box
  • Apistat Commander
  • Gray Death
  • Dear God I Hate Myself
  • Muppet Face
  • Gayle Lynn
  • I ♥ The Valley
  • Falkland Road
  • Poe Poe
  • Guantanamo Canto
  • This Too Shall Pass Away
  • Chocolate Makes You Happy
  • Boy Soprano
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