06/07/2011

Cake

Magnolia, Milano


di Gabriele Benzing
Cake
"How do you afford your rock 'n' roll lifestyle?". John McCrea, voce e anima dei Cake, ha maturato una sua personale via al rock 'n' roll: una via in cui quello che conta di più è prendersi il proprio tempo, portare avanti le proprie scelte senza preoccuparsi di afferrare l'hype del momento; una via in cui la libertà della propria etichetta è meglio di un contratto con una major e in cui il rapporto diretto con il pubblico vale più di un articolo di "Rolling Stone".
Del resto, lo si capisce subito da come si presenta sul palco milanese del Magnolia, sfidando le zanzare dell'Idroscalo accompagnato da un'ironica fanfara in stile "Rocky": lattina di birra in mano, camiciola a righe e immancabile cappellino da baseball a coprire il diradarsi della chioma, è il perfetto emblema del "Big Lebowski" della porta accanto. Certo, la barba si è fatta più grigia rispetto ai tempi di "Fashion Nugget". Ma lo spirito intimamente slacker e pieno di humour è rimasto sempre lo stesso: quello che ha fatto dei Cake uno dei mattoni più solidi (e sottovalutati) dell'indie-rock americano degli anni Novanta.

È un tipo umile, McCrea, uno a cui non interessa darsi troppe arie. Si avvicina al microfono sulle note romantiche della tromba di Vince Di Fiore e intona un vecchio brano del fuorilegge del country Willie Nelson, "Sad Songs And Waltzes". Traballante, rugginoso e struggente come solo i Cake saprebbero renderlo. Poi, McCrea impugna l'immancabile vibraslap, che con il suo fremito di percussioni latine marchia da sempre le canzoni della band californiana, e si mette a giocare con i momenti più celebri (e anche con quelli meno noti) di un repertorio ormai ventennale.
La formula è perfettamente collaudata: McCrea grattugia le corde della sua chitarra acustica dando lo spunto a una sezione ritmica dal groove pulsante, su cui Xan McCurdy innesta le sue incursioni elettriche e Vince Di Fiore i suoi profumi mariachi. E la risposta della platea è sempre calorosa, sia che si tratti dell'atmosfera festosa di brani recenti come "Mustache Man (Wasted)", sia che si tratti della malinconia di vecchi classici come "Frank Sinatra".

CakeI brani tratti dall'ultimo "Showroom Of Compassion" dominano la parte centrale della serata: McCrea introduce "Federal Funding" con una frecciata al sistema sanitario americano e scherza sulla vita on the road al passo caracollante di "Bound Away" ( "I'm trying to come home, but I'm here with the band"). La voce pigra e polverosa scandisce ogni parola come in una chiacchierata tra amici, immersa nella danza di riflessi colorati della mirrorball che campeggia sul palco. D'altra parte, solo il suo sorriso da regular guy potrebbe raccontare il senso di inadeguatezza del cuore con la semplicità nostalgica di "Mexico": "I was high, but she was the sky".
Ma più di tutto, McCrea riesce a instaurare un dialogo con il pubblico capace di andare oltre la facciata del "Ciao Milano" di rito. Non ha paura di far riscoprire a tutti il gusto di cantare insieme, lasciandosi alle spalle le finte pose snob: sulle note di "Sick Of You" divide la platea tra "escapisti" e "arrabbiati", invitando tutti a "prendere posizione" e partecipare al coro a due voci del ritornello; in "Jolene" spinge uomini e donne a fare a gara nel canto; e a un certo punto organizza persino un vero e proprio quiz, con in palio un alberello da piantare e far crescere amorevolmente: nei panni del Gerry Scotti della situazione, McCrea interroga solo i più disciplinati (per la cronaca, la domanda riguarda l'autore della scultura del "dito medio" messa davanti alla Borsa in Piazza Affari... chi sa la risposta?) e fa giurare alla bionda vincitrice di piantare l'albero e poi mandargli una foto. Perché i Cake non vogliono semplici spettatori, ma veri compagni di strada.

In nome della filosofia del gustarsi le cose con lentezza, la band si prende una pausa tra i due set del concerto. Quando torna in scena, è per inanellare tutti i brani più amati, dall'andamento funky di "Never There" ad una sarcastica "Italian Leather Sofa", che con le sue svisate jazzistiche raccoglie l'entusiasmo del pubblico.
I bis non fanno mancare nemmeno l'arcinota cover di "I Will Survive" (quella che ha lanciato la carriera dei Cake), ma a trascinare nell'ultimo coro è l'irresistibile giro di basso con cui Gabriel Nelson annuncia "Short Skirt / Long Jacket": e ci si ritrova tutti emuli di Chuck Bartowski, tra le mura del nostro "Buy More" quotidiano a sognare una ragazza con "la mente come un diamante" e "unghie che brillano come la giustizia". Tornando a casa con la voglia di concerti in cui anche i gruppi indie sappiano ancora far sorridere e cantare con la stessa modestia e ironia.

(Foto di Andrea Leone)
Setlist
1. Sad Songs And Waltzes (W. Nelson)
2. Opera Singer
3. Arco Arena
4. Frank Sinatra
5. Sheep Go To Heaven
6. Mexico
7. Shadow Stabbing
8. Long Time
9. Mustache Man (Wasted)
10. Bound Away
11. Federal Funding
12. Sick Of You

13. Love You Madly
14. Italian Leather Sofa
15. Guitar
16. Rock 'n' Roll Lifestyle
17. Jolene
18. Never There

encore

19. Wheels
20. Short Skirt / Long Jacket
21. I Will Survive (G. Gaynor)
Cake su OndaRock
Recensioni

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(2011 - Upbeat Records)

Il tempo non passa per i Cake, al ritorno dopo pił di sei anni di silenzio

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