09/04/2011

Anna Calvi

Locomotiv, Bologna


di Giovanni Dozzini
Anna Calvi

Al di là della bravura di chi sta sul palco, delle canzoni che vengono suonate e del clima che in un modo o nell'altro può crearsi, ci sono dei momenti, in certi concerti, in cui l'aria comincia a vibrare diversamente, si fa più satura, momenti in cui è come se l'ultimo tassello di un mosaico trovasse finalmente la propria collocazione, come se l'elemento mancante di un complicato meccanismo finisse al proprio posto e tutto il marchingegno cominciasse a funzionare davvero come si deve. Momenti in cui chi si ritrova ad ascoltare, le spalle strette contro altre spalle, gli occhi sfiancati dalle luci e dal caldo, non può non percepire che qualcosa è cambiato, che qualcosa di grosso è successo. Quando questa ragazzina londinese a cui sono toccati in sorte un nome e cognome e un mezzo di sangue italiani imbraccia la sua chitarra infischiandosene del braccio malmesso che fino ad ora l'ha costretta a cantare le sue canzoni aggrappata all'asta del microfono, ecco, tutti capiscono di trovarsi nel bel mezzo di uno di questi momenti. Il concerto è stato bello, fino ad ora, per carità, e già molti di coloro che riempiono ogni centimetro quadro o quasi del Locomotiv, in questo sabato d'aprile assurdamente torrido anche per la torrida Bologna, stanno pensando che un giorno potranno raccontare di esserci stati, la prima volta che Anna Calvi ha suonato in Italia. Però adesso la storia prende un'altra piega. È evidente, ed è una piega che delizia.

 

La ragazza è di poche parole, e di queste poche parole, apparentemente, non ha intenzione di proferirne alcuna nella lingua paterna. L'unico vero e proprio concetto che esprime nel suo inglese poco più che sussurrato, non considerando i vari "thank you" sparsi tra una canzone e l'altra, non  piace a nessuno di quelli che, anche grazie a una mimica piuttosto eloquente, capiscono: il braccio sinistro è infortunato, ferito - "injured", dice, manco fosse una tennista, o una soldatessa - e la chitarra proprio non la può suonare. Alla sei corde ci pensa un pennellone un po' stranito, una specie di indie-nerd che cerca di farsi notare il meno possibile, alla sua destra, mentre dietro di lei, a pestare la batteria, c'è un tizio lunare, una specie di androide o alieno in trasferta-premio sulla Terra, che forse pagherebbe appena meno del suo collega per non essere qui in questo momento. Non un granché, né l'uno nell'altro, ed è un peccato. Fortuna che sullo spicchio che rimane del palco, quello più vicino al varco che porta agli inferi dei camerini, si dimena senza requie una bionda hippie con la faccia da cattiva ragazza e un armamentario da fare invidia a un acrobata da circo. Roba d'ogni sorta da percuotere, può essere materiale di scarto come qualche diavoleria sintetica, e una grossa fisarmonica da suonare come fosse un pianoforte. Lei ci sa fare davvero, e per tre quarti d'ora buoni, il tempo delle otto canzoni che compongono il primo atto di un concerto che, lo sanno tutti, per forza di cose non potrà che essere breve, la baracca si regge sulle sue spalle. Oltre che su quelle, meno da uccellino di quel che sembrerebbe, di Anna dalle labbra scarlatte, ovviamente, che, può solo cantare e allora lo fa in maniera magistrale, con una voce potente e argentina che non le scappa mai nemmeno di un millimetro.

 

Il grande dubbio, prima del concerto, era su come potesse essere reso dal vivo quello che a detta di tutti era un album prodotto con una cura quasi maniacale, un suono fatto di mille suoni e mille incastri. Ebbene, forse il dubbio risulta più vezzoso che fondato. Perché il muro sonoro si ricrea anche così: con un chitarrista modesto e un batterista stralunato, senza un basso e senza la chitarra della prima della classe. Il guaio, piuttosto, sono gli scricchiolii, non vere e proprie crepe, che si avvertono provenire dalle parti della sezione maschile. Ma la forza della voce di miss Calvi è tale che si decolla lo stesso. Magari non subito, non con la marziale "Suzanne & I" che rompe il ghiaccio, ma sicuramente già a partire da "Blackout", che la segue immediatamente.

E poi c'è l'intensa "Surrender", la "Torna a Surriento" rifatta in inglese da Elvis, e una "Desire" che dà i brividi. Il finale del primo tempo è in crescendo, e si tratta anche del finale del disco: la "Love Won't Be Leaving" che chiude "Anna Calvi" mantiene il suo incedere vorticoso anche in versione live. Una voce impressionante, canzoni bellissime, sì, uno si dice quando i quattro escono a prendersi un po' di respiro, il concerto è molto bello.

 

Quel che succede un paio di minuti dopo, però, è straordinario quanto inaspettato. Rientrano in tre, tutti tranne il pennellone, Anna va dritta verso la chitarra e la indossa quasi fosse un'armatura. È grande, più grande di lei, e la rende invulnerabile. La gente si scuote, è incredula, ma come. Poi le dita cominciano a girare sulle corde, si compongono gli accordi di flamenco di "Jezebel", e se qualcuno si prendesse la briga di spiegare che si trattava solo di trovare la formula magica per dar vita all'incantesimo nessuno si sognerebbe di contestare. D'altronde l'incantesimo c'è, ed è inconfutabile. Anna Calvi suona la chitarra come fosse una lira, ammalia, fa tremare i polsi. Quella voce, poi, adesso si completa. La rappresentazione cambia natura. Dopo l'omaggio a Edith Piaf, Anna fa "The Devil" e tutto si squaglia. Poi esce di nuovo, rientra, dice "grazie" in italiano e chi non s'era commosso già quando aveva detto di essere molto, molto eccitata, trattandosi del suo primo concerto nel nostro Paese, lo fa adesso.

Infine, e tutti temono da subito che non possa non essere una fine vera e definitiva, la ragazzina dalle labbra scarlatte canta e suona "Morning Light", divinamente, e un'ora è già passata, il repertorio esaurito o quasi, la luce del nuovo giorno in effetti ancora troppo lontana, ma fuori un vento adatto alla stagione s'è alzato, a spazzar via il calore e a fissare l'impressione del concerto come un lampo di magnesio su una lastra. Era la sua prima volta in Italia, e "io c'ero", diranno tutti. È da scommetterci.

Foto: Alex Poltronieri

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