22/11/2011

Brad Mehldau

Die Glock, Brema


di Marco Sagliano
Brad Mehldau
È un momento d'oro per Brad Mehldau, che sembra non sbagliare un colpo. Reduce dal doblete ottenuto nei prestigiosi readers poll di Downbeat, secondo cui il suo "Live in Marciac" è l´album dell'anno e lui stesso è stato nominato miglior pianista jazz, il pianista di Jacksonville continua imperterrito la sua attività live, complice Joshua Redman, amico di vecchia data e alfiere mondiale del sax tenore. I due si conoscono bene (proprio Redman lanciò nel giro che conta un giovanissimo Brad Mehldau all'inizio degli anni 90), ed è proprio quell'aria di complicità che i due riescono a trasmettere in ogni pezzo, in ogni frase, in ogni nota che suonano, nonostante l'assenza di una vera e propria sezione ritmica.

Un suono pieno e corposo, con Redman capace di far riecheggiare le note del proprio sax nell'intero auditorium, deliziando con il proprio caldo fraseggio l'infreddolito pubblico del Die Glock di Bremen. Alla ritmica provvede Mehldau, autentico motore propulsivo del duo, sempre perfettamente a suo agio nel giostrarsi tra l'arte del comping e i suoi oramai leggendari interventi solistici, carichi di tensione e bellezza melodica. Se in "The Falcon Will Fly Again" l'equilibrio tra i due è totale, nella riproposizione della parkeriana "Cherokee" è invece Redman a fare la parte del leone, con un adrenalinico assolo capace di smuovere anche i non proprio scalmanati tedeschi in sala, mentre Mehldau, nota dopo nota, tesse la tela di un'intricata ragnatela armonica che ipnotizza il pubblico.

Il tempo scorre fluido tra sontuose riproposizioni di standard, composizioni originali (tratte in massima parte da "Highway Rider" di Mehldau, in cui suonava lo stesso Redman), e qualche momento di ilarità, con il sassofonista che sorride ed ammicca al pubblico durante l'ennesimo, straordinario intervento solistico del suo sodale. Non manca nemmeno il tocco di classe dato da un´intensa interpretazione di "Pyramid Song", ennesimo esempio dell'immensa capacità del pianista di interiorizzare e rielaborare egregiamente pezzi dal gusto pop‐rock che di fatto rendono Mehldau uno dei pionieri nella creazione di quelli che saranno gli standard del nuovo millennio.

Mehldau e Redman fanno volare le due ore di concerto (condite da due encore e due minuti abbondanti di ovazione finale da parte del pubblico) sulle ali di un'ispirazione ed un'intesa non comuni, che confermano appieno lo status di musicisti di caratura mondiale che i due, ormai stabilmente (e meritatamente), da qualche anno ricoprono.
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