23/06/2011

Destroyer

Bolognetti on the Rocks, Bologna


di Michele Palozzo
Destroyer

Prima data di punta del festival principe dell'estate emiliana, il Bolognetti on the Rocks, curato dai club Covo e Locomotiv e sponsorizzato dalla leggendaria Osteria dell'Orsa; un programma ampio e variegato, peraltro totalmente gratuito, che abbraccia i tre mesi più roventi dell'anno, e che con gli aperitivi e i dj set non ha potuto non diventare il sicuro appoggio delle serate in città.
È la volta di Daniel Bejar, che dal Canada alle mura medievali trasporta la sua folta chioma e nuove sintesi di cantautorato pop. Ormai quindici anni dall'inizio del progetto Destroyer, e ancora la capacità di estrarre dal cilindro un album come "Kaputt": qui Dan ha dimostrato una volta per tutte di essere maestro della confezione fascinosa, artigiano di un ammaliante effetto-nostalgia che va ben oltre il pedissequo revival tanto in voga negli ultimi tempi; i suoi anni 80 non sono una resurrezione miracolosa, ma una sapiente attualizzazione per mezzo di echi rarefatti, come fantasmi della memoria che risuonano nella mente in un soffice beat in costante fade in e out.

La ricetta Destroyer vince perché basata su canzoni orecchiabili ma sofisticate, oltre a una ricca e sopraffina strumentazione: ben otto elementi si stringono sul palco/tendone del vicolo Bolognetti e, dopo aver preso posto più o meno agevolmente e aver posato il bicchiere del cocktail, Dan apre le danze con la già amatissima "Chinatown", un suadente biglietto da visita al quale è difficile resistere. Come intuibile, tutto il live sarà incentrato sull'ultima fatica, cosa che ha dato inevitabilmente adito a un confronto tra le differenti rese del nuovo repertorio.
La cosa da cui non si può prescindere sin dal primo momento è proprio la resa vocale: data la natura morbida e pacata del suo cantato, Bejar rimarrà per tutto il tempo in uno scomodo secondo piano, sovrastato dall'imponente quanto mirabile presenza (non soltanto fisica) degli altri strumenti, in modo particolare sax e tromba. Una pronta revisione da parte del fonico non è bastata a riequilibrare le parti, con l'unico vantaggio d'aver mantenuto un'intensità di suono di sicuro impatto, specie negli splendidi intermezzi strumentali. La divergenza di risultato è ancora più chiara nella seguente "Blue Eyes", piccolo gioiello d'atmosfera soft e di ritmo pulsante, la cui perdita del suono "locale" dei vari dettagli (come le chitarre e i cori) incisi su album ne travisa l'effetto finale, più confuso nell'incrocio delle varie voci messe in campo.

Nel giro di poche canzoni, tuttavia, appare chiaro che è bene accettare le cose come stanno e abbandonarsi a questo inedito e trascinante flusso sonoro: laddove all'interno dell'album ogni cosa trovava il suo spazio ideale, minuziosamente calibrata in una forma senza sbavature - addirittura patinata - ora gli elementi sembrano avanzare verso in un rilievo cangiante; negli outro più coinvolgenti, i fiati assumono un ruolo preponderante, e nelle trame dei loro assoli sorge spontanea la percezione sinestetica della downtown americana, delle notti a zonzo per strade illuminate da un surreale technicolor; su tutti, il carezzevole flauto di "Suicide Demo for Kara Walker" vale a titolo emblematico per la malinconia post-romantica che pervade il disco.
L'indole debolmente scenica di Bejar viene quindi compensata da un massiccio apporto strumentale, avvolgente invece che invadente, e pur sempre sorretto da una scrittura impeccabile, fatta di ricorrenze melodiche, come tante variazioni su uno stesso tema. Alle hit come la title track e  "Savage Night At The Opera", si alternano occasionali sguardi sul passato, che spezzano in modo netto il mood prevalente di "Kaputt" con brani meglio ascrivibili nell'ambito indie-rock ("My Favorite Year", "3000 Flowers"), coi quali tuttavia il nostro riacquista una certa dose di verve e un contatto più naturale con le sue musiche.

Il bis, richiesto a gran voce e fortemente atteso, spetta al brano di chiusura del disco "Bay Of Pigs": nonostante la distrazione di parte degli avventori, il tappeto ambient che introduce questo magnifico brano si dispiega lentamente; la voce di Bejar è ora alla portata di ogni orecchio, seduce senza il minimo sforzo e ci accompagna verso un altro irresistibile beat, che nel suo eccitante crescendo potrebbe durare ancora molto tempo ma che purtroppo, proprio come l'album, si interrompe sul più bello. Una decina di minuti, su quasi un'ora e mezza, rilevante per decretare positivo un bilancio inizialmente incerto. Gli evidenti pro e contro non hanno comunque mai scalfito il coinvolgimento emotivo, vera chiave della svolta che Destroyer sta portando in tour, e il pubblico non ha certo mancato di dimostrare il proprio gradimento.

Un ringraziamento speciale a Francesca Deri per il prezioso contributo fotografico

Setlist
  1. Chinatown
  2. Blue Eyes
  3. It's Gonna Take an Airplane / My Favourite Year
  4. Downtown
  5. Savage Night at the Opera
  6. Kaputt
  7. 3000 Flowers
  8. Painter In Pocket
  9. Suicide Demo For Kara Walker
  10. Song For America
  11. Bay Of Pigs
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