01/09/2011

End Of The Road Festival

Larmer Tree Gardens, Dorset (UK)


di Lorenzo Righetto
End Of The Road Festival

Il prezzo aumenta di quindici sterline, e l'annuncio del sold out, nonostante l'aumento di capacità, è anticipato di qualche mese: inutile dire che, qualsiasi cosa accada, "hanno ragione loro". Si può storcere un po' il naso alla composizione un po' giovanilistica degli headliner e, più in generale, della scaletta del palco principale, salvo poche eccezioni (Midlake, ad esempio). Ma solo per partito preso si potrebbe sostenere che l'aumento di capacità del festival, con l'aggiunta di un nuovo Main Stage rispetto agli anni passati, abbia in una qualsiasi misura minato l'atmosfera che si respira al festival, la sua fruibilità.
Per quanto meno connotato rispetto al genere proposto - sono probabilmente finiti i tempi in cui Sofia e Simon sceglievano i propri beniamini fregandosene di classifiche e promozioni - è ancora molto facile scavarsi un percorso delle End Of The Road roots, quel tipo di musica indefinibile, somma di folk americano e britannico, di cantautori e band emergenti, con impennate di alt-rock e di psichedelia, che costituisce la naturale spina dorsale della proposta.

In brevissima sostanza, quest'anno è stato sufficiente evitare il più possibile il già citato nuovo palco principale, forse un po' troppo popolato di sensazioni del momento (dagli ascendenti Dry The River, già, senza neanche un disco pubblicato, sulla facile china degli anthem di pancia, al pessimo spettacolo dei Best Coast, che non si degnano neanche di coprire la presunzione del cantato strascicato e di una Stratocaster suonata in modo elementare con qualche effetto à la page). Ci si fa vedere da quelle parti giusto per i ritorni di fiamma di Clap Your Hands Say Yeah! - concerto forse un po' troppo "nostalgico", la band stessa pare dichiarare la propria resa suonando praticamente solo pezzi del pur bell'esordio - e dei Midlake, tra i migliori del festival dopo aver sostituito l'indecente lead guitar coi suoi arabeschi da console con un musicista vero e proprio. È ormai chiaro a tutti che non ritroveranno più la freschezza sognante dei primi tempi, dettata da quell'elettronica timida di "Bamnan And Slivercork" e dalle struggenti storie di "The Trials Of Van Occupanther". Ma che tessitura, che suono!
Altra sensazione che però si conferma di grande potenziale sono invece i Treefight For Sunlight, che aprono il palco il sabato e regalano un live divertente e colorato (compresa una sorprendente cover di "Wuthering Heights" e una meno azzeccata dei Built To Spill), pur con qualche sbavatura vocale e nella difficoltà di armonizzare l'alternarsi di voci, dato che tutti e quattro cantano da solista una canzone o l'altra.

report_iiiIl percorso che permette di ricostruire il proprio End Of The Road del cuore parte dalle rarefazioni degli impassibili Lanterns On The Lake e arriva all'esplosione di gioia dei Leisure Society, passando per il ruvido fascino East Coast dei Walkmen. La voce del superuomo Leithauser lascia esplodere nella mente le immagini delle brulicanti città di Scorsese, il tramonto sull'Hudson visto dal tetto di una palazzina del New Jersey, con un sound che mai, su disco, è apparso così vivido ed evocativo.
Ma non sarebbe un vero End Of The Road senza grandi cantautori. Il "country gentleman" Daniel Martin Moore, delizioso col suo set minimale ma intensissimo e di gran classe alla Tipi Tent; soprattutto il sublime, laconico istrionismo virtuosistico di M Ward, vero e proprio one man show che però esplode nella riproposizione di "Story Of An Artist" di Daniel Johnston, insieme a Jolie Holland. Campione di silenziosa ironia, il cantautore americano sa smuovere il pubblico con una semplice smorfia del volto, acceso dal duro sarcasmo di "Transfiguration Of Vincent".

Oltre all'archetipo artistico che tiene insieme le maglie giocoforza più allargate dell'End OF The Road di quest'anno, sono veterani come Leisure Society e Okkervil River a costituire ormai un pantheon vivente del festival, veri e propri custodi dell'atmosfera del luogo. Non a caso sono tra i pochi - a quanto ne sappiamo, gli unici quest'anno - a improvvisare un concerto acustico a sorpresa nella "Forest Disco" o nella stanza in miniatura nel bosco, ora che l'uso del secret concert non è più un'istituzione (forse l'unico appiglio per i nostalgici). Il Garden Stage, con quell'anfiteatro naturale di siepi e alberi centenari, un cielo che in via del tutto eccezionale regala una finestra sulla galassia, il fatto che una buona parte del pubblico considera gli Okkervil River dei veri e propri headliner, tutto conquista e risveglia un Will Sheff ancora più straripante del solito, che dona una "A Stone" in solitaria decisamente superlativa, di un'intensità fortemente amplificata dal silenzio rapito del pubblico. L'inopportunità delle nuove tracce stona ancora rispetto al repertorio precedente, ma la generosità della band, la sua complementarietà genetica all'aria che si respira al festival rende il concerto del tutto antitetico alla dura realizzazione di circa un mese prima, al Route Du Rock.

report_ivImpagabile invece la gioiosa trance collettiva che accompagna il live dei Leisure Society - tra i pochissimi inoltre ad aggirarsi per gli stand in cerca di cibo e a ubriacarsi allegramente di sidro la sera prima del concerto. Band (auto)ironica e meno afflitta dall'impassibilità "rock" di quasi tutte le altre band, i cinque inglesi hanno orchestrato un'entrata sul palco quando risuonano i primi battiti di "Into The Murky Water", ognuno a percuotere col sorriso stampato in faccia uno strumento più o meno probabile. La sensazione che prelude ogni pezzo è quella di un bambino in pasticceria, tale è ormai il repertorio dei Leisure Society dopo soli due dischi. Battimani anticipati anche sulle richieste della band, balletti improvvisati e diretti dai tecnici del suono, etc.
Basterebbe la rara esplosione di pura gioia che il concerto sa regalare a rendere il tutto speciale ma al tutto va aggiunta una consapevolezza nuova del gruppo, una maturità musicale che va al di là del dualismo Hemming/Hardy, che rende il repertorio della band ben più di un semplice contenitore di melodie.

Poco importa, insomma, la delusione degli headliner ufficiali - che già c'era nel momento del loro annuncio, comunque. Dei tre è stato seguito solo (e in parte, sostituito per metà dagli ormai anacronistici Fall) Beirut, con le sue canzoni leggere leggere, soprattutto quelle di "The Rip Tide" e con un sound che di balcanico ha solo, nominalmente, gli strumenti.
L'ingrandimento dell'End Of The Road ha dimostrato ampiamente che non solo lo spirito del festival non è cambiato, ma che è ancora possibile ritagliarsi un proprio festival, nonostante le derive dell'edizione di quest'anno. L'importante è che il programma non perda, almeno in generale, la propria impronta di genere e non diventi il calderone indistinto che rappresenta la maggior parte delle rassegne musicali (non un male di per sé, ma perché rinunciare alla propria caratterizzazione?). La scelta di "tematizzare" i palchi - il Woods più giovanile e modaiolo, il Garden più "purista", il Big Top per la trance psichedelica, la Tipi prevedibilmente più raccolta - di quest'anno non era mal pensata, forse era solo il tema in sé del palco centrale a convincere poco, in generale.

Detto questo, dopo il terzo End Of The Road la curiosità verso altri festival è appena percettibile: giunti a casa, i quattro giorni appena passati lasciano ancora la sensazione del miracolo. L'unico pensiero che si ha è quello di tornare l'anno dopo. E occhio al nuovo No Direction Home Festival che verrà curato dagli stessi organizzatori all'abbazia di Welbeck nel bel mezzo della foresta di Sherwood, nel giugno prossimo!


Contributi fotografici di Francesca Baiocchi

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