27/01/2011

Godspeed You! Black Emperor

Live Club, Trezzo sull'Adda (MI)


di Raffaello Russo
Godspeed You! Black Emperor

Potrà essere sembrato strano, a quanti della musica dei Godspeed You! Black Emperor si sono concentrati soprattutto sugli aspetti più cupi e apocalittici, osservare la parola "speranza" proiettata sul maxischermo alle loro spalle in funzione di apertura e chiusura del loro concerto milanese, seconda delle uniche due date che il collettivo québécois ha regalato al pubblico italiano all'interno dell'ampio tour che ne ha segnato il ritorno dopo anni di inattività.
E chissà quanti degli oltre due-tremila spettatori che gremivano il Live Club di Trezzo sull'Adda avevano in cuor loro nutrito la speranza di poter un giorno assistere nuovamente a una performance dal vivo di una delle band che hanno innegabilmente segnato il passaggio tra anni Novanta e Duemila.

C'è, infatti, una comprensibile aria di evento nell'accogliente locale della periferia est di Milano, cubo post-industriale dall'ottima acustica e (non)luogo decisamente adatto a ospitare le narrazioni afasiche dei Godspeed You! Black Emperor, le immagini che fanno da contorno alla musica e, soprattutto, le suggestioni che per ben due ore hanno riempito l'atmosfera di una fredda serata invernale di rumore e romanticismo, di impeto e passione.
Sarebbe oltremodo ridondante snocciolare le singole piéce strumentali, i singoli momenti di un concerto di rara intensità, che gli otto musicisti hanno inteso offrire al pubblico (numeroso, adorante, composto) accorso a render loro un vero e proprio omaggio per quanto hanno saputo regalare nei tre album pubblicati tra il 1998 e il 2002. Del resto, si stenta quasi a credere che una band inattiva da tanto tempo, e sprovvista di nuove uscite all'orizzonte, sia capace di richiamare tanto pubblico, tanta devota attenzione. Ma con la musica dei Godspeed You! Black Emperor è, di tutta evidenza, soprattutto una questione di cuore; per chi li ha "vissuti" dieci o più anni fa, così come per chi ne ha scoperto le gesta solo in seguito, magari dopo essersi avvicinato al calderone del "post-rock emotivo", nel suo fugace momento di auge.

Trattandosi, appunto, di una questione di cuore, le due ore del set possono idealmente ripartirsi in un'ora di "riscaldamento" e una di liberazione della tensione, di abbandono al coinvolgimento di ritmiche granitiche e chitarre roboanti, ma anche delicatezze di archi, suoni liquidi e brillanti e cristallizzazioni di field recordings ben presto riconosciute dal pubblico e accolte con l'entusiasmo altrove tributato a riff e attacchi che preludono a una qualche hit.
Curiosamente, ad eccezione dell'inedito mantra "Albanian", l'impatto del set tende a depotenziare le componenti più potenti e immediate del suono della band, evidenziando il carattere progressivo di composizioni che avvampano lentamente e il cui contenuto saliente non risiede soltanto nei momenti esplosivi, peraltro controllati nei loro snodi armonici e rifiniti con estrema cura. Se qualcuno nutrisse ancora dubbi sulla collocazione artistica della band, le iterazioni di "Moya" e "Dead Metheny", gli spasmi di "World Police And Friendly Fire" e l'impetuosa tavolozza di "Gathering Storm" ne evidenziano ancor di più la peculiarità rispetto a filoni artistici dotati di tratti comuni, ma anche troppo facilmente sfociati in manierismi di mero ordine formale.
Osservando i musicisti sul palco - silenti, concentrati ed estremamente consapevoli - non si pensa infatti tanto a una band post-rock tra le tante, quanto piuttosto a un gruppo di artisti dalla personalità spiccata, che ha reso l'incontro tra una sezione da camera e un doppio terzetto "rock" qualcosa di unico e coinvolgente.

Allo scorrere dei lunghi brani, corrisponde il flusso delle immagini: testi scritti, diapositive color seppia, scorci ferroviari e fiamme in irrefrenabile espansione si avvicendano alle spalle degli otto musicisti, come parte integrante di uno spettacolo da vivere sintonizzandosi in empatia con tutti i sensi, con qualcosa di prezioso e irripetibile.
Così, quando ormai le due ore di concerto hanno trasportato i presenti in uno stato di coinvolgente trance, un brivido corre lungo la schiena fin dal risuonare delle prime note di "East Hastings", degnissima conclusione di un set che per ampi tratti ha scandagliato le radici di "F#A#∞". Inappuntabili e splendidamente incapaci di una comunicazione col pubblico diversa da quella musicale, gli otto escono alla spicciolata dal palco, lasciando risuonare loop distorti e l'interrogativo esistenziale "where are you going? where are you going?", che meglio di qualsiasi parola pronunciata a un microfono riassume il senso della serata e quello di aver ritrovato i Godspeed You! Black Emperor a suonare insieme per due ore vissute come un sogno a occhi socchiusi. Con la speranza ben nitida sullo sfondo.

Foto: Enrica Chimienti

Setlist
  1. Hope Drone
  2. Moya
  3. Albanian
  4. Dead Metheny
  5. 09-15-00 Outro
  6. Chart #3
  7. World Police And Friendly Fire
  8. She Dreamt She Was A Bulldozer, She Dreamt She Was Alone In An Empty Field
  9. Gathering Storm
  10. East Hastings 
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