14/08/2011

Route Du Rock

Fort du Saint-Père, Saint-Malo


di Lorenzo Righetto
Route du Rock

Ci sono diverse cose del Route du Rock che restituiscono, senza grande sforzo, l'immagine di un ipotetico festival parallelo di una località italiana qualsiasi. Per dirne una, mentre iniziano i concerti il nucleo cittadino - che non è che l'interno delle fortificazioni affacciate sul mare tanto da esserne separate da un misero lembo di sabbia, soprattutto quando la marea è alta - è preso d'assalto dai turisti, in particolare dato che il festival si tiene il weekend di Ferragosto. Dopo l'odissea necessaria a raggiungere la città e a lasciarla - all'ufficio turistico, come indicazioni per raggiungere l'aeroporto di Dinard, a dieci chilometri, segnalano luoghi per fare l'autostop - si ha la sensazione che si sarebbe fatto prima in auto, anche dall'Italia; si sarebbe pure risparmiato.
Non aiuta l'organizzazione l'aver distribuito i concerti tra la città vera e propria e il palco principale, che si trova nel pur bell'interno di un forte medievale, il Fort du Saint-Père, a una decina di chilometri da Saint-Malo. Ogni giorno i partecipanti al festival, che vanta una capacità di decine di migliaia di persone, devono fare avanti e indietro almeno una volta per poter seguire tutto. Facile immaginare la calca che si affolla all'entrata delle (scarse) navette, e pare anche che siano aumentate rispetto all'anno scorso. Da ultimo, le comodità garantite ai fortunati in possesso di un accredito stampa, che possono tranquillamente sollazzarsi in poltrona al di sopra delle mura di cinta mentre i normali spettatori si devono spartire circa due (!) tavoli per mangiare o riposarsi. Insomma un festival molto "latino" e poco anglosassone, o nordico in generale: il trionfo dell'estetica sulla praticità; la prima senza la seconda però, soprattutto tra il fango e ventimila persone, spesso si sfalda. In tutto questo, se non a contribuire alla generale atmosfera di(s)messa, le pioggie torrenziali del sabato non possono costituire una scusa.

Detto questo, trentacinque euro per una giornata e ottanta per tre sono davvero cifre irrisorie per i nomi che l'organizzazione ha saputo attirare quest'anno, con in più il merito di averli disposti in giornate "tematiche". La scelta è (naturalmente?) caduta sulla domenica, vero tripudio di quel calderone americano che va sotto l'etichetta di "indie-folk", ma che ormai di folk e popolare ha, per quasi tutti, molto poco. In successione Josh T. Pearson, Other Lives, Okkervil River e Fleet Foxes.
Il concerto dei primi due si svolge al teatro-auditorium del centro congressi di Saint-Malo, appena fuori le mura.  Si fa giusto in tempo a sfuggire, quasi del tutto, all'oscurità barocca dei gorgheggi ululanti di Chelsea Wolfe, ai suoi camuffamenti "da incubo" delle solite banalità cimiteriali.
Dopo la delusione del concerto di Milano, il Pearson di Saint-Malo è qualcosa di soprannaturale. Forse per lo squarcio del sipario sulle prime corde toccate dal texano, l'unica luce che lo abbraccia dall'alto e filtra con effetto immateriale nella criniera del torreggiante cantautore pare averlo fatto apparire direttamente da qualche sfera celeste. La sacralità liturgica del palco teatrale giova chiaramente a Pearson, come alcuni avranno avuto la fortuna di constatare a Ferrara. Lui ci si immerge totalmente, aggirandosi con uno spiccato senso coreografico - clamoroso quando si inginocchia, in piena (?) estasi chitarristica - limitando anche il suo usuale (e un po' stonato) corredo di barzellette a qualche battuta simpatica. Quando il concerto (e la trance degli spettatori) finisce, si ha la netta sensazione che questa serie di concerti, subito dopo "Last Of The Country Gentlemen", verrà ricordata a lungo.

La scelta di far suonare gli Other Lives dopo Pearson è in effetti poco comprensibile, se non con l'aiutare il deflusso di persone da Saint-Malo al Fort du Saint-Père. Il pubblico si dimezza: purtroppo il bombardamento mediatico ha ancora il suo peso. La band di Stillwater meriterebbe certo di più, non solo per la produzione impeccabile, fin dai tempi dei Kunek, il loro primo nome di battaglia, ma anche per il live, in cui cercano e riescono con un ammirevole stakanovismo - ogni membro della band suona almeno un paio di strumenti diversi - e senza additivi artificiali, se non l'aiuto di un portatile "a valle", a riprodurre con sostanziale perfezione il sound di "Tamer Animals". Quest'ultimo viene suonato quasi interamente, dal respiro metafisico di "For 12" alla più essenziale "As I Lay My Head Down" e al Coldplay-ismo orchestrale di "Dark Horse". Questa scelta di non riproporre i brani dell'omonimo disco precedente - figurarsi dei Kunek - dà al concerto degli Other Lives una compattezza straordinaria, con un sound stratificato in una superba orogenesi. L'unica concessione di Jesse Tabish ai fan, che si aspetterebbero qualche brano killer di "Other Lives", è naturalmente "Black Tables", sbrigativamente suonata in solitaria al pianoforte tornando sul palco prima della chiusura.

report_rdrSi torna al forte per l'accoppiata, già sperimentata all'End Of The Road un paio di anni fa, Okkervil River - Fleet Foxes. In questa occasione i primi rispettano un po' le (scarse) aspettative di chi non ha apprezzato particolarmente la virata  - diciamolo - tamarra di "I Am Very Far". Dalle sgraziate invettive di "Wake And Be Fine" e della blandamente testosteronica "The Valley" ai ritmi da villaggio vacanze di "Your Past Life Is A Blast", si fatica a riconoscere in Will Sheff il cantautore di "The Velocity Of Saul", di "Red", etc. Alla conferenza stampa - che fa molto "dopo-festival", con tanto di traduttore-moderatore - Sheff risponde alla domanda fatta dal qui presente corrispondente di OndaRock glissando abilmente, da esperto frequentatore delle scene televisive, sulla fine della collaborazione con Jonathan Meiburg, ma gli effetti sono lì per tutti quelli che possiedono un organo uditivo. Non si rivelerà questa però l'ultima parola su quello che sono gli Okkervil River odierni.

Bisogna aspettare le mirabolanti peripezie armoniche delle "volpi in fuga" per avere una degna chiusura di questa giornata di festival. L'orgia musicale di "Helplessness Blues" garantisce strumenti in abbondanza per somministrare un live che si rovescia come una cornucopia sul pubblico adorante, anche grazie all'aggiunta di un polistrumentista. Naturalmente la crescita musicale tout court di quest'ultimo disco, rispetto al quale l'esordio omonimo pare una semplice raccolta di canzoni, si palesa anche dal vivo, a partire dall'interpretazione più controllata di Robin Pecknold. Straordinaria la riuscita di "Ragged Wood", con un cambio di tempo da brividi.
I Fleet Foxes si destreggiano nei meandri caleidoscopici di "Helplessness Blues", sguazzandovi come in un sublime liquido amniotico, saltellando dall'iniziale adunata di "Grown Ocean", gentile cavalcata del cuore, all'esotica psichedelia di "Sim Sala Bim". Tutto riesce naturale, spontaneo, come un umore corporeo fiottante da qualche organo che solo loro possiedono.

Questo è un po' il Route du Rock, prendere o lasciare. Va detto che la maggior parte dei punti negativi non può essere attribuito agli organizzatori, come si può ben capire: Saint-Malo è difficile da raggiungere con o senza il festival. È soprattutto appetibile per chi vive in Francia - e neanche tutti - e in Inghilterra, vicino ai due soli aeroporti collegati con la vicina - solo geograficamente! - Dinard. La zona però è splendida, e il Route du Rock può essere la (economica) ciliegina sulla torta di una vacanza fantastica.

Contributi fotografici di Francesca Baiocchi

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