18/11/2012

Mombu + Hobocombo

Circolo degli Artisti, Roma


di Giorgio Moltisanti
Mombu + Hobocombo

Una vera e propria boccata d'ossigeno per tutti gli antipatici in circolazione. Noi compresi, ovviamente. Supponiamo abbiate tutti ben presente il concetto di “antipatici”. Quello, per capirsi, che i Lo Stato Sociale, dall'alto della loro impressionante cultura interdisciplinare, irridono con un sagace: “Non siete Lester Bangs, non siete Carlo Emilio Gadda, si fa fatica a capire cosa scrivete bontà di dio, avete dei gusti di merda”. Ecco, proprio quel tipo di "antipatici". Quelli che davanti a un concerto del genere, in compagnia di una cinquantina di buongustai, alcuni dei quali con introvabili magliette di David Tibet o dei Fugazi, mentre a Roma si abbatte l'ennesimo diluvio universale, si ritrovano a pensare: “Questa è esattamente la tipologia di musica che mi fa stare bene. Assemblata, rimaneggiata con cura, trattata bene, messa assieme con spiccata originalità, un'altra volta rispetto a un passato sempre più prepotente e incombente". Chiediamo forse troppo? Per ora, nell'attesa che Albi, Bebo e Lodo magari ci rispondano, andiamo a narrare i fatti.

I romani Mombu tornano con una line-up allargata per questo appuntamento al Circolo del Artisti: festival che li ospita  si chiama Viva! (e comprenderà anche altri sei gruppi), è finanziato dalla fondazione Romaeuropa ed è curato da Pino Saulo di Battiti (Rai Radio3). Oltre ai due registi, Luca T. Mai al sax baritono e m'bira e Antonio Zitarelli alle mazzuolate, troviamo un chitarrista e un percussionista. Un ritorno per l'ex-ZU a Roma più che atteso, carico fin dalla prima serata di attenzione e tensione sibillina, ronzio diffuso che diventa frenesia e corsa fin sotto il palco quando i quattro fanno capolino sulla scena illuminata di rosso.
Ma andiamo per gradi. Degli Hobocombo, questa sera in apertura per un set di quarantacinque minuti, è sempre un bene parlarne e se ne parla sempre volentieri: bravi, originali ed eclettici. E anche belli a vedersi, che non guasta mai.
Francesca Baccolini, quasi nascosta tra microfono, leggio e contrabbasso, resta ugualmente magnetica nei gesti del suo suonare, prendendo e riponendo l'archetto nella custodia, oppure ammaliatrice nel creare linee vocali quasi fraseriane.

Andrea Belfi ha un drumming vario, divertente e convincente; in grado di spaziare, anche all'interno dello stesso brano, dal rock al jazz all'avant-garde. E Rocco Marchi, tra lap steel, chitarra e Korg, rappresenta sicuramente il lato più acido e spaziale del combo.
Ne viene fuori una performance accattivante e interessante. Nella quale il Quartet Of Happiness flirta con band radicali come Fifty Foot Hose e Les Maledictus Sound, ma anche con accenni vicini al sentimento westernato dai nostrani Ronin. Nella zona mista tra culto e zuccherino, introspezione e divertimento, invenzione e citazione, si dimostrano artisti poco inquadrabili e per questo sicuramente in divenire.

Fra rievocazioni tribali e incondizionata resa al “crossover” come stile di vita, i Mombu eseguono quasi rispettando l'ordine di incisione, ma lo fanno con una carica e una amalgama che sul disco arriva solo per metà. Contestualmente, in un'ora di concerto il Dio delle Tempeste (mai serata fu più adatta per suonare con un monicker simile) dà come l'idea che, da qui a un paio di dischi, potrebbe essere pronto per la Southern Lord di Greg Anderson e Stephen O'Malley. Soprattutto ora che il suo raggio d'azione sta incominciando ad ampliare il proprio spettro oltre la mera specializzazione doom-sludge-drone come dogma insegna. Amplificando la coltre sulfurea dei Sunn O))) o il mero citazionismo dei Boris verso aperture strumentali primitive (ma anche verso una trasmutazione apocalittica del genio epocale di Brian Fahey, quello -per intenderci- di “At The Sign Of The Swingin' Cymbals”) che, nei momenti più riusciti, danno vita a danze pagane tra alcuni dei presenti.
Poco importa se ogni tanto l'impatto sonoro si fa più ritmico e meno assordante. La ritmica spinge il movimento sonoro verso terreni di jazz-metal paludoso, consentendo ai due ospiti ipnosi sempre brecciate da ossessioni avant-rock. La semplice interazione tra i musicisti sul palco viene ricondotta alle radici stesse dell'espressione esplorativa afro-americana. Fire!, Mats Gustafsson e i Sepultura, tutti assieme appassionatamente. Si prenda allora un bel respiro prima dell'inizio del prossimo concerto, un'immersione è d'obbligo.

Contributi fotografici di Massimo Monacelli.

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