19/05/2012

Alexander Tucker

Riot Studio, Napoli


di Gianni Avella
Alexander Tucker
Sono un individuo che si rallegra per il caso, l'imprevidibilità degli eventi. Tuttavia ho le mie certezze, tipo "Marquee Moon" dei Television o la torta della nonna, e so che nessuno mai potrà intaccarle o smentirle.

L'articolo che segue è legato al sabato del 19 maggio 2012, e a due certezze - sempre le mie - legate ad esso. Certezze che sulle prime, ve lo garantisco, considero immutabili.
Dacché siamo su di un magazine musicale, quella che ci interessa ora riguarda il concerto di Alexander Tucker in quel di Napoli, nell'ambito della rassegna A Casa. Messo su da Wakeupandream, l'evento giunge alla seconda edizione e a ospitarlo è sempre il Riot Studio, deliziosa location cinta di verde e sedie sdraio, nel cuore del centro storico partenopeo, che di certo lenisce anima e corpo. Rilassa, insomma. Forse un po' troppo, dal momento che nella prima edizione, con i set per sola chitarra di Ben Chasny e James Blackshaw, pure i musicisti, subendone il fascino, hanno suonato rilassati a scapito del feeling.
E dunque, visto che anche Tucker fa della chitarra - acustica in questo caso - una seconda pelle, e alla luce delle ultime uscite su Thrill Jockey, stasera non dubito sulla presenza della sei corde.

La saletta che ospita il palco consta di posti a sedere e comodi cuscini, se mai ci si voglia accomodare sul pavimento. Atmosfera familiare quasi, proprio come ci si trovasse - nomen omen - a casa. Tucker si è tagliato i capelli, più che rocker pare un fan dei Pavement, e distribuiti su di un tavolo, senza l'ombra di strumentazione "classica", tutta una serie di pedali e forse un Kaoss Pad, nonchè una sequela di floppy disk e altri aggeggi che non distinguo.
Il concerto inizia, e Tucker, girando manopole, togliendo e inserendo floppy, agitandosi alquanto, sembra uno di quei tipi che suonano il laptop immaginandosi - ehm - chitarristi. È dinamico e in forma, ha pianificato il concerto alternando elettronica, con gorgheggi di voce trattati, a pezzi fatti e finiti. E qui la cosa si fa interessante. Quando si va a un live, ognuno di noi desidera una canzone più di un'altra, e se stasera non avessi ascoltato "The Glass Axe" (a Blackshaw, per esempio, non perdonerò mai l'omissione di "Cross") me la sarei legata al dito. Naturalmente la suona. Naturalmente, dopo i primi secondi di intro mi aspetto che vada nel retro, prenda la chitarra e la esegua in tutta la sua bellezza. E sapete cosa? La sua bellezza non viene scalfita, ma di corde pizzicate neanche l'ombra. Tutto pre-registrato tranne la voce, bella che ormai è un assunto.

Persisto nella mia convinzione, sicuro che una variazione non incida sul - mio originario - tema. Come infatti non mi meraviglia "Rh", resa nella sua primigenia veste elettronica, né più di tanto fa "Andromeon". Mi rapiscono e basta. Poi però, ascoltate "Mullioned View" e specialmente "A Dried Seahorse", incantevole più di come immaginassi, traggo una conclusione: oltre la sua assenza, la chitarra non mi è neanche mancata. E più di tutto, sono stato nettamente smentito.
E così messo, sconfessato ma appagato, rincaso giusto in tempo per i rigori della finale Champions. Stupito di come il Chelsea abbia retto 120 minuti, non ho dubbi che il Bayern alla fin fine vincerà. È troppo più forte. Vincono i londinesi. Seconda smentita.
È il sabato del 19 maggio 2012 e quest'oggi avevo due certezze. Due.
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