27/01/2012

Alva Noto

Museo Marino Marini, Firenze


di Michele Guerrini
Alva Noto

Da una performance di Alva Noto ti aspetti un ambiente asettico, preciso, che possa esaltare la cura maniacale del suono e dei visual, che accompagnano l'esecuzione dell'artista tedesco. Un ambiente aperto e lineare, freddo e spaziale.
Il Museo Marino Marini risulta quindi un po' eterodosso e insolito rispetto alle aspettative. Senza una platea o uno spazio dedicato al pubblico. Costellato di opere e statue di dimensioni rilevanti, è una mappa frastagliata cui il pubblico si deve adattare.  Lo spazio non è quello di un auditorio o di un teatro, ma di un museo nato per ospitare visitatori pensierosi e osservatori. Non un'audience musicale.

Scelto dall'International Feel per ospitare la sua rassegna di concerti (che vedrà prossimamente Fennesz, Carter Tutti, Mouse On Mars etc.), il museo è stato un rischio e forse un vero e proprio azzardo. Che però ha pagato bene, in fatto di gusto e di capacità di formare un'idea nuova di spazio artistico.  Uno spazio piccolo, ma curato nei minimi dettagli, un'esperienza per un pubblico volutamente "limitato", che possa usufruire dello spazio in una maniera nuova, più diretta e capace di far immergere l'ascoltatore nella musica.
Alva Noto era, infatti, a pochi metri da noi. Accanto all'enorme schermo. Ci ha proiettato gradualmente dentro una matrice universale, i cui tumulti e assestamenti avvenivano in un deforme ordine glitchato. Linee matematiche e interferenze geometriche si evolvevano in maniera naturale e composta, in un respiro elettronico che raccoglieva ogni singolo elemento attorno a sé.  Gli elementi minimali e isolati dei video si scontravano e si distorcevano, dando origine a un canale morto, diretto verso l'interno dei circuiti.
In mezzo al pubblico l'immobilità e la concentrazione si sono fuse alla matrice che è mostrata nella sua nudità cerebrale: una de-costruzione in pieno divenire, tra saturazione e dualismo primigenio.

Il set è, come prevedibile, influenzato dalla sua ultima produzione (Univrs, 2011), e viene costruito secondo una linea ininterrotta, separata solo in un paio di punti di respiro mentale. Chiuderà idealmente la  kraftwerkiana  "Uni Acronym" con il suo stream of consciousness ordinato di loghi e la voce sintetizzata e robotica.
Un climax allargato e denso che ha permeato tutta la performance. Un ambiente completamente governato dal suono, senza storpiature o estremismi inutili.
Un buon punto di partenza per l'International Feel e un'esperienza profonda per la mente degli spettatori.

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