14/11/2012

Andrew Bird

Magazzini Generali, Milano


di Gabriele Benzing
Andrew Bird

Lo chiamano “Janus horn”, come il Giano bifronte della mitologia latina. Per la tecnica, è un doppio altoparlante che ruota su sé stesso, in modo da sfruttare l’effetto Doppler per modulare il suono. Per Andrew Bird, è una sorta di magico caleidoscopio di note e di emozioni. Anche sul palco dei Magazzini Generali, il suo profilo troneggia al centro della scena come un vecchio grammofono, con quell’aspetto da cimelio vittoriano che affascina da sempre il songwriter americano. È una parte irrinunciabile dell’iconografia di Bird, ormai. Il simbolo perfetto di quell’inestricabile unione di antico e moderno, di razionalità e passione, di complessità e leggerezza in cui risiede in fondo tutto il segreto della sua musica.

Entra in scena da solo, Bird. Proprio come nella sua precedente apparizione milanese, ormai tre anni fa. Prende addirittura in contropiede gran parte del pubblico, con un avvio inusualmente precoce. Ma in realtà non è mai solo, quando ha con sé il suo violino. I fili del pizzicato, la trama dei loop, l’ordito dell’archetto: non occorre altro per costruire le sue inconfondibili sinfonie giocattolo. E così, ecco distendersi lentamente la melodia di “Hole In The Ocean Floor”, con la maestria di una pratica affinata in maniera sempre più meticolosa nel corso degli anni.

 

Stavolta, però, Bird ha portato compagnia: dopo il prologo solista, lo raggiungono sul palco per “A Nervous Tic Motion Of The Head To The Left” Jeremy Ylvisaker alla chitarra, Michael Lewis al basso e Martin Dosh alla batteria, ovvero l’affiatatissima backing band che ha tenuto a battesimo “Break It Yourself”. Un disco che, a qualche mese di distanza dall’uscita, è già entrato nel novero degli episodi più brillanti della discografia di Bird. Non c’è da stupirsi, quindi, che proprio da “Break It Yourself” vengano la maggior parte dei brani della serata, dalle volute di “Desperation Breeds...” agli accenti baldanzosi di “Danse Caribe”.

Proprio il desiderio di ricreare anche sul palco quell’atmosfera di familiarità che ha segnato la registrazione dell’album appare subito come uno dei tratti salienti della serata. Tanto da offrire un nuovo senso di condivisione anche al geniale sociopatico Bird, che si limita a bisbigliare timidamente qualche parola tra un brano e l’altro. “No one can break your heart/ So you break it yourself”, proclama sarcastico tra le accelerazioni ardenti di “Eyeoneye”; come dire che l’illusione di bastare a sé stessi si scioglie subito di fronte a una semplice evidenza: il cuore dipende sempre da qualcuno, fosse anche solo quel “tu” capace di spezzarlo.

 

Andrew BirdPoi, Bird e i suoi compagni di viaggio si portano al centro della scena, stretti intorno allo stesso microfono: solo violino, chitarra acustica, contrabbasso e spazzole, per un formato unplugged del tutto inedito nell’esperienza dal vivo del songwriter americano. Ed è come se per un attimo Bird aprisse a tutti le porte di quel granaio rosso immerso nella campagna dell’Illinois in cui le sue canzoni prendono forma, tra il respiro del vento e il canto dei grilli. “Give It Away” sboccia luminosa e incalzante, strappando gli applausi a scena aperta della platea. L’omaggio agli Handsome Family di “When That Helicopter Comes” solleva polvere di frontiera tra gli stridori del violino. E da “The Mysterious Production Of Eggs” si riaffacciano gli interrogativi alchemici di “MX Missiles” (“Are you made of calcium or are you carbon-based?”), che Bird presenta come una sorta di ode alla capacità di sopravvivere.

Più di tutto, a incantare è l’abbandono di Bird al fluire della musica: il suo gesticolare teatrale, il suo recitativo ironico, il suo socchiudere gli occhi e lasciare che canto e fischio divengano un tutt’uno praticamente inscindibile. “I concerti alterano la mia temperatura corporea”, ama sempre ripetere. “Quando il tuo corpo si adatta alla performance, resta ogni sera svuotato di endorfine. A un certo punto, il tuo stesso fisico comincia a modificarsi”. Basta il suo sguardo a testimoniarlo: lo sguardo di chi si scopre consumato dalla musica.

 

Dall’ultimo “Hands Of Glory”, Bird regala i chiaroscuri di “Something Biblical” e “Three White Horses”, mentre “Fatal Shore” si immerge nel blu profondo delle luci come nel ventre di un oceano: “When are you comin’ to shore/ To never fear anymore/ You never know any doubt/ Like we who breathe in and out”. I versi si dipanano con un tono intimo e lirico al tempo stesso, ed è come se parlassero direttamente a ciascuno.

C’è chi prova a invocare anche il classico cavallo di battaglia “Skin Is, My”: ma più che ad accontentare le attese, Bird sembra interessato a creare un legame, a comunicare qualcosa di sé. Per chiudere il set, ecco allora “Tables And Chairs”, che con le sue visioni di un mondo senza passaporti e valute, pronto a rinascere dalle ceneri di “istituzioni finanziarie polverizzate”, suona oggi più contemporanea che mai.

 

Sotto lo sguardo vigile di “Sock Monkey”, la scimmia di pezza in giacca e cravatta che lo accompagna immancabilmente in scena, Bird torna sul palco per i bis, ancora una volta in versione acustica. Dando vita a una vera e propria festa agreste, che dalle venature nostalgiche della cover di “If I Needed You” di Townes Van Zandt sfocia nel country-gospel spumeggiante di “Happy Day”, ripescata dal secondo volume della serie live “Fingerlings” e riletta con il piglio di un Johnny Cash apocrifo.

Prima che cali il sipario, c’è ancora tempo di riattaccare la spina per il commiato finale, sul basso palpitante di “Fake Palindromes”. Il suono torna a farsi pieno, travolgente, trionfale. E anche dopo che la scena è rimasta vuota, il “Janus horn” continua a girare all’infinito, lasciando sfumare lentamente la sua spirale di onde sonore. Viene quasi da restare lì a fissarlo, ipnotizzati da quel roteare vorticoso. Viene da sognare che possa non fermarsi mai. Nell’attesa che il violino di Andrew Bird, ancora una volta, faccia ripartire il suo caleidoscopio.

Foto di Elena Di Vincenzo

(30/11/2012)

Setlist

1. Hole In The Ocean Floor

2. Why?

3. A Nervous Tic Motion Of The Head To The Left

4. Desperation Breeds...

5. Fiery Crash

6. Danse Caribe

7. Effigy

8. Lusitania

9. Orpheo Looks Back

10. Eyeoneye

11. Give It Away

12. When That Helicopter Comes

13. MX Missiles

14. Something Biblical

15. Three White Horses

16. Plasticities

17. Fatal Shore

18. Tables And Chairs

 

Encore:

 

19. If I Needed You

20. Happy Day

21. Fake Palindromes

Andrew Bird su OndaRock
Recensioni

ANDREW BIRD

Are You Serious

(2016 - Loma Vista)
Le confessioni di Andrew Bird, o della serietà di un giocoliere di note

ANDREW BIRD

Things Are Really Great Here, Sort Of...

(2014 - Wegawam)
Bird prosegue nel suo ritorno alle radici rileggendo le canzoni degli Handsome Family

ANDREW BIRD

I Want To See Pulaski At Night

(2013 - Grimsey)
Con un Ep quasi interamente strumentale Bird scrive la sua personale dedica a Chicago

ANDREW BIRD

Break It Yourself

(2012 - Mom + Pop / Bella Union)
Bird rinuncia al superfluo e punta dritto al cuore con uno dei suoi dischi più ispirati di sempre ..

ANDREW BIRD

Hands Of Glory

(2012 - Mom + Pop)
Andrew Bird riapre le porte del granaio per il suo lavoro dall’indole più agreste

ANDREW BIRD

Noble Beast

(2009 - Fat Possum / Bella Union)
Il violino incantato di Bird e il suo nuovo microcosmo: un sussidiario folk-pop di irresistibile leggerezza ..

ANDREW BIRD

Fitz And The Dizzyspells

(2009 - Bella Union)

Un’appendice in formato Ep per le brillanti atmosfere di “Noble Beast”

ANDREW BIRD

Armchair Apocrypha

(2007 - Fat Possum)
Una nuova prova di maturità del violinista di Chicago

Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.