14/12/2012

Death In June + Spiritual Front

Orion Club, Ciampino


di Giorgio Moltisanti
Death In June + Spiritual Front

“Vai a vedere i Death In June?”, “Stai andando a vedere i Death In June?”, “Tu vai a vedere i Death In June?”: è tutta la settimana che mi picchiano in testa con questo interrogativo, in maniera decisamente petulante e intrusiva ma che bene rende l'idea di quanto interesse ci sia ancora attorno al mascherato Douglas Pearce. Come a lampante dimostrazione, ce ne fosse bisogno, dell'immutata “fede” da parte di (certo) pubblico nei confronti della Morte in Giugno.
In apparenza c'è una certa sintonia tra il paesaggio desolato di una Ciampino-by-night e la musicalità asfittica del Nostro: a spezzare l'incanto, se così vogliamo chiamarlo, c'è solo la location scelta per l'evento, ossia l'Orion Club. Gigionesco locale, già tristemente noto per serate più apocalittiche (quelle sì) dell'intera trentennale carriera di Douglas Pearce.
L'ultima volta che ne avevamo sentito parlare, l'edificio multifunzionale appariva ancora come la casa base del "Diabolika" o di un imprecisato numero di feste di laurea. Lo ritroviamo oggi, a quanto sembra, recuperato e ristrutturato come enorme auditorium “rock” anche al di sopra delle esigenze della stessa serata. Mentre facciamo la fila, l'atrio già brulica di un pubblico decisamente vario. Nei divanetti, utilizzati di solito come privé, sprofondano signorotti con i capelli bianchi fiancheggiati da neo-gotici con magliette di gruppi che erano già morti prima che loro potessero emettere il primo vagito. Matusa imbacuccati e infreddoliti spalleggiano in prossimità del palco giovani punk alti “due mele o poco più”.

Davanti a loro, la lussureggiante strumentazione degli Spiritual Front pronta all'uso: sgabelli e microfoni, una batteria con una grancassa degna della Wedding And Funeral Orchestra di Bregović illuminata con un intreccio di lampadine bianche. Si percepisce bene la loro basilare voglia di entertainment, laddove basilare è da intendersi nella sua accezione migliore. Nell'inesauribile voglia di tributo a Johnny Cash, qualora Cash fosse vissuto in una Roma decisamente pasoliniana. Gli stili si accavallano e si confondono in blues, folk, wave, pop, soul. Hellvis gioca con la propria chitarra con enfasi e foga, dimenandosi e inscenando quelli che potremmo definire dei balletti con la propria amata a dodici corde. Nell'ora a loro disposizione, gli Spiritual Front reinterpretano in modo viscerale quello che dal disco non tutti sono riusciti a percepire interamente.

Finito il tempo a disposizione della band di Simone Salvatori, tutto viene smontato e il palco prende le vesti tipiche di un set recente dei Death In June, ossia Julius con il solo fido John Murphy: quattro tamburi, quattro piatti, qualche ciborio più per scena che per altro e la solita chitarrina rossa di sempre. Quanti avevano sperato in una collaborazione tra le due band sono costretti a tornare bruscamente con i piedi per terra. Almeno finché non si toglie la maschera, la presenza di Douglas Pearce visivamente riesce a rievocare bene le atmosfere del disco, ma musicalmente non vale più della metà: imbolsito, svogliato, senile, fa prevedere il peggio.
Nonostante la solita tuta mimetica addosso, quando si toglie la maschera è la fine. L'ex papà del neo-folk, ora quasi nonno, sembra tutto fuorché interessato alla sua esibizione (se una base non parte o gli saltano via due corde, lui prosegue imperterrito nella scaletta senza neanche girarsi verso il banco mixer per escogitare un possibile rimedio) e ciò si amalgama alla perfezione alla comune sensazione di uno spettacolo montato a neve più per dare l'idea di quello che potrebbe essere (stato?) un concerto dei Death In June che un live vero e proprio degli stessi.

Nel mezzo, una ventina di canzoni lacrimogene in copia sbiadita di quelle quattro o cinque che tutti aspettano. Poste strategicamente sul finale. Una “Fall Apart” irriconoscibile, “Little Black Angel” senza assolo di tromba, “She Said Destroy” scarna come non mai, “But What Ends When The Symbols Shatter?” e “Runes And Man” poco più che passabili.
Nel frattempo, si ha tutti modo di riflettere su quanto sia passato dall'ultimo disco dignitoso a firma dell'ex-Crisis. Venti anni, su per giù. Su come dovrebbe essere e su quanto la fantasia e la verve siano andate esaurendosi col tempo: alcuni borbottano di quanto “con Albin Julius era molto più divertente”, altri se ne vanno a fumare pacchetti interi di sigarette all'aria aperta, mentre altri ancora, dalle parti del bar, urlano vecchi titoli neanche accennati, togliendoci dall'imbarazzo di doverlo fare noi.

Del resto, non ci stupiremmo se qualcuno avesse preferito anche l'esecuzione per intero del tremebondo “All Pigs Must Die” rispetto alla cianotica (“God Mourning Sun”) e pietrificante (“Ku Ku Ku”) performance di questa sera. A parte gli applausi di rito, la sala risponde come al cospetto di una messa liturgica. Composta, garbata, non vede l'ora di andarsene. Se ne accorge pure un solerte dee-jay che, non appena Douglas sembra intenzionato a lasciare il palco, fa partire subito qualcosa di gothicoatto à-la Sisters Of Mercy per trattenere gli astanti. Pearce invece si stizzisce, torna al microfono, dice di spegnere "quella merda" e promette un bis.

Purtroppo mantiene la promessa: dopo qualche secondo sfodera un altro siparietto con tanto di fischietto da vigile urbano in cui il labile confine tra “avanguardia” e “presa per i fondelli” appare palese un po' a tutti. In questa serata logisticamente avversa, temiamo quindi che in pochi avranno trovato quel che realmente andavano cercando. Apocalisse esclusa.

Contributi fotografici di Massimo Monacelli

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