17/02/2012

Fennesz

Museo Marino Marini, Firenze


di Michele Guerrini
Fennesz

Occasione piuttosto particolare e sui generis quella in cui troviamo l'artista austriaco nella sua data a Firenze per l'International Feel Festival (che già aveva organizzato Alva Noto e proseguirà con Carter Tutti, Nurse With Wound e altri): la sonorizzazione di un film muto uscito originariamente nel 1927,  "Berlino: Sinfonia di una grande città" di Walter Ruttmann. Un'opera, quest'ultima, che raccoglie in un collage frenetico la vita civilizzata della metropoli tedesca secondo un'ottica sperimentale per i suoi tempi. Il film fu strutturato interamente come un'opera musicale, o meglio orchestrale, che seguisse in diversi crescendo e passaggi intermedi, i momenti caratteristici della città: la sua metro, le fabbriche, la ferrovia, i ristoranti, le vetrine dei negozi, il traffico, lo sfilare delle truppe, l'ingresso al lavoro degli operai etc. Una pellicola che potesse sintetizzare con le immagini il suono del lavoro e del divenire, in una ricerca razionale e lirica della forza espressiva, in un continuo contendersi tra Bach e Wagner.

Sotto la proiezione monocromatica, Fennesz ha fatto crescere una base sintetica e granulosa, molto metallica sui cui innestava riff di chitarra distorti e saturati. Un rumore bianco che non seguiva precisamente le immagini, ma poneva una linea parallela di interpretazione.
Il sincretismo tra immagini e suoni ha raggiunto una totalità del tutto contestualizzata, in cui l'improvvisazione e i feedback si nutrivano autonomamente dei fotogrammi e del loro ritmo. Piuttosto che una semplice sonorizzazione, con i suoi citazionismi e la sua emotività lineare e copia-carbone, quella di Christian è stata un'interpretazione, una metabolizzazione del ritmo già musicale del film.
Ha così attualizzato una pellicola che può affermarsi oggi con il suo realismo meccanico e il suo pulsare organico.

Il bis finale della serata, alla conclusione del V° atto è stato più un omaggio ai presenti che una parte coerente al resto, mostrandoci una finestra astratta e concettuale di pensiero ben adatta al museo in cui eravamo tutti raccolti, con le sue statue giganti e i suoi spazi irregolari.

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