13/04/2012

Gomez

Estragon, Bologna


di Alex Poltronieri
Gomez
Strana storia, quella dei Gomez. Una band sempre sul punto di "farcela", esplodere, affermarsi anche presso gli ascoltatori generalisti, fan dei Coldplay e altre band Fm. Ma dall'esordio folgorante con "Bring It On" (1998), brillante miscela di folk, blues, elettronica, all'interno di una ricerca sonora sempre ben orientata verso coordinate pop, di tempo ne è passato parecchio e le cose son molto cambiate. In mezzo ci sono stati un Mercury Prize (proprio per il loro debutto), l'esordio al numero #1 delle classifiche inglesi con il successivo "Liquid Skin" (1999), le folle sempre più numerose ai concerti. Un successo forse troppo tempestivo per una band che non ha mai voluto adagiarsi sugli allori. E così, ogni nuovo album era l'opposto del precedente e sembrava fatto apposta per scontentare i fan. Fan che, svanito l'hype, un po' alla volta sono passati ad altre band, lasciando Ian Ball & soci liberi di continuare per il loro sentiero.
 
Eccoci qua: quattordici anni e sei dischi dopo, i Gomez hanno dato alle stampe il loro ultimo lavoro, "Whatever's On Your Mind", sorta di compendio della loro intera carriera non molto a fuoco e decisamente troppo easy listening (forse proprio per riconquistare gli appassionati perduti con il precedente, e ben più coraggioso, "A New Tide"). Un timido esordio alla posizione #65 delle chart inglesi, accoglienza tiepida da parte della critica. Già, le cose sono proprio cambiate per quella che pareva essere la next best thing della scena alternativa britannica. Ma forse è stato meglio così. I Gomez sono rimasti dei ragazzi con la testa sulle spalle, dei musicisti umili e incredibilmente capaci, coerenti sia nei successi che nelle sconfitte.
In Italia, così come in altri paesi (a partire dagli Usa, dove sono tornati un tantino alla ribalta grazie al brano "How We Operate", inserito in un seguitissimo episodio della serie tv "Grey's Anatomy"), non sono mai andati per la maggiore, perciò non stupisce più di tanto che quello all'Estragon di Bologna sia il loro primo concerto in otto anni (non contando la fugace apparizione all'Heineken Jammin' Festival del 2010, prima dei Pearl Jam).

Un Estragon, sempre senza meraviglia, pieno per metà (o mezzo vuoto, a seconda di come la vediate), però con uno zoccolo duro di fan asserragliati sotto il palco e in mezzo pure parecchi curiosi. Con puntualità svizzera, i Gomez si presentano sul palco alle 22.00. Ian Ball si scusa per la loro prolungata assenza dal nostro paese e promette un live con tante canzoni per recuperare il tempo perso. E di tempo in convenevoli non ne perdono di certo, questi signori, lasciando parlare sempre la loro musica. Attaccano sicuri con "Revolutionary Kind", da "Liquid Skin", e la voce di Ben Ottewell non pare invecchiata di un minuto (al contrario della stazza che è invece raddoppiata). I fan si emozionano soprattutto con le tracce dei primi due album, che difatti vengono saccheggiati con generosità: l'intensa ballad orchestrale "We Haven't Turned Around" (inserita pure nella soundtrack di "American Beauty"), "Make No Sound", "Love Is Better Than A Warm Trombone", "Rhythm & Blues Alibi". Ottewell, con il suo timbro roco e fascinoso, è la vera star della serata, anche se i vari componenti della band sono sempre attenti ad equilibrarsi tra loro.
Nell'encore arrivano con grande acclamazione due classici come "Tijuana Lady" (altro momento glorioso per Ottewell, in una performance di grande difficoltà vocale) e "Whippin' Piccadilly", forse il loro brano più noto, che chiude la serata in allegria con mezzo Estragon che si scatena e canta.

Il resto della setlist è ben distribuito tra una discografia magari senza hit planetarie ma sempre interessante e coerente. Tom Gray, "terza" voce dei Gomez, si rivela il McCartney della situazione. Sono suoi i momenti più "pop" e malinconici della serata: il ritornello catchy di "Silence", il country semi-parodico di "Sweet Virginia" (entrambe dal sottovalutato "Split The Difference") e la ballata dal climax crescente, stile Snow Patrol, di "Just As Lost As You" (dall'ultima fatica "Whatever's On Your Mind").
La band pesca dal proprio repertorio con grande libertà e confidenza, segno di un'affinata intesa tra i vari musicisti (ricordiamo che non ci sono mai stati cambi di line-up nel corso della loro intera carriera), di una rodata esperienza nei live e di rispetto nei confronti dell'audience (ogni concerto ha una setlist quasi del tutto diversa da quella della serata precedente, e chi era ai Magazzini Generali di Milano il 14 aprile può darne conferma). Così, non ci si fa mancare nulla: da "Airstream Driver" ("A New Tide") a "Rex Kramer" ("In Our Gun"), da "How We Operate" ad "Options" (singolo apripista all'ultimo album). Senza dimenticare una memorabile cover, totalmente stravolta e rallentata, di "Jumpin' Jack Flash" dei Rolling Stones.

Se in studio i Gomez sembrano attraversare una sorta d'impasse, quasi non avessero più nulla da dimostrare ai loro fan o alla stampa di settore che ha voltato loro le spalle già da tempo, dal vivo Ian Ball e gli altri danno davvero il massimo, dimostrando di essere diventati una rock band "adulta", tecnicamente ineccepibile, capace di assurgere al rango di "classico".
La serata si conclude senza rimpianti, con la speranza di non dover attendere altri otto anni per rivederli.
Setlist
  1. Revolutionary Kind
  2. Love Is Better Than A Warm Trombone
  3. Hamoa Beach
  4. Make No Sound
  5. We Haven't Turned Around
  6. Rhythm & Blues Alibi
  7. Bring Your Lovin' Back Here
  8. Rex Kramer
  9. Ruff Stuff
  10. Silence
  11. Sweet Virginia
  12. Airstream Driver
  13. I Will Take You There
  14. Just As Lost As You
  15. Equalize
  16. How We Operate

Encore

  1. Tijuana Lady
  2. Jumpin' Jack Flash
  3. Options
  4. Whippin' Piccadilly
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