23/02/2012

Nada Surf

Bloom, Mezzago (MB)


di Alex Poltronieri e Stefano Ferreri
Nada Surf
Romantici per forza

Parafrasando una bella battuta del recente "L'arte di vincere", "come si fa a non essere romantici con i Nada Surf"? Il mio problema, così mi è stato confidato da un amica, è che mi piacciono ragazze troppo carine, e poi alla fine rischio sempre di rimanere deluso. Perdonate quindi questa divagazione, ma vedrete, alla fine forse ci troverete un senso. Quando arrivo nella piccola e semi-deserta Mezzago, le aspettative per la serata sono enormi. Perché vedrò una delle mie band preferite, assente dal suolo nostrano da sette lunghissimi anni. E soprattutto perché è l'occasione per incontrare una ragazza a cui faccio il filo da almeno due anni. Certo, lei sta a Milano e io a oltre trecento chilometri di distanza, e il cosiddetto corteggiamento è avvenuto interamente tramite un temibile social network come Facebook. Non mi aspetto certamente che possa nascere una storia d'amore travolgente, d'altronde sono grandicello per credere in queste cose. Però sarei ipocrita se negassi che già da due giorni stavo preparandomi mentalmente IL discorso da farle una volta incontratola. Una ragazza più che carina che dice di essere stufa di essere delusa sentimentalmente, ama il cinema, non se la tira, una mite serata invernale e la musica dei Nada Surf. Wow.

220x270_inA questo punto la vicenda dovrebbe sdoppiarsi tra "aspettative" e "realtà" come nella celebre sequenza di "500 giorni insieme". Già. Perché una volta entrato al Bloom le mando un sms per dirle che sono arrivato e la aspetto al bar per salutarla prima dell'inizio del concerto. Ma non arriva nessuna risposta. Così, dopo un'oretta mi spingo pigramente e un po' confuso a lato del palco. Matthew Caws (quant'è invecchiato!) e soci (ci sono pure Doug Gillard, chitarra solista dei Guided By Voices e Martin Wenk, polistrumentista dei Calexico, cavoli) attaccano con "Clear Eye Clouded Mind", apripista dell'ultimo sottovalutatissimo (come accade sempre con loro) "The Stars are Indifferent to Astronomy". E la vedo. Dall'altra parte dello stage. Con il suo iphone in mano, che scatta delle foto e canta. Un solidale amico aveva ipotizzato che non avesse risposto al messaggio perché il cellulare era nella borsa, mi giro verso di lui e gli dico "non capisci un cazzo". Poi la guardo. E' bellissima, ha i capelli più rossicci di quello che sembrava nelle foto, ed è anche molto più bassa di statura. Non cambia nulla, è un tuffo al cuore. Matt Caws canta "Look at the sky, look in your eye, all i feel is transition, when do we get home? All i feel is transition, now to be alone, with a clear eye, but a clouded mind". Stai dicendo a me? Finalmente i nostri sguardi si incrociano, e ci facciamo un cenno di saluto e un sorriso.

220x270_iinPoi il concerto prosegue, e cerco di godermelo al meglio, ma ovviamente ho la testa altrove. La band, nonostante l'acustica del piccolo Bloom non sia eccelsa, è in gran forma, e spolvera un po' tutti i "classici" della loro discografia. Dalle recenti "Teenage Dreams" e "Jules and Jim", ai singoli di "Lucky" "Whose Authority" e "Weightless" (ma anche la bellissima "See These Bones", con tre armonie differenti che alla fine si uniscono in un climax mozzafiato), ma andando più indietro, al loro lavoro (probabilmente) più riuscito, quel "Let Go" che dimostrò a tutti che i ragazzini di "High/Low" erano cresciuti, si pescano "Happy Kid", "Hi-Speed Soul" e nell'intenso encore non mancano i loro cavalli di battaglia "Inside of Love", "Always Love" e "Popular", l'inno per eccellenza degli sfigati, assieme a "Loser" di Beck, quella "teenage guide to popularity" attuale quindici anni addietro, come oggi, ai tempi degli amori massmediali. Se è vero quello che dicono molti, ovvero che i Nada Surf sono sempre uguali a sé stessi, è altrettanto vero che quello che dicono ha valore universale e trascende i tempi. Quando Matthews Caws canta "I wanna know what it's like on the inside of love, I'm standing at the gates, I see the beauty above..." e tutti sono assieme a lui, sento il cuore in gola e provo totale empatia. Quello a cui sto assistendo è lo spleen di un allegro eterno sfigato che ha superato i quaranta, e ha qualche rimpianto di troppo ("When I Was Young"...) come tutti noi.

Il concerto è finito, e quasi non me ne accorgo. Tutto avviene troppo velocemente. Mi avvicino a lei, e la saluto, finalmente. Ma qualcosa non va, avverto una sensazione di freddezza e insincerità che conosco bene (o forse è-siamo solo troppo timidi...).. Assieme alle sue amiche si assenta da me e corre dietro a quelli della band per farsi fare un autografo, e io rimango lì ad aspettare un po'. Il tempo di correre all'auto per mettermi il giaccone, torno al locale, ed è sparita. Non posso dire di essere arrabbiato. Deluso è la parola giusta. Amareggiato. Potrei star qui a scrivervi di quello che è accaduto dopo, a partire dal messaggino il giorno dopo in cui si scusava, ma "aveva finito i soldi nel cellulare ecc. ecc.", ma la sostanza non cambierebbe di molto. Forse tutto questo dovrebbe avermi insegnato qualcosa, ma tanto so che incapperei negli stessi sbagli ed errori di valutazione per i cinquant'anni a venire. Però mi consola sapere che c'è chi prova i miei stessi sentimenti, e i Nada Surf e le loro canzoni sono qui per ricordarmelo.


The Stars Are... In Bloom


220x270_iiin_01Non saranno una di quelle band che portano molti punti ai curricula intellettual-alternativi dei frequentatori assidui dei piccoli live club, e in quanto a hype la loro fiamma è ridotta al lumicino non da oggi, eppure era un’eternità che i Nada Surf stazionavano nelle posizioni calde della mia personale wishlist. Una decina di anni buoni, da quando andai in brodo di giuggiole per il loro ‘Let Go’, e nemmeno saprei dire per quale strana ragione me li persi giusto in quel tour quando passarono da me a domicilio in data unica italiana, cinque euro cinque per un posto alla transenna sul prato di Spaziale. L’occasione per rimediare è arrivata solo adesso, dopo un paio di album non proprio indimenticabili e ad un costo d’ingresso moltiplicato più di tre volte (ma comunque accettabile) nel remoto salone del Bloom di Mezzago, locale da veri reduci noto più che altro perché ventuno anni fa i Nirvana appena esplosi lo stiparono all’inverosimile. Non è andata allo stesso modo per Matthew Caws e soci in questo nuovo appuntamento unico per il Belpaese, ma il Bloom è parso comunque pieno per oltre i due terzi, animato da un pubblico caloroso che sarebbe stato anche più numeroso se il programma non avesse previsto il via a mezzanotte meno dieci (n.b.: di un giovedì sera, per chi scrive a 190 km da casa) dopo corposo set del gruppo spalla. In realtà non è andata malaccio nemmeno da questo punto di vista: chi temeva l’ennesima spropositata opportunità concessa a qualche anonima band locale di dubbio valore è stato smentito dai piacevoli quaranta minuti appaltati agli sconosciuti Waters, nuovo progetto dell’ex frontman dei discreti Port O’Brien, Van Pierszalowski. Un indie-rock felicemente indeciso tra acustico ed elettrico, ruspante il giusto nonostante qualche non entusiasmante posa à la Dave Pirner del cantante. Abbastanza lungo da scaldare i presenti nell’attesa, opportunamente breve così da non ingenerare noia.

220x270_ivnCerto la comparsa in scena dei tre paladini, per l’occasione scortati da due ospiti extralusso come Doug Gillard dei Guided By Voices e Martin Wenk dei Calexico, ha aiutato a resettare in un amen la parentesi del quartetto californiano. La partenza, con diversi pezzi dal recente (e tutt’altro che memorabile) "The Stars Are Indifferent To Astronomy", non si è rivelata esattamente da spellarsi le mani per gli applausi. Alcune inevitabili pecche nel suono e una selezione di episodi non certo tra i migliori del repertorio hanno condizionato l’avvio, ma la ripresa è stata pronta e soprattutto costante, lanciata da una “Happy Kid” che ha visto il pubblico delle prime file infervorarsi come da programma. Mattoncino dopo mattoncino la formazione newyorkese ha saputo fare breccia anche nel più scettico degli spettatori, con esecuzioni precise e immancabilmente coinvolgenti. Il segno del successo si è percepito in tutto il suo nitore con un’eccellente versione di “When I Was Young”, uno dei tanti brani di rock radiofonico, eccessivamente garbati ed insipidi, che affollano il nuovo disco. Al di là della notevole resa musicale, a fare la differenza sono stati però proprio i tre protagonisti in scena. Convincenti, spigliati, molto alla mano: non divi su un altare ma persone alla buona, con una gran voglia di comunicare, scherzare assieme ai fan e suonare per puro piacere, senza le tipiche pose odiose che molte band “arrivate” sembrano portarsi dietro con gli altri bagagli nel tour bus. Se Matthew e il batterista Ira Elliot sono quelli che hanno raccolto più apprezzamenti dalla parte femminile del pubblico (nota di colore: sessanta a quaranta per le ragazze sotto del palco, il ché per un concerto indie è comunque una bella eccezione), le simpatie di tutti i presenti sono andate senza troppa fatica allo sbalestrato bassista Daniel Lorca, inconfondibile per acconciatura, mimica, spirito e vocione.


220x270_vnArchiviata la pratica dei pezzi nuovi, i Nada Surf hanno badato a confezionare per i loro aficionados un concerto-festa a base di greatest hits, senza particolari sorprese ma con le giuste dosi di energia e ironia. Il meglio è arrivato verso fine set, quando la band statunitense ha optato per una decisa sterzata verso lidi rock (la terna “The Way You Wear Your Head”, “Hi-speed Soul” e “See These Bones”, tra l’altro vera crema di tutta la loro produzione) efficacemente supportata dalla verve elettrica di un chitarrista eccellente come Gillard. Per i bis, ovviamente numerosi, Caws e compagni hanno svelato la loro anima più arditamente populista, sparando tutti assieme i loro due più grandi successi “romantici” (per “Inside of Love” Matt si è improvvisato coreografo pilotando il dondolio di tutti i presenti nel salone), oltre al pezzone che li lanciò in heavy rotation su MTV ormai diciassette anni fa (“Popular”, la conoscete no?) e quello cui sono forse in assoluto più legati, una versione elettrizzante ed interminabile di “Blankest Year” resa imperdibile dalla tromba di Wenk. Dopo una simile piena di accattivanti singoloni, un discreto fan come il sottoscritto non ha potuto che congedarsi dalla notte brianzola con la piacevole sensazione del cuor satollo. Quelli del ritorno sono stati in assoluto i 190 chilometri (e anche più, considerata l’ennesima chiusura notturna di un tratto di A4) meno faticosi che la mia auto abbia mai macinato.
Setlist
  1. Clear Eye Clouded Mind
  2. Waiting For Something
  3. Happy Kid
  4. Whose Authority
  5. Teenage Dreams
  6. Weightless
  7. Killian's Red
  8. Jules And Jim
  9. 80 Windows
  10. When I Was Young
  11. The Way You Wear Your Head
  12. Hi. Speed Soul
  13. See These Bones
  14. Inside Of Love
  15. Always Love
  16. Popular
  17. Blankest Year
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