23/12/2012

Onlyfuckinglabels

Csa Sisma, Macerata


di Gianluca Polverari
OnlyFuckingLabels

Non è una novità, a dispetto di tanti detrattori, che in Italia la musica continui a essere viva, vegeta ed eterogenea. Ci sono artisti che hanno sviluppato un loro linguaggio con etichette indie a supporto e, qualora queste vengano a mancare, gli stessi musicisti creano una propria casa discografica che promuove i personali lavori e quelli di altri colleghi apprezzati.
In estate si era parlato della validissima convention No Lebol che aveva chiamato a raccolta a Roma addetti ai lavori, band e appassionati di musica indie italiana a cavallo tra post-punk, noise, sperimentazione, wave. In tempo natalizio è ora Macerata a ospitare un'altra importante inziativa in tal senso, come OnlyFuckingLabels, rassegna che è giunta alla sua seconda edizione svolta sempre all'interno del Csa Sisma.

Ci si augurava una buona riuscita, ma qui si deve proprio dire che è stato un successo, poiché la partecipazione del pubblico è stata massiccia e la qualità dei vari gruppi che si sono esibiti è stata mediamente alta in una non-stop, con doppio palco presso due diverse sale, che è iniziata verso le 19.30 per terminare verso l'1.30 del mattino.
Ci sono stati poi gli stand di etichette che spesso anche sul nostro sito trovano sostegno come Boring Machines, Macina Dischi, De Ambula, From Scratch, Robot Radio, Lemming, Hysm Records, Bloody Sound Fucktory, Burp, Irma, Mukkakke, Sonatine Produzioni, Bar La Muerte, Death Crash, Human Feather, Seahorse, tutte con il loro catalogo ben esposto, ad attirare curiosi e appassionati. 

Il vero piatto forte, come è giusto che sia, sono state le band, che hanno suonato alternandosi tra i due stage ben gestiti dall'organizzazione che non ha mai lasciato tempi morti durante lo svolgimento della rassegna. Ad aprire le danze, o meglio le orecchie, sono stati i Topsy The Great, terzetto di Prato che ha subito assaltato il pubblico con un math-noise tecnico quanto rumoroso e senza compromessi. Bravo il batterista per la sua fantasia nel riempire il suono di colpi violenti ma anche dinamici.
Dopo il set, concordato con ogni gruppo per la durata di trenta minuti, subito ci si è spostati nel secondo spazio dove il protagonista è stato Be Invisible Now con una performance elettronica dark-ambient, supportata da simpatiche immagini che citavano i vecchi giochi Commodore e Atari anni 80.

A queste cupe e notturne ambientazioni si è opposto il fuoco degli altrettanto devastanti Bogong In Action da Taranto. Il terzetto, composto da due chitarristi e un batterista (attivo anche nei Cannibal Movie), ha proposto un sound sferzante e infernale fatto di graffianti note elettriche, grida isteriche e una batteria dinamitarda. 
Stessa aggressività per i loro concittadini Hysm?, duo che è un nome tra i più attivi in questo ambito di sonorità dietro le quali non si nasconde anche un amore per il jazz più frenetico ed eterodosso.

Non è potuto poi mancare qualche esponente del Veneto “malato” e folle, qui rappresentato dal duo padovano Kelvin, ossia chitarra con effetti, voce straziata e parrucca in testa alla Buzz Osborne dei Melvins, e dolce fanciulla che quando è stata seduta dietro alla batteria è divenuta un vero e proprio demonio.
Nonostante qualche problema tecnico, tra cui anche una “dolorosa” scossa che ogni tanto si è trasferita dal microfono alla bocca del cantante-chitarrista, i Marigold di Lanciano hanno fatto la loro figura con quel mix di melanconia wave e psichedelia visionaria che, in questa occasione, ha voluto alzare ancor più il volume prediligendo una formula “sonica” quanto percussiva.

Hanno giocato in casa gli Aedi e il pubblico ha rimpito la sala per ascoltare le nuove canzoni che saranno pubblicate nel 2013 sul secondo cd “”Ha Ta Ka Pa”, edito dalla Gustaff e prodotto da una personalità di spessore come Alexander Hacke degli Einsturzende Neubauten. Non è difficile pensare per loro un futuro radioso, anche perché hanno nei live il punto di forza. Infatti, la loro grinta è stata notevole, una botta che si è unita al cantato di Celeste Carboni che sa ben padroneggiare, con acuti e grida, passaggi melodici complessi che ricordano un po' Kate Bush e un po' Lou Rhodes dei Lamb, ma anche Janis Joplin nelle movenze. La loro formula è un indie-wave-pop dai tratti psichedelici, che dal vivo guadagna in muscolatura rispetto ai lavori in studio dove questa potenza non sempre emerge ai medesimi livelli.

Spazio poi a un'istituzione del suono più di ricerca nell'ambito della sperimentazione noise, come il milanese Paolo Cantù (già Uncode Duello, Shipreck Bag Show, A Short Apnea, Six Minute War Madness e altro) con il suo nuovo progetto in solo Makhno. L'artista ha utilizzato alternativamente due chitarre, loop station e altri ammennicoli vari per portare l'ascoltatore in territori di buio post-punk con un uso della voce ipnotico anche per il suo uso di effetti. Una vera band incarnata in unico ed esperto musicista.
È poi continuata la parentesi milanese con gli Ovo di Bruno Dorella e Stefania Pedretti, un'ulteriore deviata performance che ha dimostrato l'elevato professionismo ed esperienza del duo che sa garantire sempre terrorifico effetto che però non perde mai il controllo della situazione. E chi tra il pubblico ancora non li aveva visti on stage è rimasto letteralmente a bocca aperta.

Spettacolo digitale con il combo 122h, collettivo in bilico tra hip-hop, industrial, electropunk dei quali circolano ancora poche notizie. Il sound è quello che colpisce duro anche allo stomaco e obnubila le menti.
Altri maceratesi e altro pubblico accalcato con i Drunken Butterfly che hanno confermato l'ottimo stato di forma espresso nel loro più recente album “Espilon”, disco crudo, selvaggio ma anche ben composto nella sua fusione di elettrco ed elettronico. Dal vivo poi sono stati del tutto devastanti con un set toccante per intensità, pathos e catartico rumore che però non ha negato anche dinamiche ritmiche danzabili tanto è vero che in molti si sono dimenati con il loro sound, davvero irresistibile per rimanere immobili.

Con l'udito quasi andato, ma anche con il piacere che le premesse di una bella serata siano state confermate, ecco che si affrontano gli ultimi set dei fiorentini Jealousy Party e degli jesini Lleroy. I primi, in un'insolita formazione in duo, hanno intrattenuto con il loro sempre speciale frullatone di avant-jazz, elettronica minimal, cut-up visionari che sono stati un nuovo e sempre azzeccato trip, prima di cadere tra le braccia di Morfeo.
I secondi hanno portato a zero le ultime energie rimaste con suoni nuovamente forsennati e pregni di rabbiosa furia nel nome della migliore scuola noise di matrice Unsane e Melvins.

La seconda edizione di OnlyFuckingLabels si conclude così, con tanto entusiasmo di chi ha organizzato, dei gruppi e dell'audience presente, una riuscita a tutto campo che è stimolo vitale per un futuro terzo appuntamento che lascia presagire ulteriori, intriganti sorprese.

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