21/11/2012

Skunk Anansie

Teatro Tendastrisce, Roma


di Giorgio Moltisanti
Skunk Anansie

Non è facile raccontare da critico un live degli Skunk Anansie. Quantomeno, senza rimanere piuttosto interdetti dal pubblico che si portano dietro.
In tempi non sospetti, per chi ha avuto modo di vederli dal vivo tra il 1995 e il 1996, i fan del gruppo inglese erano gente simpatica con cui qualsiasi amante del rock'n'roll sarebbe andato a magiare una pizza o avrebbe condiviso un'esperienza. Potevi vederli ciondolare dalle prime ore del pomeriggio, birre alla mano, con magliette di gente apposto come Bad Brains, Rage Against The Machine, Guano Apes o, tutt'al più, con la pecora ritratta sulla copertina di “Vs” dei Pearl Jam. Era, in sintesi, una vera e propria goduria.

Adesso le cose sono decisamente cambiate. I fan moderni degli Skunk Anansie si presentano davanti all'ingresso del Teatro Tendastrisce non prima di mezz'ora dal concerto (alle 18:30, mancano solo le balle di fieno a rotolare e Clint Eastwood a guardarmi arcigno), e di sicuro non prima di aver fatto un salto da Accessorize. Infatti è impossibile non notare l'incredibile accozzaglia di magliettine, braccialettini, collanine, orecchini talmente “finto rock” da fare sembrare Irene Grandi Exene Cervenka nei losangelini X. E la parte maschile degli astanti non è di certo da meno. Improbabili camicie rosa con il colletto bianco (di un giovane stilista, accompagnato per l'occasione da un noto discografico calvo, di gessato vestito) sfidano con temeraria noncuranza il look apache di Cass. Cinture grigie di D&G su pantalone chiaro fanno letteralmente vergognare di essere lì e non essere un cronista di Vogue o Vanity Fair.

Eppure c'è anche gente che si è fatta 600 chilometri con uno zaino in spalla e un maglia dei Nirvana addosso per venire a vedere gli Skunk, e questa è una cosa che faccio fatica a capire. Fatico a capirla fino a quando Skin non li ringrazia comprensiva dal palco per aver speso i loro soldi, specie in tempo di crisi, per venirli a sentire. Fatico a comprendere fino a quando con la sua band danno vita a un concerto terremotante (ottimo il settaggio di Mark Richardson con due casse, pochissimi piatti e un solo tom centrale, come usa a volte durante i festival Christopher Chartrand nei Crystal Castles) nel quale le ballate radiofoniche (“Secretly” o “Hedonism” che siano) sono messe in coda. Nei bis. Giusto per dare un senso al biglietto e alla vita di parte del pubblico.
Per tutto il resto del concerto è un continuo accelerare mentre Skin dimostra di avere ancora uno stile impeccabile, superiore a qualsiasi stereotipo e pregiudizio su di lui si possa arrivare armati, una potenza d'ingegno da cui imparare qualcosa, e una capacità di tenere vivo il palco per due ore di concerto che non è semplice “mestiere”.

L'inanellare come nulla fosse “The Skank Heads”, “I Will Break You” e “I Believed in You” ha come immediato effetto tra i presenti lo stesso che ebbe Mosé con le acque del Mar Rosso. Tutti i poser ai lati e incredibile avanzamento fino a sotto-palco per tutti quelli realmente interessati a vivere il concerto come esperienza fisica, carnale. Vi lascio immaginare sulle note di classici come “Twisted”, “Weak” e “I Can't Dream”. Ma se spannung c'è stato, arriva senza ombra di dubbio sulle note di “Little Baby Swastikkka”. La cantante di nero vestita, spogliata di tutti i gingilli scenografici che ne hanno caratterizzato l'ingresso sul palco, si mostra decisa ad abbattere le barriere. Scende così tra il pubblico facendolo accovacciare in terra o saltare in aria l'audience, a comando, a seconda dell'andamento sinusoidale del brano, arrivando così facendo al banco mixer - posizionato al centro della sala; una volta lì ci si arrampica sopra per poi buttarsi sulla folla e fare crowd surfing fino a ritornare sul palco per concludere il brano. Il tutto, tra gente che nella ressa perde (per la sadica gioia dell'affezionatissimo vostro) gli iPod, i telefonini, le macchinette digitali, il cervello e forse qualcuno anche la verginità (musicale, se non altro).

A conti fatti, è impossibile ritornarsene a casa di cattivo umore. Lasciate perdere allora il loro traballante ritorno e gli ultimi claudicanti dischi: gli Skunk Anansie vanno visti dal vivo. Almeno una volta.

Contributi fotografici di Riccardo Arena

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