11/02/2012

Tim Hecker

Chiesa di Santa Cristina, Parma


di Alberto Asquini
Tim Hecker

"Ravedeath, 1972" aveva tracciato un solco, profondissimo. Un suono che si faceva continuamente, ora ruvido ora nebbioso. Un album concepito a partire dall'organo. E rarissime sono state le occasioni per vedere Tim Hecker all'opera con un concerto appunto per organo ed elettronica. Parma, un freddo polare, una sottile coltre di neve e un'imponente chiesa barocca offrono lo sfondo perfetto.

Scruta curioso, il canadese, le facciate, gli affreschi, l'organo che lassù, a quattro metri d'altezza, si prepara a far ruggire. Le persone si dispongono con le spalle rivolte all'altare, il viso all'insù. Candele ai lati e le imponenti colonne doriche che dividono la struttura in tre navate. Allo scendere del buio s'impone un silenzio surreale, Hecker sale le scale e, spalle al pubblico, traccia i primi lievissimi drones ambientali. La messa è iniziata e Hecker ne è sacerdote minuzioso.

Si iniziano ad accavallare ruvidezze impetuose, poi apparenti istanti di quiete. Il tutto però seguendo un moto meno harsh, al di fuori di un paio di episodi, e più liturgico. Un rimbombo imponente detta il là. Riconosco lo splendore gotico di "Chimeras", l'elegia in tre parti di "In The Fog" che stende la sua scia multiforme, il chiarore placido di "Hartred Of Music" e l'iniziale fruscio di "The Piano Drop".
Si aprono gli spazi, in una resa sonora che sfiora la perfezione. Tim Hecker si lega in maniera forte, viscerale al suono che offre, un suono che sa di terra e fatica, un suono che suda, che è freddo, che si contorce. E che però, in tutto questo, sa esserti vicino, sa riscaldare e liberarti. E anche laddove impetuoso si erge un drone, ecco che la mente libera lo spazio, lo sposta.

Cinquanta minuti secchi, nei quali a essere tratteggiata è una liturgia profondissima e sentita, vissuta. Uno spettacolo che è pathos ed empatia, che crea un senso di comunione e di partecipazione al suono. E' come esserne presi, inglobati e restituiti poi a noi stessi. Un tutto che si fa forma e sostanza, un'elegia agreste che valica ogni passo e attraversa ogni mare.
Lentamente, poi, s'affievoliscono le cascate di droni, il silenzio è il nuovo suono. S'accuccia Hecker, con un soffio spegne la candela. Niente è per sempre.

 

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