29/06/2012

Tom Petty & The Heartbreakers

Piazza Napoleone, Lucca


di Claudio Fabretti
Tom Petty & The Heartbreakers
Lucca, United States of America. È una notte tutta a stelle e strisce, quella che inaugura la 15ª edizione del Summer Festival. Va in scena l'imperdibile ritorno in Italia dopo venticinque anni di un mito del rock, Tom Petty & The Heartbreakers, preceduto dal set di uno dei più promettenti virgulti della scena cantautorale d'oltreoceano, quel Jonathan Wilson che l'anno scorso si mise in luce con il suo "Gentle Spirit".
Sprezzante di Caronte e di un costo del biglietto non proprio incoraggiante, giungo finalmente nella spendida cittadina toscana, cercando rifugio, all'ombra dei vicoli e delle torri, da una temperatura da savana. Sagome di stagionati rocker con magliette d'ordinanza sciamano per le vie del centro. In molti sono già in fila ore prima del concerto. Gli italiani si saranno finalmente accorti di Tom Petty? Non proprio, perché allo stupore per la vista di piazza Napoleone gremita si associa subito la constatazione che molti di quei seimila fan sono stranieri, americani, soprattutto, ma anche inglesi, tedeschi. Insomma, Lucca è per una notte la meta del turismo rock internazionale. Perché sarà anche bene ricordare che, se in Italia è misteriosamente rimasto poco più di un outsider, nel resto del mondo Tom Petty ha venduto oltre sessanta milioni di dischi.

Ma c'è poco tempo per le riflessioni, perché alle 20.30 Jonathan Wilson ha già imbracciato la sua chitarra. Alto e segaligno, con gli occhiali a goccia, le collanine di ciondoli al collo e i lunghi capelli lisci che gli dondolano sul viso, il songwriter del North Carolina ci traghetta direttamente negli anni Settanta, strizzando l'occhio a Neil Young e a tutti padri nobili del roots rock. Un pubblico di nostalgici come questo non può che apprezzare. E infatti l'esibizione riceve un'ottima accoglienza, con punte di euforia durante la trascinante versione dilatata di "Valley Of The Silver Moon". È il caro, vecchio psych-rock, che non ha paura di mostrarsi con gli abiti sdruciti e freak di sempre. Non c'è un solo grammo di innovazione, ma va benissimo così.
Adesso, però, è tempo che i diligenti emuli lascino spazio ai maestri.

Tom Petty and the HeartbreakersDopo una mezz'oretta di maniacale sound-check sul palco, poco prima delle 22 irrompono in scena il neo-barbuto Tom Petty e la sua band di sempre. Degli Heartbreakers è rimasto il nocciolo duro: Ron Blair al basso (membro originario, tornato dopo la scomparsa di Epstein nel 2003), Benmont Tench (piano e tastiere) e il chitarrista Mike Campbell, cui si aggiungono la chitarra di accompagnamento e i back vocals di Scott Thurston e lo special guest Steve Ferrone, che Petty presenta come "il mio batterista preferito". Insomma, la macchina da guerra annunciata, ma soprattutto un gruppo di amici, che in 36 anni ha attraversato le acque tempestose dello show business senza mai smarrire i propri valori di onestà e coerenza.
L'attacco, però, è in sordina: "Listen To Her Heart", la tenera ballata byrdsiana di "You're Gonna Get It!", è una carezza folk-rock che riporta le lancette indietro a quel 1978 fuori dal tempo, "troppo hard per gli amanti del mainstream e troppo soft per i punk", come lo descrisse Petty, mentre la più incalzante "You Wreck Me" (da "Wildflowers") ci dice che in fondo quel suono era proprio restio a ogni moda, pronto per l'uso anche nella sua versione aggiornata degli anni Novanta.
Ma è con "I Won't Back Down" che la serata decolla: si riaccendono quelle chitarre harrisoniane, filtrate dal gusto pop di Jeff Lynne, il deus ex machina del capolavoro "Full Moon Fever", e il pubblico non si perde neanche una strofa, tentando di cantarle tutte. Petty è felice, quasi sorpreso di un'accoglienza così calorosa in un Paese che l'aveva visto per l'ultima volta nel 1987, di supporto a Bob Dylan. Si toglie la giacca gessata e resta in camicia tempestata di paillettes, con gilet nero di pelle: gli abiti di scena del rocker old school.

Ma è ancora la dolcezza a prevalere: un'intensa "Here Comes My Girl", con dedica da gentiluomo a un amico in viaggio di nozze. Il solito Tom spezzacuore, quello che non dimentica i compagni di viaggio Traveling Wilburys, anche se alcuni di loro se ne sono andati (George Harrison, Roy Orbison), con una struggente "Handle With Care" in cui Thurston fa l'Orbison cercando di non farlo rimpiangere troppo.
Petty non è mai stato un frontman istrionico e non può diventarlo certo a 61 anni: in buona forma, asciutto, solo con qualche ruga in più, si muove sul palco con carisma e misura. Dispensando sorrisi e "thank you so much!". Con quel rispetto per il pubblico che appartiene solo ai più grandi: quando annuncia di voler cantare un pezzo da "Mojo", il suo ultimo, trascuratissimo album, percepisce qualche mormorio e rassicura: "È un blues, vedrete che vi piacerà". Come si fa a non amare uno così? E, sì, ci piace davvero "Good Enough", una delle sue tipiche rock ballad dal cuore in gola, con qualche eco di "I Want You" degli amati Beatles. Si "scusa" ancora: "Questa non la conosce nessuno, ma è una delle mie preferite..." e attacca il folk-rock dylaniano di "Something Big" (da "Hard Promises" del 1981).
Poi, la richiesta che tutti aspettavano. "Volete un po' di rock?". La risposta è un plebiscito fragoroso. Ed ecco allora due cover di razza: "Oh Well" dei Fleetwod Mac di Peter Green, con Petty che agita le maracas con ghigno mefistofelico, e la fiammeggiante "Carol" di Chuck Berry, per ricordare da chi e dove è nato tutto.
L'apoteosi, però, è una lunga, sfibrante "It's Good To Be King", che si trasforma in cavalcata younghiana, con tre chitarre a sfidarsi: quella di Campbell, quella di Petty e il sostegno ritmico di Thurston. Un tour de force mozzafiato dove a troneggiare, oltre al virtuosista Campbell - capelli lunghi rasta e camicia rosso-fuoco - è uno spettacolare Ferrone, che scatena una tempesta di fuoco, facendo quasi a pezzi uno dei piatti.

Tom Petty and the HeartbreakersÈ un florilegio di emozioni e di chitarre. C'è chi - come Gianni Sibilla - alla fine ne conterà venticinque, di cui dieci-quindici solo nelle mani di Mike Campbell, quattro Rickenbacker diverse, poi Gibson, Gretsch, Fender... Ma Petty non è solo il rocker tradizionalista. È anche il Cappellaio Matto di "Don't Come Around Here No More", con la sua spregiudicata miscela di strumenti (synth, batteria squadrata, chitarre, sitar elettrico a dodici corde) e la clamorosa accelerazione finale, con basso al galoppo e chitarre martoriate a suon di wah-wah. Un baccanale allucinato sotto le luci blu psichedeliche, con Tom che corre lungo il palco sorridendo beffardo. È il delirio e non si sente più neanche il caldo del maledetto Caronte.
La lenta discesa nel nuovo baratro sentimentale di "Free Fallin'" serve a tirare il fiato, ricordando quella brava ragazza americana pazza di Elvis, che amava la mamma, Gesù, l'America e perfino i cavalli, alla quale il Nostro si rammarica di aver spezzato il cuore. Pura magia, come una "Learning To Fly" acustica, quasi solo chitarra-voce, con i puntuali rintocchi del piano di Tench a supporto. O come quella sempiterna "Yer So Bad" che strimpella ancora sulle corde della chitarra il suo incanto melodico, con il pubblico rapito, a cantare in coro il refrain.

Ma la gente ha sete dei suoi inni rock: quello zeppeliniano di "I Should Have Known It" e, soprattutto, quello indimenticabile di "Refugee" (da "Damn The Torpedoes", 1979), che s'innalza ancora impetuoso, con il soffio solenne dell'organo a dar man forte alle chitarre, e quel cantato nasale di Petty che, oggi come oltre trent'anni fa, ci ricorda che "tutti hanno dovuto conquistarsi la propria libertà, per non dover vivere come rifugiati". O per poter correre a perdifiato nelle terre del sogno: "Runnin' Down A Dream", altro immortale riff-killer che suggella il finale, con tanto di saluti appassionati. "È stato bellissimo stare qui, tornerò presto in Italia", promette Petty, ricordando forse con un pizzico di colpa quei venticinque anni di assenza.
Poi, l'immancabile rientro e il bis più atteso: "Mary Jane's Last Dance", ballatona mozzafiato per antonomasia, con le sue chitarre tirate a lucido e l'assolo bruciante d'armonica. C'è posto anche per un nuovo brano, suonato qui per la prima volta: "Two Men Talking", un bluesaccio d'antan, nel solco di "Mojo". Ma non può essere quello il commiato. Perché ci sono ancora i jangle assassini e i coretti a festa di "American Girl", sempre fresca e scintillante, malgrado i suoi trentasei anni.
"God bless you", è il saluto finale. E Dio benedica il rock, se ha ancora il volto e l'anima di Tom Petty & The Heartbreakers.
Setlist
  1. Listen To Her Heart
  2. You Wreck Me
  3. I Won't Back Down
  4. Here Comes My Girl
  5. Handle With Care
  6. Good Enough
  7. Oh Well
  8. Something Big
  9. Don't Come Around Here No More
  10. Free Fallin'
  11. It's Good To Be King
  12. Carol
  13. Learning To Fly
  14. Yer So Bad
  15. I Should Have Known It
  16. Refugee
  17. Runnin' Down A Dream
 
Encore
  1. Mary Jane's Last Dance
  2. Two Men Talking
  3. American Girl
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