27/10/2012

Umberto Maria Giardini

Circolo degli Artisti, Roma


di Giorgio Moltisanti
Umberto Maria Giardini

“Toglimi, come va tolta la carie dai denti”. A sentirlo dal vivo, questo verso da "Quasi Nirvana", primo singolo estratto da "La Dieta dell'Imperatrice" (La Tempesta Dischi, 2012), assume un valore aggiunto più ampio del consiglio dentistico rapportato a un amore non corrisposto. Outsider generazionale, il fu Moltheni (non amerà essere chiamato così, e quindi...) sembra piuttosto dichiarare la propria posizione di sofferta estraneità rispetto alla scena indie-sfiga predominante. Umberto Giardini lo aveva già detto, tra le pagine da leggere di XL de La Repubblica, al collega Mauro Petruzziello: “Sono convinto che Moltheni avesse fatto il suo tempo. Il progetto era scivolato in alcuni meccanismi, tipici della scena indie italiana, che non mi piacevano più”. Quindi l'esigenza più intima era quella di purificarsi levandosi di mezzo; voce “sgradevole” in una scena perfetta ma anche assai falsata.

La differenza a livello umano è tangibile. Lo avevamo visto soffocare da isterici fanatismi e cachet troppo alti che ne avevano intaccato lo spirito; lo avevamo poi scovato boccheggiare nei Pineda alla stratificata ricerca di nuove identità; lo recuperiamo oggi rinato Umberto Maria Giardini. Gli strumentali "L'Imperatrice" e "Il Desiderio Preso per la Coda" rappresentano bene la sua fase interlocutoria, ma il punto focale resta lui, U. Giardini (come era scritto sotto "Nutriente" nel Sanremo al quale partecipò, nel 2000): fortemente idealista e per questo sempre sfiduciato dal nulla migliore. Ripiegato su se stesso nelle aperture di chitarra elettrica, oppure con la faccia rivolta contro il muro. Isolazionista e di poche parole. Ma rispetto al passato, il discorso musicale sembra guadagnare punti sulle storie d'amore finite male. Con una voce ora tremola ora potente, il cantante di rosso vestito sembra tenere conto più della vicinanza tra suono e vocabolo, che tra vocabolo e senso.

Tra riminiscenze psichedeliche e progressive di nuova generazione (più che il post-rock, Steven Wilson docet) e cantautorato della controra come quello di un altro Umberto (Palazzo, "Il Trionfo dei Tuoi Occhi"), sono molte le citazioni volontarie o meno che spiazzano. E' per questo che il quarantaquattrenne marchigiano sembra tornare finalmente a essere divertito oltre che disperato, come non lo si vedeva ormai da anni.
La formazione che lo accompagna, con le tastiere al posto del basso, è perfettamente consapevole di questa sua nuova visione del mondo. Se quindi un tempo ognuno se ne andava un po' per i fatti suoi, badando ben poco alle sfumature, mentre lui era troppo preso a rivivere le proprie paturnie sentimentali per badare alla pulizia degli arrangiamenti, adesso a tratti ci si stupisce della coesione tra le parti e della maturità di Umberto come compositore. Anche quando tira fuori dal cilindro una "In Porpora" che così pulita e toccante difficilmente eravamo riusciti a sentirla. Fatta da lui poi, loser sghembo per eccellenza.

Il pubblico, accorso numeroso, sembra respirare a pieni polmoni, come a voler festeggiare la sua rinascita. Quando si accendono le luci si può notare che uomini e donne arrivati dal lavoro si mischiano numerosi a universitari con la t-shirt dei Sonic Youth. Qualche adolescente grondante sudore puntella la sala, mentre Marco Giallini dondola a tempo completando un quadro che potrebbe essere uno spot sul pubblico che a volte si trova ai concerti. E se l'ideologo pop-rock di Rumore, Maurizio Blatto. per Il Teatro degli Orrori dichiarò: “Quando ci sono ragazze in massa in sala, vuol dire che il successo è arrivato”, e infatti è così, saremmo curiosi di sapere la sua sugli accadimenti appena narrati.

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