10-11-12/08/2012

Xvi Ypsigrock

Castello dei Ventimiglia, Castelbuono (Pa)


di Massimiliano Raffa
XVI Ypsigrock
Esiste in Italia un festival migliore dell'Ypsigrock? Nella sua provocatoria ingenuità un simile interrogativo intende stimolare una riflessione: è possibile che una kermesse organizzata su base volontaria da qualche decina di giovani abitanti di un paese di poche migliaia di anime nel cuore della Sicilia, scarsamente finanziata e con basse aspettative in termini di profitti economici, riesca a costituire un modello di accoglienza, efficienza logistica e qualità? Basterebbe confrontare partner ed enti patrocinanti di questa manifestazione con quelli degli altri festival estivi che pallidi si stagliano sul territorio nazionale per avere una vaga idea di quanto la sola passione possa essere un formidabile veicolo per il raggiungimento di grandi traguardi. Il palco principale del festival, sito in una suggestiva piazza dominata dal Castello dei Ventimiglia - edificato durante il dominio aragonese e forte di uno spiazzante eclettismo stilistico (vi convivono gusto arabo, normanno e svevo) - ha ospitato negli anni artisti come Blonde Redhead, Motorpsycho, Patrick Wolf, Ulan Bator, Bonnie "Prince" Billy, Rother & Moebius, Mouse on Mars, Dinosaur Jr., Gang of Four, These New Puritans, Kula Shaker, Pere Ubu e Mogwai. Il debordante successo (con sold out) della quindicesima edizione, alla quale hanno preso parte - tra gli altri - gli ultimi due artisti dell'anzidetto succosissimo elenco, ha imposto ai ragazzi dell'Associazione Culturale "Glenn Gould" un imperativo categorico: fare della sedicesima un'edizione memorabile.

Of Montreal
È agli uomini di Kevin Barnes che tocca l'onere di aprire il cartellone dei big (prima spazio a due giovani gruppi italiani, Gentless3 e Altre di B, vincitori - assieme ai VeneziA - del contest indetto dall'organizzazione per le formazioni emergenti). Presentati alcuni brani dell'ultimo lavoro, "Paralytic Stalks", la band statunitense indugia sul repertorio di quello che è probabilmente il loro album più amato (anche se probabilmente non il più riuscito), "Hissing Fauna, Are You The Destroyer?". Confermano ampiamente la fama di grandi performer live con una prova in cui lo scintillio glam di un Barnes in versione Steve Harley si fonde con prorompenti sgroppate disco dal sapore vagamente psych-funk. È sul brano di chiusura, la krauteggiante "The Past Is A Grotesque Animal", che il coinvolgimento della piazza - che chiede a gran voce un bis che non arriverà - raggiunge il proprio punto più alto. Divertenti, padroni dei propri mezzi e della propria cifra estetica e strumentalmente impeccabili.

Stephen Malkmus & The Jicks
La delusione per la loro performance era annunciata. Trovarsi al cospetto di quello che è probabilmente il più grande compositore e interprete dell'intera scena indie-rock statunitense degli anni Novanta è sempre una grande emozione, pretendere che la magia dei Pavement si perpetui attraverso le trame sonore dell'esperienza portlandiana di Malkmus è quantomeno arrogante. La band suona bene, il suo leader pare in ottima forma, ma il coinvolgimento del pubblico tarda ad arrivare e nemmeno accenni di "Age Of Consent" dei New Order e "LA Woman" dei Doors sulla coda di "Us" riescono a catalizzare l'attenzione di chi ha già speso tutte le proprie energie durante l'esplosiva esibizione degli Of Montreal.
Chiudono con "Summer Babe". Le prime file apprezzano e cantano a memoria - come a dimostrazione del fatto che l'autorità assoluta di SM sia comunque universalmente riconosciuta - ma il gruppo decide di non concedere bis (previsto). "Non me la sono sentita, sono troppo stanco", bofonchia Malkmus nel backstage. "Penso non abbia senso continuare", gli si legge negli occhi contriti.

Shabazz Palaces
Dopo la buona prova dei torinesi Did, è il turno degli autori di una tra le uscite hip-hop più interessanti degli ultimi anni. Apparentemente gettato nel ribollente paiolo solo perché prodotto dalla Sub Pop, il duo statunitense dimostra subito di essere solo parzialmente estraneo all'estetica del festival. Malgrado i mugugni dei puristi che non vogliono sporcarsi la camicia di flanella, il plumbeo e sferragliante afro-hop di Ishmael Butler e Tendai Maraire risulta stimolante e coinvolgente. Le soluzioni offerte da laptop, sequencer e percussioni paiono infinite e le aspettative create da "Black Up" - oltremodo magnificato presso queste sponde - possono dirsi soddisfatte. Non convince appieno l'atteggiamento dei due nei confronti degli astanti, forse percepiti come troppo distanti dalla proposta musicale.

We Were Promised Jetpacks
Rispondono bene all'incredulità suscitata dal non memorabile "In The Pit Of The Stomach", uscito per Fat Cat nel 2011. I quattro giovani edimburghesi, autori di un a tratti scialbo e a tratti rapsodico post-punk à-la-page, impressionano subito il pubblico con un attacco d'impareggiabile carica epica. Si tratta di "Keeping Warm", cavalcata che apre il loro disco d'esordio. Non si può certo affermare che il resto della scaletta sia all'altezza della maestosa ouverture, ma i ragazzi suonano alla grande e la voce grassa e imponente di Adam Thompson - sostenuta dalla carica chitarristica di Michael Palmer e da quella percussiva di Darren Lackie - conquista il cuore della piazza.

Fuck Buttons
I fan del duo di Bristol (l'uscita del nuovo album è ormai imminente) si tengano molto forti. Tutti gli altri si tengano invece a debita distanza dal prodotto. Sì, perché durante la prova di Power e Hung un paio di centinaia di unità ha abbandonato la piazza stremato dal frastuono. Per quanto una simile reazione possa essere più che comprensibile, va dato il merito ai Fuck Buttons di aver offerto una prova memorabile per quanto estenuante. I volumi sono assai elevati, quasi inaffrontabili, e i due sguainano dal loro set rigorosamente analogico un'ora ininterrotta di antologia dell'ambient-techno più energica e rumorista. Uscire indenni da un simile turbinio di galoppate tribal-kraut, droni assordanti e campionamenti impazziti non è stata impresa facile, ai Fuck Buttons il merito di aver scatenato una simile catastrofe sonora.

Alt-J
"Non abbiamo mai suonato in un posto così bello, sono ancora emozionato", si lascia scappare candidamente Joe Newman, cantante-chitarrista e portavoce della giovane compagine britannica, una volta sceso dal palco. Il castello in stile arabo-normanno, la piazza gremita, il cielo stellato sulle Madonie, le luci stroboscopiche a rincorrersi tra palco e pubblico, un'atmosfera che emozionerebbe anche il più avido di sentimenti. Atmosfera resa ancora più incantata dalle sognanti tessiture musicali sapientemente ordite da questa straordinaria band esordiente. Eseguono tutto il loro "An Awesome Wave" intrappolando l'ascoltatore ora tra le chele folktroniche di "Matilda" e ora nei fascianti arrangiamenti di "Breezeblocks" e "Fitzpleasure". Chiudono con la magia dell'etnichegghiante "Taro". Perfetti nell'esecuzione, si potrebbe chieder loro solamente di lavorare su presenza e impatto scenico, ancora un po' deboli.

Django Django
Onesti vessilliferi chiamati a sfilare prima degli eroi nazionali. Vengono dall'altra metropoli scozzese, Edimburgo, ma non si fanno intimorire dal fatto che subito dopo la loro esibizione sarà la volta dei Primal Scream. Gestiscono bene gli inconvenienti tecnici, familiarizzano col pubblico con la loro immediatezza un po' freakettona, divertono e fanno ballare tra policrome digressioni betabandiane, westernate morriconiane e virate garage di yardbirdsiana memoria. Su "Waveforms" e "Default" il pavé sembra vibrare.

Primal Scream
È il gruppo di punta di questa edizione dell'Ypsigrock, ma lo sarebbe probabilmente di qualsiasi altra manifestazione musicale. Questo perché quando sono Bobby Gillespie, Martin Duffy, Andrew Innes, Darrin Mooney e Debbie Googe (dei My Bloody Valentine, a sostituire Mani, impegnato in tour con gli Stone Roses) a salire sul palco, è il rock'n'roll ad andare in scena. Loro del rock'n'roll sono l'ultima e più convincente incarnazione, la band che più di ogni altra è stata capace di reinventarne e ammodernare i codici specifici, tenerne in vita le pose senza mai scadere nel nostalgico e senza mai ammalarsi di febbri reazionarie. Nati come tra i migliori interpreti del verbo C-86, divenuti maestri indiscussi dell'acid-house e della scena baggy tutta, di passaggio presso lande blues-rock a metà anni 90 e poi ancora alfieri della "chemical generation" con i capolavori psych-rave dei primi anni Zero. Si presentano sul palco imbellettati a dovere e riscaldano subito la piazza con un inedito ("2012"). Proseguono con una devastante "Swastika Eyes" e con una "Movin' Up Now" - preceduta da un'avventurosa dedica a Pier Paolo Pasolini - da brividi: sono in circa duemilacinquecento a intonare "My Life Shines On". Bobby G pare in forma smagliante: canta, urla, balla, emoziona e si emoziona (inciampando sul palco), leggiadro nel suo completo scuro e nelle sue pose degne del miglior Jagger.
Eseguono principalmente brani da "Screamadelica" (niente "Higher Than The Sun". In compenso delle "Come Together", "Slip Inside Your House" e "Damaged" da coccolone) e "Xtrmntr" ("Accelerator", "Shoot Speed, Kill Light") garantendo un live senza cali di tensione, persino nell'immancabile - nel repertorio delle vere rockstar - "momento ballad".  È il ritmo selvaggio e trascinante di "Loaded" a sublimare l'acme dell'esaltazione, quando le transenne non vogliono saperne di stare ferme e finanche gli addetti alla sicurezza faticano a trattenere la pulsione coreutica. "Volete una canzone rock?", chiede Gillespie al pubblico in visibilio che risponde tre volte "sì". Il gran finale con "Rocks" è servito. I Primal Scream abbandonano così il palco, ma non la Sicilia: barattano, infatti, parte del cachet con l'affitto di una fastosa villa nel palermitano, dove soggiornano con le rispettive famiglie per una settimana, quasi a voler ricordare l'estate di eccessi trascorsa dagli Stones a Villa Nellcôte nel 1971.

La magia dell'Ypsigrock, per quanto possa sembrare curioso, non si esaurisce affatto qui. Quando i cancelli della piazza si chiudono, sono quelli dell'area camping ad aprirsi. Qui hanno luogo showcase (Boxeur The Coeur, Everybody Tesla) e dj-set (l'amatissimo Shirt vs. T-shirt) che si protraggono fino al mattino inoltrato. Dj-set interminabili quasi quanto le code al bar dell'area attrezzata, dove con pochi spiccioli non ci si aggiudica la paccottiglia che ci si aspetterebbe dal baracchino di un festival, bensì parmigiana, caponata, salsiccia nostrale e altre leccornie del luogo. È proprio il luogo a essere uno dei punti di forza del festival: trascorrere tre giorni a Castelbuono, l'antica Ypsigro - grazioso borgo medievale sulle Madonie a pochi chilometri da alcune tra le località balneari più belle d'Italia (Cefalù, Sant'Ambrogio, Finale di Pollina, Castel di Tusa, letteralmente saccheggiate dai campeggiatori del festival) - significa trascorrere tre giorni lontani dal clima canicolare che ammorba il resto del paese nella prima metà di agosto, a basso prezzo, in un ambiente ameno, con la possibilità di assistere a concerti di alto livello. È per questi e mille altri motivi che, tra gli olezzi balsamici di pistacchi e peonie, sulla strada di ritorno, costeggiata da fichi d'India e peri mandorlini, sorge spontanea una domanda: esiste in Italia un festival migliore dell'Ypsigrock?
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