24/01/2013

Ardecore

Carcere di Rebibbia

Roma


di Giorgio Moltisanti


Ardecore Rebibbia non è San Quintino e gli Ardecore non sono Johnny Cash. Lo mettiamo subito in chiaro, per quanti tra di voi staranno già facendo improbabili paragoni. Lo diciamo perché è facile immaginare un concerto all'interno di un carcere, ma assistervi è tutt'altra cosa. Il primo dettaglio che si nota, eliminando le ovvie barriere architettoniche fatte di grate, sbarre e cancelli invalicabili, è l'assoluta mancanza di regole all'interno della Casa Circondariale di Roma. Non fraintendete, il rigore è marziale, ma qui stiamo parlando di tutte quelle regole non scritte che caratterizzano un'esibizione dal vivo comunemente intesa.

Come sempre è più facile farsi capire con degli esempi: quanti concerti avete visto con un pubblico letargico, del tutto incapace di battere a tempo le mani nonostante le ripetute richieste da parte del gruppo sul palco? Quanta flemma sensibilmente snob avete visto motivare gli astanti per tiepidi applausi davanti a qualsivoglia gruppo-spalla? Ecco, dimenticate tutto, o voi che entrate. Bastano le prime note acustiche degli opener The Clokers, misconosciuto combo blues, per l'occasione in formazione ridotta, per accendere gli animi dei presenti. Anzi, raccontiamola bene: sono soprattutto i detenuti a dare una grande lezione ai cinquanta esterni, entrati per seguire soprattutto "l'evento". Mentre infatti questi ultimi rimangono in buona sostanza fossilizzati nei loro hipsterismi da accaniti bevitori di Amaro Strega, sono i carcerati a fare la differenza: posti sul fondo del Teatro, sembrano essere scevri di tutte quelle sovrastrutture loffie che la vita da uomini liberi ci impone ferrea. L'aplomb, il savoir-faire, l'apparire e un'altra mezza dozzina di stronzate che non vi sarà difficile aggiungere. E' invece una bellezza sentirli battere le mani al primo input, urlare e persino ironizzare con le due formazioni, privando così i musicisti di quell'idea di reverenza con la quale generalmente sono soliti (e gli è concesso) giocare.

E' molto presto - sono da poco passate le cinque del pomeriggio - quando gli Ardecore prendono possesso dello scalcinato palco a loro disposizione, circondati da un centinaio di persone incuriosite e ben disposte, compreso un detenuto alla mia sinistra che mi chiede di indicargli chi di loro suona la batteria. La formazione è rustica a quattro, (non) mancano gli svolazzi di Sarah Dietrich, e Giampaolo Felici ritorna a imbracciare una sei corde acustica dopo le ultime (e alquanto caciarone) prove elettriche. Le luci di sala pian piano si affievoliscono fino a lasciare accese solo quelle di scena. "Ci hanno messo al buio, non vi vediamo più. Lo chiedo perché, in altre occasioni, è una buona scusa per allontanarsi…". Dal fondo della sala qualcuno risponde: "Magari me ne potevo anna'!" e poi precisa: "Mica pe' te eh!". E' questo l'unico exploit leggero di tutto un live. Una cosa parecchio strana invero, e chiunque abbia visto almeno una volta la banda romana in azione potrà confermarvi quanta ironia ci sia tra un pezzo e l'altro nelle esternazioni del deus ex machina Giampaolo Felici. Il motivo crediamo che sia posizionato in equilibrio precario tra l'incombente mancanza di tempo a disposizione e la situazione in sé per sé. Ma ovviamente non c'è dato confermare. Piuttosto, noi avremmo messo gli "interni" davanti e i forestieri dietro. Queste decisioni, però, non spettano a noi.

Di certo resta che non è la prima occasione per gli Ardecore di entrare all'interno di una prigione. Da musicisti, si capisce. Oltre ad avere suonato a un passo da Regina Coeli anni or sono, Felici è già stato nel 2005 all'interno delle stesse mura carcerarie di Rebibbia - nel corso di una serata che all'epoca aveva compreso anche del cabaret. Fra il pubblico composto da soli reclusi, ricorda ora chi c'era, ci furono non pochi problemi a mandare giù comici chiassosi e serenate amare in un sol boccone. Questa volta però è diverso, questa volta si fa sul serio. Problemi tecnici a parte, c'è una sorta di affratellamento tra la musica degli Ardecore e il mondo delle carceri. Senza bisogno di vestirsi di nero e senza bisogno di sciorinare luoghi comuni sulla ben nota situazione penitenziaria in Italia, senza bisogno di assumere anfetamine da perfetti artisti incompresi e senza scomodi sgabelli sul quale appollaiarsi, senza la Dandini e senza Mannarino, il concerto, dalla prima nota di "Son stato carcerato" alla conclusiva "Lupo de fiume", passando per una dinamitarda "Per quella lei ci muore", assume i connotati di un'esperienza fuori dal comune.

Il risultato si potrebbe dire epocale, se si esula da tutti i cliché di una normale rappresentazione performativa: non ci sono bis, nessuno canta i brani, probabilmente in molti neanche li conoscono tutti, ma l'attenzione prestata al verbo degli Ardecore è quasi maniacale. Sgranato come un rosario, parola per parola, per coglierne un senso diverso rispetto alla solita cantata trasteverina. Non necessariamente più aulico, ma sicuramente meno folkloristico. Ecco, forse qui risiede l'unica sensazione accumunabile con l'esperienza vissuta da Johnny Cash nelle carceri di San Quintino nel '69. June Carter infatti dichiarò: "Non so se esplosione è l'espressione giusta, ma in quegli uomini - i carcerati, i secondini, persino il direttore - una qualche forma di energia interiore si trasformò in rabbia, amore, riso...". Quindi non un concerto qualsiasi. E non solo musica. Se si trattasse di quello, potremmo lamentarne soprattutto la bassissima fedeltà dell'impianto. E' invece qualcosa di più. Un reportage ai confini dell'attitudine eversiva. Organizzato da Traffic Live insieme a Live Aid, con il supporto del Comune di Roma, sarà un evento sicuramente da ripetere più e più volte, cercando possibilmente di assottigliare sempre di più quell'inevitabile barriera tra esterni e detenuti che caratterizza questo genere di progetti.