09/12/2013

Califone

BlahBlah, Torino


di Stefano Ferreri
Califone

E’ un giorno che i torinesi ricorderanno a lungo, questo 9 dicembre 2013.

Giorno di forconi impazziti. Di blocchi stradali selvaggi, saluti romani anziché sabaudi, poliziotti troppo mansueti e proteste “di pancia”, imposte con la forza dell’intimidazione più che della ragione. Ore di brutti pensieri e cattivi maestri, in cui distrarsi diventa una necessità pure difficile da abbracciare a cuor leggero. Noi ci proviamo lo stesso perché nel nostro personale calendario la casellina numerica odierna è cerchiata in rosso da qualche mese, accanto il nome Califone, che non scrivevamo a caratteri cubitali da ormai troppo tempo. Tiriamo tardi al lavoro, poi scegliamo un itinerario tortuoso che ci porti in centro schivando picchetti e code come nel più impegnativo degli slalom giganti. Impresa ardua ma ancora nulla rispetto alla rogna di trovare dalle parti di via Po una pizzeria che abbia osato tenere alzate le proprie serrande. Devono averlo riscontrato anche loro, i musicisti americani, che quando arriviamo al BlahBlah stazionano nel salone dell’imminente concerto, chiusi dentro, dove si sono fatti servire una cena frugale e qualche calice di vino.

califone270x220_iiUna delle canzoni del loro nuovo album riprende un assunto della biologia per trarne una massima di portata filosofica: “Every seven years / We become another”. Ecco. Non saranno proprio sette (sei abbondanti sì) gli anni che ci separano dall’ultima volta che li abbiamo incontrati, qui in città, eppure la creatura Califone si è quasi completamente trasformata in qualcos’altro. Il che è vero e falso, al tempo stesso. Nessuna traccia di Jim Becker, di Joe Adamik o Ben Massarella, quando si aprono le porte e li scorgiamo. Al loro posto un paio di turnisti comunque placcati d’oro, Wil Hendricks (già frontman dei Lofty Pillars, prima band di un certo Glenn Kotche) e Joe Westerlund dei Megafaun (già nei DeYarmond Edison, prima band di un certo Justin Vernon). Quel che più conta, tuttavia, è che sia comodamente al suo posto Temistocles Hugo “Tim” Rutili, cuore, mente e anima del gruppo di Chicago, depositario unico del suo verbo sempre così sfuggente e sempre penetrante, come un aroma del passato che torna a sorprenderti di tanto in tanto. Fa un certo effetto pensare che questo tizio tranquillo con due bei fondi di bottiglia davanti agli occhi, vestito come un qualunque disgraziato alla mensa Caritas e con l’aria triste di chi sia stanco un po’ di tutto, è proprio la stessa persona che guidò l’avanguardia American gothic degli inarrivabili, psicotici Red Red Meat, e che ebbe una travagliata relazione con quella Glynis Johnson poi caduta prematuramente, cui gli amici Smashing Pumpkins dedicarono una canzone ormai lontanissima. Da allora sono però trascorsi la bellezza di ventuno anni per cui, stando all’aritmetica, Tim dovrebbe aver avuto modo di trascolorare in tutt’altro individuo non meno di tre volte. Seduti sul pavimento del salone come tutti gli altri spettatori già entrati, proviamo allora a cercargli addosso i segni di una metamorfosi che, a essere onesti, non sembra andare al di là di un banalissimo (e peraltro dignitoso) invecchiamento: qualche capello bianco, un fisico appena un po’ infiacchito, la barbaccia di una settimana e stop. Lo scrutiamo discreti mentre è intento a concionare con qualche avventore, e si dice entusiasta all’idea di prendere quel volo di ritorno per Los Angeles, l’indomani (beato lui, a noi spetterà una stretta delle serrate e qualche ora nel traffico).

califone270x220_iRimasto solo, Tim spende poi la sua mezzoretta di attesa disegnando sul un blocchetto di fogli A4, altra passione di vecchia data. Quando alla fine ricompaiono Westerlund e il monumentale Hendricks, quest’ultimo zoppicante e con bastone, il locale è pieno di gente stravaccata culo a terra. I tre si spostano a fatica sul piccolo palco, stipato all’inverosimile di strumenti e pedaliere, si concedono un ultima verifica e sono pronti per il via. Compare alle loro spalle un (simpatico) messaggio dei gestori, che invita il pubblico ad alzarsi per dare modo a tutti di prendere posto. Obbediamo senza fare storie ed è allora impagabile l’espressione stranita con cui Tim accompagna la reazione di noi tutti. L’implicito braccio di ferro lo vince comunque lui, esaudito nella richiesta di tornare a sedersi. Getta gli occhiali ai suoi piedi, si infila il bottleneck al mignolo quasi fosse una seconda fede e attacca a suonare una delle due Epiphone scalcagnate. E’ una versione particolarmente alticcia della remota “Don’t Let Me Die Nervous” ad aprire le danze. Country-blues destrutturato in un disordine di frattaglie sonore, non solo le sue pennate alla chitarra ma anche spifferi in costante ricircolo, borborigmi sintetici e occasionali brontolii ritmici, pure trasparenti nella loro rigorosa incoerenza. A tenere tutto assieme con fondatezza prossima al miracoloso, le “suture” che hanno prestato il titolo all’album del ritorno, “Stitches”: la voce di Rutili in primo luogo, affilata ma dolce, limpida come nemmeno su disco; quindi quell’umore generale di trasandata beatitudine, di deserto fiorito, di polpa, di scaglie e di nervi, comunque non scoperti. Entrati nel giusto clima, con gli spettatori attenti (e in religioso silenzio) come di rado ci è capitato di incrociarne, è la volta del primo colpo a effetto, la splendida “Funeral Singers”, accolta da un’ovazione e cantata in piedi da Tim quasi senza accompagnamenti dai compagni.

califone270x220_iiiA seguire, una prima infornata di pezzi dal lavoro più recente, i migliori del lotto peraltro: sugli scudi la meravigliosa “Movie Music Kills a Kiss”, con l’intatta e toccante fragilità che le conosciamo, ma anche un’emozionante “Moses”, lanciata dall’introduzione nonsense del cantante (“parla di quel tipo che abita nella Bibbia”) e interrotta sul più bello dall’ammutinamento di una delle corde, quindi ripresa dal punto esatto e conclusa tra gli applausi. Rutili si comporta in modo amabile. Intrattiene senza essere ciarliero, ironizza a tutto campo ma stando ben attento a dissimulare, a non prendersi mai troppo sul serio. Dice che siamo bella gente, grande, huge, giant, ma il tono non è certo quello dell’adulatore da quattro soldi. Aggiunge che le sue canzoni raccontano di persone ben diverse, di small people, figure tristi, problematiche, qualche volta meschine. Poi lascia parlare le sue elettroacustiche, o la Danelectro, cruda e di sostanza, o la tastiera ultra-riverberata, sbilenca, deragliante, suonata con sempre maggior brutalità fino ad aggrapparcisi. Un terzetto di validi recuperi ci riporta con la mente al passato, all’esordio “Roomsound” (con la parentesi falsamente tradizionalista di “Fisherman’s Wife”) ancora una volta, e al gioiello “Roots & Crowns” (con la sola “The Orchids”, purtroppo). Poi si torna a dare lustro alle canzoni nuove, riuscitissime anch’esse, dalla più elegante e lennoniana “Magdalene” alle deflagrazioni quasi post-rock che esacerbano in un fantastico avvitamento elettrico “A Thin Skin Of Bullfight Dust”, di gran lunga il pezzo più rumoroso di un’esibizione sì densa di inquietudini sonore, ma mai inutilmente a briglia sciolta. Mentre Tim si affanna senza pace a pizzicare nylon, cercare pulsanti e pigiare pedali, i colleghi sono il ritratto dei performer zen.

califone270x220_ivWesterlund è uno straordinario economo, non spreca un battito neanche per sbaglio e passa più tempo a baloccarsi con i surrogati sintetici, a graffiare i cimbali o scuotere sonagli e arcaiche cianfrusaglie che a suonare in maniera canonica la batteria. Hendricks si muove invece come la sontuosa controfigura del frontman: regala cori mimetici, adopera il grassetto del basso per filettare le linee melodiche, oppure disegna con il synth e altri strani marchingegni delle tempeste tascabili, fate morgane elettroniche che si accendono a intermittenza ma non lasciano appigli sicuri all’ascoltatore. Ricama con la sua chitarra e in un paio di occasioni non esita a trastullarsi con un e-bow, simulando gli archi e, con essi, una tradizione che non c’è più e forse non c’è mai stata. Ne è una prova quella superba one more song che ci viene regalata in chiusura, “Michigan Girls”, unica ripresa da “Quicksand/Cradlesnake” e ultimo miraggio della serata, così esposta alle effrazioni effettistiche dei due musicisti accompagnatori. Al centro resta Tim, impassibile e sicuro. E divertentissimo, anche: “E' un brano che parla degli organi sessuali” della small people. Sguardo perplesso, punto interrogativo kingsize sulla sua testa e poi puntuale la precisazione, smascherata in coda da un sorriso furbetto: “Non di bambini! Non di bambini! Categoricamente, non di bambini! Di piccola gente che lavora nei circhi e vive una vita triste. O forse no. Felice. Normale, diciamo. Con la Tv accesa, come la vostra”.

Già, la televisione che canta e suona per noi tutti, solo per noi. E prova a dirci cosa pensare e cosa sfogare, eventualmente, quando scendiamo nell’arena. Grazie ai Califone tutto questo lo abbiamo dimenticato ancora una volta, anche soltanto per un’ora e mezza.


E alla fine è proprio vero: la grande musica ti distrae, mentre ti salva la vita.

Setlist
  1. Don’t Let Me Die Nervous
  2. Funeral Singers
  3. Movie Music Kills a Kiss
  4. Moses
  5. Stitches
  6. Bells Break Arms
  7. Electric Fence
  8. Fisherman’s Wife
  9. The Orchids
  10. Frosted Tips
  11. Magdalene
  12. A Thin Skin of Bullfight Dust
  13. Moonbath Brainsalt a Holy Fool
  14. Michigan Girls
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