11/09/2013

Capital Cities

Magazzini Generali, Milano


di Marco Bercella
Capital Cities

Ci sono un californiano di San Francisco, un rifugiato libano-siriano (!), un ispanico e un mezzo filippino  che si incontrano a Los Angeles. Non è l’incipit di una barzelletta, bensì l’origine dei quattro soggetti apparsi sul palco dei Magazzini Generali in una tiepida serata settembrina, e l’abbiamo messa lì giusto per rimarcarne la singolarità, se è vero che il loro genere di riferimento non è il rock della West Coast, men che meno il maqam, ma una synth-dance che più ludica non si può.
Vestiti di un casual attillato, ma tutti dotati di giubbotto bomber nero con la scritta Capital Cities sulla schiena, i quattro losagelini d’adozione hanno fatto davvero di tutto per rallegrare la serata, aiutati da un pubblico vivace quanto – purtroppo - assai sparuto. Nessuna novelletta comica, beninteso, ma tante gag e diletti in musica, che hanno felicemente mantenuto le promesse contenute nel debut album.

La line up è sostenuta dai due vocalist e leader, il tastierista Sebu Simonian, armeno nato in Siria e vissuto in Libano (c’è altro?) - una sorta di sosia di Giobbe Covatta – e Ryan Merchant che imbraccia, probabilmente per finta, una chitarra: qui, quanto a somiglianze, siamo dalle parti di Mirko Vucinic, ma in versione belloccia. A completare la compagnia, e a costituire l’anima che ne riscalda le istanze live, abbiamo il bassista Manny Quintero, ma soprattutto il trombettista Spencer Ludwig che, dal vivo, si ritaglia spazi assai più corposi rispetto alla dimensione in studio.  
I Capital Cities non lesinano sorprese già dall’inizio, visto che il loro biglietto da visita è,  per l’occasione,  “Breathe”. Come dite? Il celebre brano Swatch di Migde Ure? Niente affatto, qui si punta al ben più classico orologio pinkfloydiano prelevato dalla gioielleria di “The Dark Side Of The Moon”, e indossato per l’occasione assieme a un abito da sera electro-funky che ammicca agli Steely Dan. C’è cover e cover, e questa strappa sorrisi e applausi a profusione.

Il limite dato dall’assenza di un batterista in carne e ossa, e della conseguente presenza di ben due laptop, è ben compendiata da una discreta verve improvvisativa che fa girare come si deve i due brani seguenti, questa volta tratti da “In A Tidal Wave of Mystery”: anche se calligrafici rispetto alla versione dell’album, sia  “Chartreuse” che “Kanagaroo Court” svolgono degnamente la loro funzione di scalda-pubblico.
“Farah Fawcett Hair” ammicca invece al Robert Palmer caraibico, specie nel fuori programma raggae in coda, mentre “Patience Gets Us Nowhere” ci racconta di cosa sarebbe accaduto ai New Musik se gli avessero messo in bocca una tromba: da qui in avanti, Spencer si prende ancora più spazio e lo spettacolo ne guadagna.

Sebu introduce poi il “Capital Cities shuffle”, ossia il ballo della casa, e per farlo istruisce adeguatamente gli astanti: “Passetto a destra, battito di mani, passetto a sinistra, doppio battito di mani e, se volete, una giravolta”. Beh,  sulle note di  una “Center Stage”, in trasposizione giocoforza bonsai degli Earth Wind And Fire e sotto l’egida degli istruttori Sebu e Ryan, funziona tutto a meraviglia,  con la platea che si trasforma in un’allegra combriccola alle prese con il classico ballo di gruppo.
Dopo l’intermezzo dance anni 90 di “Origami”, ecco un’altra trovata dei burloni, che presentano testualmente il “back to seventy-eight” (seventy seven, a voler sindacare)  di “Stayin' Alive” dei Bee Gees, ovviamente sviluppata senza gli inarrivabili falsetti dei fratelli Gibb, ma con l’irresistibile ironia data, fra l’altro, dalle mossette sincronizzate dei due cantanti, quelle per intenderci che furono di John Travolta.

Dopo un paragone assai ruffiano fra Los Angeles e Milano come due grandi capitali della moda buttato lì da Ryan, (vacci piano, Ryan: Los Angeles, almeno su questo, può pure accodarsi), parte  “Love Away” che,  così plasmata, assume le fattezze di “Sunshine Reggae”: per i meno attempati, stiamo parlando di una celebre hit dei danesi Laid Back, datata 1982.
E’ poi la volta dell’accoppiata clou della serata: “I Sold My Bed But Not My Stereo” (“listen to my Pink Floyd cover/ take a seat like a backbeat lover”) che, se siamo riusciti a rendere l’idea del gruppo che abbiamo di fronte, diventa inopinatamente il loro titolo manifesto, e a seguire la super-hit estiva “Safe And Sound”, accolta con il fragore dei molti che, con ogni evidenza, mostravano di essersela ballata più volte e in tanti altri lidi.

E’ volata via solo un’ora, ma la sensazione che questo sia (quasi) tutto è confermata dai saluti che anticipano la terza cover del lotto, la madonniana “Holiday” che la tromba solerte di Spencer Ludwig (bravissimo, davvero) si incarica di veicolare sugli improbabili territori che furono dei Pigbag: anche qui, c’è quel sottile tocco di originalità che la distingue dal mero karaoke. Sembra davvero finita, perché i nostri amici depositano gli strumenti e si prodigano in inchini, e  però partono le luci strobo mentre in sincrono le casse sparano fuori una versione ultra-techno-trance di “Safe And Sound”.
E che fanno Sebu e Ryan? Ovviamente si gettano in pista assieme al pubblico, per fomentare l’happening danzante, condito da girotondi e dalle immancabili foto per smartphone da pubblicare in tempo reale su facebook. Se amate lo svago colorato e l’ironia intelligente, fate in modo di non perderveli: “like Michael Jackson Thriller, like Farah Fawcett hair, it’s good shit”.

Setlist

Breathe  (Pink Floyd cover)
Chartreuse
Kanagaroo Court
Farah Fawcett Hair
Patience Gets Us Nowhere
Center Stage
Origami
Stayin' Alive (Bee Gees cover)
Love Away
I Sold My Bed But Not My Stereo
Safe And Sound
Holiday  (Madonna cover)
Safe And Sound (cash cash remix)

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Recensioni

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