08/07/2013

Cat Power

Auditorium, Roma


di Claudio Fabretti
Cat Power
Luglio suona male, parola di Cat Power. Meglio prenderla a ridere, ribaltando il titolo della kermesse romana, dopo una serata come quella dell'8 luglio all'Auditorium, in cui è successo veramente di tutto. Fatto sta che le bizze dell'ineffabile Chan sulla cattiva qualità del suono ("it breaks my heart!") sono state le vere protagoniste di un concerto attesissimo, che aveva richiamato alla Cavea un pubblico tutto sommato consistente per un evento “indie”, malgrado qualche inevitabile vuoto sugli spalti. Ma andiamo per ordine.

Inconveniente numero uno: non si può entrare. L'acquazzone del pomeriggio ha fatto slittare il soundcheck. C'è tempo per andare a visitare la bella mostra di Carlo Massarini. Poi, in coda per almeno un'ora, si inganna l'attesa in chiacchiere. “Perché tutta questa fila?” mi chiede una (splendida) fanciulla di fronte a me. “Ha piovuto”, rispondo. “Ha bevuto?!”, strabuzza gli occhi lei. “Temo di sì, ma speriamo non prima del concerto”, chiudo con una battutaccia, chiarendo poi il divertente equivoco. “Dice che ora ha smesso, però”, ride lei. Ma purtroppo l'impressione, sul palco, non sarà esattamente questa.

Altro inconveniente: i seggiolini bagnati. E vabbe', pazienza, il posto è buono e accanto a me – per un gradito scherzo del destino – si materializza Ariel Bertoldo, valente collaboratore di OndaRock, qui in veste di cronista dell'Unità. E poi c'è la barba di Scott Matthew che promette bene. Il menestrello australiano sale sul palco in clamoroso ritardo, alle 22, ma non fa sconti a un set “chitarra-voce” che mette in mostra tutto il suo talento: una sequenza di cover tratte dal suo ultimo album, “Unlearned”: da “To Love Somebody” a “I Wanna Dance With Somebody” fino alla sorprendente rilettura di “No Surprises” dei Radiohead. In più, uno dei suoi cavalli di battaglia, la soffusa “In The End”. Applausi, ma anche attesa: forza Chan, vieni fuori!

E finalmente, quando manca poco alle 23, ci siamo. Sbucano prima i quattro musicisti che l’accompagnano, poi, tra le tenebre, si intravede la chioma cortissima e platinata della diva. Fa un po' male vederla conciata così, a mascherare la sua bellezza con quel look grottesco, stretta nel suo giubottone di pelle con logo d’ordinanza, ma tant'è. Piuttosto, a preoccupare è quell'andatura caracollante, con una gamba trascinata lungo il palco come se si fosse appena stirata il quadricipite. Tutta scena? Forse sì, perché per fortuna i suoi movimenti sono naturali, così come la sua voce, sempre flebile e roca, eppure di una profondità intensissima. Una voce da brividi che spara dritto al cuore la sua prima freccia: “The Greatest”, e pazienza se da sontuosa ballata pianistica viene stravolta (e rovinata) in una nuova versione rock. Le vibrazioni giuste ci sono, il feeling con il pubblico pure. Chan sorride, saluta Roma e pronuncia le solite parole in italiano maccheronico. “I love you” è la risposta più gettonata dagli spalti.

Al di là di un'umidità da foresta pluviale, c'è un clima strano, sospeso tra pathos e precarietà. Avvinghiata a due microfoni, Cat Power passeggia instancabilmente sul palco, per la disperazione dei tecnici che devono districarle i cavi in continuazione. I pezzi scorrono con forza, anche quelli non trascendentali dell'ultimo “Sun”, come l'incalzante “Cherokee”, quasi una confessione del suo mal di vivere (“I never knew pain, I never knew shame and now I know why”) o il mantra strampalato di "Nothin But Time" (per il quale sua maestà Iggy Pop si è prestato a fare da backing vocals) con alle spalle le immagini di due ragazze che sfrecciano in moto ad Albuquerque. Ma non mancano tuffi nel passato, come l'amara serenata à-la Nyro di “King Rides By” (ripescata dal debutto “What Would The Community Think?” del 1996) o l’inquietante cover della “Angelitos Negros” di Roberta Flack, già bonus track di “Jukebox” (2008).
Chan svela tutta la sua fragilità, sfida i suoi fantasmi, non si sottrae all'emozione, ma lascia trapelare tutta la sua inquietudine: è insoddisfatta, guarda nervosamente i fonici, agita il pollice in basso, discute con la band. Poi, esausta, sbotta: “Questo suono mi spezza il cuore, non posso cantare”. E ancora: “Sono qui per cucinarvi un pranzo non per darvi del riso in bianco”. Quindi, fugge, disperata, in camerino, con la band attonita che resta sul palco improvvisando qualcosa. Si narrerà anche di uno sfogo al cospetto di un'imbarazzata quasi-collega Violante Placido: "Il suono non esce potente come dovrebbe".

Lo sgomento si diffonde sui volti degli spettatori, tra i quali si scorgono anche un Nanni Moretti con sguardo interrogativo e una sempre bellissima Valeria Golino.
C'è chi si indigna, chi se l'aspettava, chi solidarizza con la sventurata Cat, ma nessuno saprà mai se questo stramaledetto ritorno in cuffia fosse davvero così lancinante. Fatto sta che torna. Se possibile, ancora più estraniata e sconvolta di prima. Però canta, in qualche modo. Stavolta, quel senso di precarietà si trasforma nella certezza di una performance abborracciata, fatta di tanta improvvisazione e poca professionalità: è andata così, l'ennesima serata storta della gatta randagia di Atlanta, già lasciata dall’ennesimo compagno (l’attore Giovanni Ribisi) e reduce da svariati problemi di salute, incluso un intervento per un angioedema.
Gli spettatori rimasti, però, le si stringono attorno, in piedi davanti al palco. E fa tenerezza, Chan, quando si mette a lanciare magliette e fiori al pubblico sulle note di “Ruin”. Sembra quasi scusarsi, farfuglia parole confuse, gesticola. La cosa buffa è che i veri problemi tecnici iniziano proprio ora: chitarre che fischiano, c'è chi armeggia sul palco, quasi sempre invano. Nessuno pensa più alla scaletta, che si conclude, rocambolescamente, con quell'infinito brano che trascina a oltranza fino alle 00.30, “per ripicca nei confronti di chi – la direzione dell’Auditorium, su questo aspetto da sempre rigidissimo – voleva imporle la chiusura entro mezzanotte”, secondo un malizioso Federico Guglielmi. L'auspicio nostro, invece, è che Chan Marshall completi in fretta quel percorso di guarigione da tutti i suoi guai che a Roma, ahimè, è sembrato ancora molto lontano dal traguardo. Good luck, Cat.
Setlist
The Greatest
Cherokee
Silent Machine
Manhattan
Human Being
King Rides By
Bully
Angelitos Negros (Roberta Flack cover)
Always On My Own
3, 6, 9
Nothin' But Time
Shivers (The Boys Next Door cover)
Peace & Love
Ruin
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