29/05/2013

Daniel Johnston

Angelo Mai, Roma


di Giorgio Moltisanti
Daniel Johnston

"Con l'avvento dei Beatles e del rock sono cambiati i numeri che poteva o doveva fare un disco e, di conseguenza, anche l'idea dei profitti che un album doveva generare. Da un giorno all'altro vendere cinquemila pezzi di un Lp significava di fatto aver fallito l'obiettivo". A parlare è il docente di musica, storico nonché produttore Ashley Kahn, nella primavera di qualche anno fa. In queste poche righe vive la summa di quello che vi apprestate a leggere. Che a Daniel Johnston siano sempre piaciuti i Beatles è cosa arcinota. Ossessionato dai fantastici quattro, ne è stato per lungo tempo un accanito collezionista; in più di un'occasione non ha esitato a ricordare di quando, adolescente, avrebbe voluto essere uno di loro. Ora, il mondo è pieno di gente che vorrebbe essere Mick Jagger, Elvis o Tony Manero. L'escapismo emulativo, per scelta o necessità che sia, non è certo il male peggiore della società moderna. Tutto sta a osservare (e possibilmente capire) come si evolve la faccenda. Charles Manson voleva essere uno dei quattro di Liverpool, e ha finito per ideare una carneficina. Liam Gallagher voleva essere ricordato come John Lennon, e ha rifondato il britpop a più di vent'anni dalla sua morte. Anche Daniel Johnston voleva essere uno dei Beatles, ma è proprio nel suo fallimento formale che il mondo della musica ne ha guadagnato un Daniel Johnston. Un cinquantaduenne con i suoi disturbi mentali (da Wikipedia: "Has been diagnosed with bipolar disorder and schizophrenia. Both conditions have been recurring problems throughout his life") in un contesto in cui molti giocano a fare i "matti".

Ma il mondo della musica odia i difformi e i deformi di ogni epoca. Tiny Tim, Legendary Sturdust Cowboy o Wildman Fisher che siano. Tende ad appiattirli. E quando non ci riesce, a ridicolizzarli. Perché, come insegna il collega Giona A. Nazzaro, c'è divulgazione, quella paternalista e populista - dunque inaccettabile - e divulgazione, il lavoro che rimette a disposizione dei curiosi informazioni e pezzi di tempo dimenticati nella soffitta dalla storia ufficiale. Delle due, stasera abbiamo assistito all'apoteosi della prima. Dell'artista Daniel Johnston si fatica a distinguere i tratti che non siano somatici, coperto com'è dal tentativo di conformarlo all'idea hipster-pop che si cerca di cucirgli addosso. Dietro di lui c'è una band di tutto rispetto (inclusi due quarti dei Calibro 35 e il solito Afterhours in libera uscita) ma che poco o nulla c'entra con il nocciolo della produzione johnstoniana. Gli orchestrali se ne escono con giri di basso dal vago sapore Chili Peppers, aperture iper-rifinite degne della Pfm, sviolinate da festival della musica celtica a Pontida, e alla fine sembra di assistere al Pavarotti And Friends con Daniel Johnston nella parte del porello che nun je la fà e c'ha bisogno d'aiuto. Pessimo affare.

I presenti sembrano gradire, soprattutto le tre cover dei Beatles ("Get Back", "The Fool On The Hill", "I Am The Walrus"). Daniel invece fa finire quei brani quasi sempre bruscamente, quando il gruppo sembra ancora non aver capito che è la sostanza a interessagli, non la forma. Durante le altre canzoni, invece, si creano spesso spazi vuoti tra il pubblico. Guardandoci allora intorno, nelle chiome finto-bionde e rasate, nei baffi a manubrio e nelle mise dispendiose e stravaganti, intuiamo che se avesse eseguito per intero "Yip/Jump Music" (del quale quest'anno si festeggia il trentennale) per come realmente suona "Yip/Jump Music" (invece di concedersi solo “The Beatles” e “Casper The Friendly Ghost” rivedute e corrotte), molti sarebbero rimasti a casa. Perché è bello lagnarsi del basso livellamento dell'attuale panorama musicale ma, a conti fatti, quando si presenta l'occasione di vivere situazioni realmente inedite, se ne perde il senso. Sminuendole e insabbiandole. Così la sala è gremita di upper che fanno gli hipster, nonostante a pochi chilometri ci siano i più pertinenti My Bloody Valentine all'Orion e Dirty Beaches al Circolo degli Artisti; tutti assieme appassionatamente per assistere all'omologazione dell'inomologabile, all'appiattimento delle diversità, alla morte dell'outsiderismo a favore dell'ennesima manifestazione d'onnipotenza-pop di John, Paul, Ringo e George.

Diceva dei suoi disturbi psicologici, Daniel, in una vecchia intervista molto più sincera di tante cose viste questa sera: "Ero disorientato, non riuscivo ad avere contatti con gli amici, così sono passato semplicemente all'arte". Ecco, l'arte. E' proprio l'arte la giusta conclusione per questo report. Quella cosa che non sempre deve essere chiara, conforme e confortante, ma può essere anche assai scomoda, strana e disturbante; qualcosa per la quale si potrebbe parlare tranquillamente d'eresia. Soprattutto se va a indagare nei meandri più oscuri della mente umana, salvandola. Quindi ribelliamoci, perché non può essere sempre tutto loro quello che luccica.

Contributi fotografici di Raffaella Midiri

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