20/05/2013

Dark Dark Dark

Macello, Padova


di Lorenzo Righetto
Dark Dark Dark
L’ultima volta che sono passati da queste parti, i Dark Dark Dark si trovavano su una zattera sulla Giudecca, impegnati a impersonare un’installazione di artisti pirati, di musicisti zingari. Nona Marie Invie ricorda con una leggera smorfia di compatimento nostalgico quegli anni ruggenti, soavemente abbandonati in “Who Needs Who”, durante la data padovana del ramo italiano di quest’ultimo tour europeo, organizzata nel gelido maggio nella rassegna all’aperto curata dal Macello. Piuttosto che non esserci più la stessa band di allora, forse non ci sono più le stesse persone.
Gelido ma accogliente e tutto sommato popolato (numeri forse inaspettati anche per una Milano, soprattutto feriale), lo spazio, creato dai ragazzi dell’organizzazione nel cortile di un vecchio macello, appunto, si riempie silenziosamente sulle note dei North America, duo che propone un rock strumentale piuttosto insipido, giocato tutto sul ritmo e su tirate ora elettriche ora elettroniche. Un apparentamento insomma tutto da decifrare.

Finalmente arrivano i nostri, con “Tell Me”, “How It Went Down”, pezzoni da mille e una notte che la band ripropone con fedeltà massima, scortata con mano sicura dalla voce della Invie, vera trascinatrice anche quando si scosta dalla fida tastiera, ad esempio nel numero della recente “What I Needed”.
Ecco, il tutto appare forse fin troppo sicuro, troppo fedele, soprattutto dato il complicato tentativo di ricreare la compattezza sonora che si ha in studio. Si vorrebbe magari qualche sprazzo in più, una di quelle aperture dal sapore balcanico che infiammano “Who Needs Who”, come in “Last Time I Saw Joe” – invece pare più di assistere a una prova solista della Invie, accompagnata dalla band con solerzia e precisione, ma non di più.

Messa da parte questa impressione generale, il live rimane ottimo, tra una cover di Kate Bush ("Running Up That Hill") e il ripescaggio (tra i pochissimi di una setlist fortemente improntata su “Who Needs Who”) di “Daydreaming” da “Wild Go”, forse la traccia più bella composta dal gruppo - sebbene già secondo il nuovo stile.
Ma forse manca ancora qualcosa, quella consapevolezza di sé che permette agli artisti di maneggiare le proprie composizioni con più agio e flessibilità, anche dal vivo.
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